IL BAMBINO VIOLATO – racconto di Iannozzi Giuseppe

IL BAMBINO VIOLATO

Iannozzi Giuseppe

abuso sui minori

Lo avvertì che non avrebbe dovuto parlare, altrimenti il suo papà e la sua mamma Dio li avrebbe presi con sé; quando poi lui, smarrito, gli chiese che significava, gli fu risposto che Dio non ama i bambini cattivi e che per punirli fulmina i loro genitori, affinché restino soli soletti, da tutti commiserati e disprezzati. Sentito questo il ragazzino, con gli occhi gravidi di lacrime e la voce incrinata, assicurò, anzi giurò di non dire niente a nessuno
Don Mario si accarezzò, con studiata distrazione, il pacco.

Il Papa aveva condannato la pedofilia alla luce dei recenti scandali che lo vedevano coinvolto.
Alla fine erano saltati fuori i documenti che lo incastravano, documenti con la sua firma, di quando era ancora cardinale. Ieri però non mosse dito, per il bene della Chiesa, perché prima di ogni altra cosa era importante la salute di facciata del Vaticano, non era dunque ammissibile che dei preti finissero in prima pagina, su tutti i giornali, accusati di pedofilia. Lo scandalo andava evitato, e lasciò dunque che quelle maledette lettere finissero dimenticate, in molti casi stralciate e date alle fiamme del caminetto valdostano. La Valle d’Aosta era proprio una gran bella regione, cielo sempre terso, una varietà pressoché infinita di animali e di piante, un Eden incontaminato, il luogo ideale per riflettere e riposarsi.
Il Cardinale, vicino alla cinquantina, robusto, guance floride e rosse, teneva fra le mani l’ennesima lettera dove gli si faceva presente che un certo M**** in attività presso la parrocchia in provincia di B. aveva abusato di alcuni ragazzini. L’uomo di Dio, tedesco fino all’ultima goccia di sangue, tirò su con il naso, sprezzante. Si dispose dietro lo scrittoio a mani giunte e prese a dettare al suo segretario, che subito prese a pigiare forte i tasti della macchina per scrivere. Una volta terminato di dettare, fece segno al segretario, un giovanotto sulla trentina alto e segaligno con un orribile naso aquilino, che rileggesse quanto aveva appena finito di battere a macchina. Si convinse che quelle erano le disposizioni più adatte e che meglio non avrebbe potuto formularle. Si fece quindi portare il documento alla sua scrivania, infilò allora la penna d’oca ben dentro al calamaio e firmò. Aspettare. Aveva ordinato che nessuno pensasse di fare il bene della Chiesa portando al suo interno scompiglio con una denuncia di pedofilia, perché niente era stato ancora provato. Era stato esplicito: loro, uomini di Dio, dovevano solo aspettare. E alle famiglie, che accusavano Don M**** di questo e di quello, loro solo dovevano dirgli, papale papale, di aspettare, perché il Papa avrebbe fatto il suo dovere… prima o poi.
Ne era passata di acqua sotto i ponti, ma alla fine la Provvidenza si era lasciata sopraffare dal Demonio, e adesso che era lui il Papa le sue lettere erano venute fuori. A ripensarci adesso, trent’anni fa o giù di lì sarebbe stato più saggio da parte sua fare una semplice telefonata invece di mettere per iscritto i suoi ordini, firmandoli il più delle volte, come nel caso di Don M****.

Don Mario rimase alquanto stupito quando il batacchio della sua chiesetta venne sbattuto con inusitata forza, con evidente rabbia una due tre volte di seguito. Ebbe un tuffo al cuore, temendo di dover correre a raccogliere la confessione di un moribondo sul letto di morte. Il vespro era passato da un pezzo e di tirarsi fuori dal grembo della chiesa non aveva proprio alcuna voglia. Scosse il capo ma non rassegnato: chiunque fosse l’avrebbe mandato al diavolo. Il batacchio pestò di nuovo creando una eco sinistra, che si ripercosse lungo tutta la navata: un brivido gelido corse lungo la schiena del prete. Quel bussare così insistente non preannunciava nulla di buono, e non osò girarsi per incontrare lo sguardo di Gesù crocifisso sulla croce. Rispose gridando: “Arrivo, arrivo…”. Il batacchio continuava a pestare sempre più forte contro la massiccia porta. Don Mario ebbe la tentazione di farsi il segno della croce prima di aprire. Sottovoce bestemmiò e con passo di piombo fu davanti alla porta e al chiavistello di ferro, deciso a crocifiggere con lo sguardo il villano che osava disturbarlo nella casa del Signore. Aprì e subito vide il volto congestionato di Gianni il chierichetto, e dietro di lui una schiera di villani armati di vanghe e forconi. Si disse che non poteva essere vero; ma quando lo presero tutti insieme, chi per le braccia e chi per le gambe, strappandolo fuori dalla sicurezza della chiesa, Don Mario non ebbe più dubbio che non si trattava di un incubo. Eppure glielo aveva detto a Gianni che se avesse parlato Dio si sarebbe indispettito contro i suoi genitori. La minaccia non aveva sortito però l’effetto desiderato, quel maledetto moccioso doveva aver spifferato tutto e adesso era lui a doversela vedere con quella marmaglia inferocita, sempreché fosse riuscito in qualche modo a divincolarsi dalle loro manacce. Prese a gridare come un ossesso che Dio li avrebbe maledetti tutti, uno a uno, se non l’avessero messo subito a terra. Ma quelli non tenevano orecchi per sentire. Don Mario fece per tuonare una maledizione contro i suoi assalitori, tuttavia questi furono più veloci di lui e prima che potesse aprir becco di nuovo gli arrivò un calcio su per il deretano, un calcio così forte che lo fece cadere a terra scotendolo tutto, come se gli avessero piantato un palo su per il retto per farglielo uscire dalla bocca.
Solo quando furono in cima a una collinetta isolata, lontana dagli occhi di Dio e da quelli del Diavolo pure, i popolani che avevano prelevato Don Mario parvero calmarsi un cincinnino. Uno di loro, un vecchio con zero denti in bocca e quattro capelli in testa, si staccò dal gruppo e con incedere severo si portò davanti al parroco: “Il tuo crimine sarà punito…”. E così dicendo gli sputò in faccia. Don Mario fece per pulirsi il muso con la manica della tonaca, ma il vecchio gli artigliò il braccio con una forza esagerata, che un uomo della sua età non avrebbe dovuto avere. Intimorito lasciò che lo sputo gli colasse ben bene lungo la faccia livida di rabbia impotenza e paura.
Li osservò meglio, forse per la prima volta, sul serio: i suoi parrocchiani.
Non erano come se li ricordava.
Non erano timidi e sottomessi.
Non erano nemmeno delle pecorelle smarrite in cerca del Divino e dell’Eternità.
Quello che però più lo spaventò fu di dover riconoscere che non erano né degli invasati né dei posseduti: non era Belzebù a muovere i fili delle loro azioni. E Dio se c’era, lassù in Cielo si faceva i cazzi propri, completamente dimentico del suo umile servitore Mario.
Il parroco, fatte queste considerazioni, sentì dilagare dentro di sé una scarica elettrica di puro panico. Chi erano quegli uomini, quelle donne, quei giovani che…

Gianni. Fu lui a dettare la sentenza.

Don Mario lo ritrovarono che era morto stecchito: il suo corpo lungo disteso fra le ortiche, sul cocuzzolo di una collinetta a pan di zucchero, che nascondeva alla vista il cimitero monumentale del paese in provincia di Biella.
Il camposanto era così tanto mal tenuto che, già da una lunga pezza, il Comune aveva proposto che venisse spianato. Ma niente da fare, il Vaticano assicurava che quella era ancora terra consacrata, per cui, sino a quel momento, l’idea era rimasta tale e basta.
Don Mario non aveva alcun segno visibile sul corpo che facesse presupporre a una qualche violenza fisica, né si pensava che con lui potesse esserci qualcuno al momento del decesso, difatti le uniche orme presenti erano le sue, ben evidenti sull’erba schiacciata. Si parlò di un infarto del miocardio, un colpo fatale che l’aveva ucciso sul momento; tuttavia si attesero gli esiti dell’autopsia, che era state disposta onde fugare qualsiasi dubbio, perché sarebbe stato assai grave se fosse poi venuto fuori che non di morte naturale era morto bensì ucciso da chissà chi e in quale strano modo.
I risultati dell’autopsia arrivarono sul tavolo dell’Ispettore capo: niente. Non c’era nessun motivo plausibile per l’improvvisa dipartita di Don Mario. Il medico legale aveva escluso l’infarto, nessun ictus, niente di niente: quell’uomo godeva di ottima salute al momento del trapasso. Allarmato l’ispettore volle parlare subito al telefono con il medico legale, il quale gli confermò che il prete era morto, punto e basta, e un perché vero e proprio non c’era; poi aveva aggiunto che era come se si fosse spento. Quando l’ispettore gli aveva detto di parlar chiaro, il medico esasperato e spaventato gli confessò che era “come se gli avessero strappato l’anima…”.
Era un brutto affare, brutto davvero, il Cardinale non avrebbe mai accettato una cosa così, “come se gli avessero strappato l’anima…”. Non l’avrebbe accettata, lo conosceva bene lui quel vecchio osso rinsecchito. Contravvenendo alle regole si accese una sigaretta e un’altra ancora: la prima testa a cadere sarebbe stata la sua, poco ma sicuro. Un pasticciaccio, perché Lui sapeva del vizio di Don Mario. Lui sapeva. Lui, quando i genitori dei loro lagnosi figli erano venuti a esporre denuncia, li aveva liquidati dicendo loro che erano tutte fantasie giovanili e che ci metteva lui la mano sul fuoco affinché stessero più sicuri. Perché aveva protetto quel pedofilo incallito non se lo sapeva spiegare. Non c’era una ragione precisa. L’aveva protetto e basta, forse perché Satana ci aveva messo il suo zampino!
Un presentimento, un brutto presentimento gli fece girare la testa.
Con la fronte madida di sudore freddo aprì il cassetto, quello che teneva sempre chiuso.
Vuoto.
Di fronte a quella vuotezza comprese e il cuore gli si fermò in petto.

“Non giocare sempre, Gianni. Devi fare i compiti, lo sai!”
“Ancora un minuto, solo un minutino, mamma.”
Gianni si assicurò che il tappo sigillasse a dovere il barattolo, dopodiché diede un’ultima occhiata alla nuvoletta grigio-azzurra che conteneva e sorrise tutto felice. Coprì il tutto con un fazzoletto. Doveva scrivere un tema per il giorno dopo, una storia di fantasia: Gianni ce l’aveva tutta in testa, doveva sol più metterla nero su bianco la storia dell’anima strappata a due uomini tanto tanto cattivi.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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