Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono.

Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

Iannozzi Giuseppe

constance dowling

“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.” – Cesare Pavese

Posò il libro sul sedile vuoto accanto a sé, poi tornò a respirare. Per tutto il tempo della lettura aveva trattenuto il fiato: sapeva ogni singola frase a memoria. Quel libro le era più intimo della sua stessa anima di cui metteva in discussione l’esistenza, sbarazzandosene con un’alzata di spalle, come a significare che la carne è di vita sin tanto che si è: e dopo, dopo non è più se non osceno putridume.

* * *

L’ovale del viso perfetto, d’una perfezione troppo bella per non esser notata; eppure sulla fronte, nei momenti di tensione, si affacciava una virgola, quasi una ruga, un niente sì, ma simile a un presentimento di dolore, che presto o tardi sarebbe arrivato. Questo insignificante particolare, che in pochi notavano, rendeva la donna ancor più affascinante a quegli uomini che sapevano guardarla negli occhi senza temerne lo sguardo accompagnato da parole quasi sempre di rimprovero ma passionali.

Porta Nuova un viavai di gente: credono di partire, di arrivare; in realtà si spostano di stazione in stazione, di città in città, portando nella valigia l’illusione che cambiare posto cambierà la loro fortuna, e persino l’identità che, fra denti incapsulati e rughe, hanno impressa sulla faccia. Hanno fretta: i viaggiatori sono così. Non hanno ritegno: nell’egoismo della loro fretta calpestano fogli di giornale, muovono spintoni contro strilloni e venditori ambulanti, e si quietano un poco solo per trarre fuori da una tasca dei pantaloni le sigarette quando ormai davanti al binario, rimanendo in attesa di un treno.

Cesare Pavese morto in un piccolo albergo, nei pressi di Porta Nuova: sconfitto dai sonniferi. Aveva deciso, con lucidità, di addormentare la sua cazzo di vita in una camera d’albergo, al Roma di Torino ingoiando una generosa dose di barbiturici, dodici bustine. 27 agosto 1950, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza, l’epitaffio scritto di sua mano: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.
Constance Dowling, l’ultimo amore, non corrisposto, troppo difficile fra le Langhe, l’aveva portato a una depressione fulminante, una depressione che, a onor del vero, da quarantadue anni buoni lo tallonava: il ragazzo timido, amante dei libri e della natura, sempre pronto ad allontanarsi dagli uomini, sempre pronto a nascondersi per poi inseguire farfalle e uccelli, per sondare il mistero dei boschi, quel ragazzo si era addormentato una volta per tutte insieme a Cesare Pavese, un uomo che, dopo i quaranta, aveva raggiunto una certa notorietà con in tasca delle Lire non proprio da buttare. Durante il periodo universitario non era troppo difficile trovarlo impegnato in focose discussioni nelle trattorie, assieme a operai e venditori ambulanti, insieme alla gente comune. Erano bastati dei sonniferi per togliersi di mezzo, senza pestare i piedi a nessuno.

Tutte le amiche le dicevano che somigliava a una diva di Hollywood: “Sei bella, bella come Constance”. Francesca alzava le spalle, abbozzava poi un sorriso di sfida: “No, nient’affatto”. E sulla fronte un presentimento di dolore, una ruga non ancora matura.
Emilia le correva accanto, quasi: Francesca teneva un passo svelto e la gamba lunga l’aiutava senza che dovesse affannarsi.
Via Po illuminata a festa: il Natale stava per cadere. Luci e luci, perlopiù di dubbio gusto. Francesca non amava quello sfarzo volgare, proletario: luci d’artista, così le chiamavano, ma a lei apparivano solo per quel che erano veramente, una volgarità sotto la frusta dell’elettricità. I signorotti piemontesi tenevano alti i colli dei cappotti: non degnavano nessuno d’un solo sguardo. Ridevano sbuffando, prestando attenzione a una noia affettata che gli trasudava da ogni poro: di fronte a una vetrina addobbata gli occhi gli si accendevano d’un inelegante sprezzo, come a significare che se solo lo avessero voluto, loro avrebbero potuto mettersi in tasca tutta la Piccola Parigi.
Emilia era una donna sulla trentina, bella, non bellissima: non aveva la gamba lunga, il suo metro e sessanta le era sempre pesato. Era appetibile e si odiava per quell’altezza che non era veramente tale: fosse stata più bassa, perlomeno avrebbe potuto cercare la comprensione altrui mettendo su occhi da cane bastonato nato così, con un difetto incancellabile. Ma aveva il suo metro e sessanta che diventava anche uno e sessantacinque con i tacchi. Un’altezza normale! Le faceva male ammettere che la sua altezza era semplicemente normale. Francesca invece era una vera donna, elegante, senza un filo di grasso, una bellezza naturale le cui curve erano quelle d’una Venere greca. Tutto in lei denotava nobiltà: solo sulla fronte, di tanto in tanto, le si disegnava un mistero simile a una ruga. Era però cosa d’un momento che la rendeva misteriosa, fatale, eccitante. Se fosse stata un uomo, Emilia avrebbe fatto follie anche per una sola notte d’amore con Francesca. Quando si scopriva ad ammirare la bellezza dell’amica un pudico rossore le imporporava le gote: abbassava lo sguardo, diventava goffa, e in cuor suo ammetteva che l’affetto per l’amica non era del tutto disinteressato perché lei l’amava pur essendo sicura di voler Aronne in lei e non la mano di Saffo. Però non poteva negarlo, non a sé stessa, che Francesca le ispirava saffica tenerezza nel sangue.
La rincorse, gridando: “Francy, aspettami!”
Francesca fece finta di non averla udita.
Con l’affanno in bocca, finalmente la raggiunse e la prese per mano: “Che hai, che ti prende?”. Dovette riprender fiato, mentre davanti agli occhi già si stagliava il profilo della Gran Madre immersa in una tarda luce crepuscolare, in una luce d’un rosso impudico stuprato da squarci di notte incipiente e da fili di nuvole di burrasca.
“Francy, per l’amor del cielo, guardami!”
Francesca, quasi una fiera divorata da un fuoco interiore, le puntò finalmente lo sguardo addosso, uno sguardo che fece perdere un battito al generoso cuore di Emilia: “Allora!”
“Fermiamoci.”
”Fa freddo.”
“Sì, in un bar. Offro io.”
“Non ho voglia…”. E lasciò la frase a metà, visibilmente disturbata. Poi aggiunse, non senza fatica: “Non voglio trovarmi gente attorno.”
”Allora restiamo qui…”, si arrese Emilia. “Possiamo parlare lo stesso.”
”Non c’è niente di cui parlare.”
“Francy, non fare così. Non è stata colpa tua.”
“Non l’ho mai pensato…”, disse con fiacchezza frammista a una certa arroganza, sapendo di mentire, di dire tanto per dire.
“E allora che hai, per Dio!”
Ma Francesca si stava già portando avanti. Poi, all’improvviso si fermò, dopo pochi veloci passi.
“La Gran Madre.”
“Sì… sì, è bella.”
“E’ sconveniente”, osservò Francesca.
“Come?”
“Sì, sconveniente. Sembra quasi il ritratto di uno stupro. Guarda che cielo che l’avvolge!”
Emilia tacque: l’aveva pensato anche lei, non aveva però avuto l’ardire di portare quell’osservazione fuori dalla sua anima. Francesca invece non si era fatta alcun problema.
“Sì, può darsi che sia come dici.”
“Emilia, tu mi sei amica, vero?”
Emilia corse ad abbracciarla, e Francesca la respinse con un gesto del braccio portato nell’aria come una lancia, con il palmo della mano aperta. E l’amica ristette, mortificata per aver osato tanto.
“Dimmi solo una cosa: credi veramente che quel che deve accadere accade?”
“Mi fai paura”, biasciò Emilia, anche se aveva capito bene cosa intendesse l’amica.
“Allora, tu che pensi?”
Emilia sbuffò: il freddo di dicembre condensò il suo fiato caldo in fumetti che si dispersero nell’aria. Un refolo pungente l’attaccò al viso, mentre un’ondata calda di sangue le investiva le gote.
“Niente. Te l’ho già detto: non è stata colpa tua.”
”Questo me l’hai già detto.”
“E allora, è tutto a posto.”
Francesca abbassò il braccio che teneva a distanza l’amica, e lasciò che questa l’abbracciasse, come un amante: “Ha fatto tutto lui, tu non c’entri.”
Quella rassicurazione sussurrata all’orecchio, con estrema tenerezza, convinse solo Francesca che forse sì, che la colpa era sua e che niente accade per caso ma solo per colpa.
Tornarono indietro verso Piazza Castello: via Po era ormai sotto un cielo notturno rischiarato dalle luci natalizie. Lungo la strada i clacson facevano a gara: qualcuno bestemmiava tirando fuori la testa dal finestrino dell’auto, qualcun altro cercava di farsi valere sparando minacce, e i più, lividi in volto, aspettavano dentro le auto che il traffico si sciogliesse almeno un po’.
Era calda e morbida la mano di Emilia, così piccola: non ci aveva mai fatto caso.
Era morbida mentre la teneva e insieme tornavano al caos della vita.

* * *

Lei ne era sicura, non gli aveva mai detto di amarlo né gli aveva lasciato supporre che un giorno l’avrebbe potuto amare. Solo gli aveva detto, con tenerezza materna, che gli voleva bene, e non si era spinta più in là. Non era colpa sua se lui aveva frainteso le loro uscite, se aveva eretto magnifici castelli di sabbia per lei dando per scontato che perché lui l’amava anche lei doveva per forza. No, non era così: ne era certa, lei non aveva mai amato Augusto. Lo vedeva, questo sì, ma come avrebbero detto alcune sue amiche un po’ facili, era soltanto un amico, un fratello, uno che mai e poi mai a letto. Era crudele. Forse lo era, tuttavia non le riusciva proprio d’immaginarsi accanto ad Augusto in qualità di amante.
L’aveva conosciuto qualche mese prima, in un caffè. A lei erano caduti per terra degli spiccioli e lui, con un sorriso, li aveva subito raccolti porgendoglieli: era giovane, più di lei, di almeno un paio d’anni. In queste cose era un’esperta. Un bel ragazzo per cui molte donne sarebbero scese a compromessi pur di averlo, o di non perderlo: bruno, aristocratico nel portamento, mascella volitiva ma non volgare, naso debolmente aquilino, occhi nerissimi, capelli altrettanto neri e debolmente mossi.
Erano usciti insieme. Una smorfia di disgusto sempre le si disegnava sulle labbra quando lui si offriva di pagare il conto per lei: non gli aveva mai chiesto questo, tuttavia lui insisteva e alla fine lei cedeva per non tirare su una scenata, di comicità e d’imbarazzo, in pubblico. Una sera lui l’aveva portata in un locale esclusivo, il C*****: costava l’ira di Dio lì e non era poi quel granché che si raccontava in giro, però Augusto aveva insistito perché quella cena fosse proprio lì e non in un locale diverso, più alla mano. Mentre aspettavano d’esser serviti, Augusto le aveva confessato, non senza commozione, di suo fratello morto a causa d’una forte leucemia quand’era soltanto un bambino di dieci anni. Le aveva raccontato ogni particolare dell’agonia del fratellino, di come forte solamente dei suoi dieci anni aveva affrontato la morte a muso duro: lei, Francesca, l’aveva ascoltato incuriosita e disturbata allo stesso tempo. Aveva la netta sensazione che Augusto enfatizzasse la morte del fratello, che volesse ispirarle chissà quali sentimenti. Quando terminò, Augusto aveva gli occhi bagnati di lacrime: però non erano belli, non erano quelli d’una persona del tutto sincera. Quelle lacrime, Francesca se n’era accorta, non erano false ma nemmeno spontanee: doveva aver fatto uno sforzo immane per ricordare i particolari, per renderli atroci più del vero, per convincersi che era andata proprio così, senza una virgola diversa da come l’aveva pensata lui la storia della morte. Già: aveva mentito, almeno in parte, per suscitare dentro di sé un sentimento che lo convincesse a piangere di fronte a lei. Lei aveva provato quasi pena per il patetico tentativo di lui d’ottenere attenzione: poi, per fortuna, era arrivato il cameriere.
Fu dopo che glielo disse, quando avevano finito di mangiare e i piatti stavano davanti a loro, vuoti e sporchi: “Ti amo.”
Glielo aveva detto così, come un bambino che dice e non sa quel che dice. Glielo aveva detto con una sicurezza capricciosa, infantile.

E poi quella telefonata che l’aveva buttata giù dal letto.
Sapeva.
Se lo sentiva dentro che doveva esser accaduto qualcosa di spiacevole.
Un presentimento, tipico, femminile.
Il cuore le perse un colpo. Dentro di sé pensò che era ridicolo, che stava morendo di malattia prima di sapere: doveva solo interrompere lo squillo, alzare la cornetta e farla finita.
Ma non le riusciva di decidersi.
Continuava a squillare.
Tanta ostinazione poteva venire solo per una cattiva notizia.
Non aveva dubbi.
Rispose.

In fondo se l’aspettava.
Mentiva a sé stessa. Non pensava proprio che potesse accadere un fattaccio.
Che ora? Cercò con lo sguardo l’orologio, che aveva lasciato da qualche parte in camera da letto. Niente.
Una mano invisibile le sfiorò la sottoveste e un brivido le corse lungo la schiena: doveva esser tardi, un’ora vicino all’alba. Era mattino presto o era notte profonda, dipendeva soltanto da quello che gli occhi riuscivano a vedere prima di arrestarsi davanti all’invalicabilità dell’orizzonte. Francesca si aggiustò la sottoveste, con un gesto della mano. Poi si fece dappresso alla tapparella, infilò lo sguardo attraverso le commessure per trovare l’orizzonte. Non si vedeva niente di niente, però la sua figura si rifletteva bene sul vetro, nonostante il buio di nebbia: una figura traslucida, contorni imprecisi come in una foto d’artista. Sospirò.
Non aveva voglia di uscire di casa.

* * *

Era lì, aspettava. Alcuni curiosi, pochi a quell’ora. Non lo sapeva di preciso, era o troppo presto o troppo tardi. Torino dormiva tutta, ma non lei e pochi sconosciuti persi chissà dove.
In lontananza il bronzo delle campane.
Il suo desiderio era d’una semplicità mostruosa, tornare nel suo bel letto caldo affinché quella futile agonia finisse in un batter di ciglia.
“Capricci, sempre capricci”, sbottò infine. Occhiate di rimprovero la crocifissero alla sua stessa ombra, mentre un infermiere incurante di tutto e di tutti, con gli occhi cisposi, le passava accanto urlando uno sbadiglio muto.

Glielo dissero a bruciapelo che tutto era finito.
Occhi si levarono al cielo, altri si commossero in lacrime asciugate da rapidi fazzoletti bianchi.
Perché l’avevano chiamata? perché lei?
Si sentì un ronzio, di radio: se aveva capito bene la Sinistra ce l’aveva fatta, per poco. Un altro ronzio, e il ‘vaffanculo’ di qualcuno, forse quello di un paramedico.
Era in prigione: pagine bianche, mura di ospedale. Un tipico Pronto Soccorso, come ce ne sono tanti in Italia.
Finalmente all’aria aperta, senza più occhi su di lei, comprese la fine, fissando l’alba che rasava tetti e comignoli. Era bella l’alba, rossa, d’un bel rosso acceso: la nebbia era stata spazzata via.

* * *

Non c’erano tante persone, però tutte erano profondamente commosse quasi fossero lì riuniti, sotto un cielo bigio, per assistere al loro di funerale: per un suicida non c’è pietà, e quelli si ostinavano a dire che non era vero, che tutti si voleva un gran bene ad Augusto. Ipocriti! Se l’avesse gridato, tutti l’avrebbero graffiata con assurdi sguardi carichi di odio. Solo una vecchia, tutta in nero, scuoteva la testa e biasciava con la bocca sdentata che Augusto era sempre stato un piantagrane, che la famiglia non ne poteva più delle sue pazzie: “E’ meglio così… alla fine c’è riuscito… povero figlio, che vita! Sempre a tentarlo ‘sto suicidio… lo giustificherai davanti a Dio…”. La madre di Augusto le fece cenno di tacere, ma la vecchia era un osso duro da zittire. Francesca, nonostante il rischio d’esser aggredita dai presenti, sorrise, mentre stringeva con più forza la piccola mano di Emilia nella sua. Emilia guardò l’amica, austera e bella, e arrossì, arrossì d’una segreta felicità. Le mani, annodate, erano le loro e sfidavano la morte, irridevano capricci, debolezze e ipocrisie.

“Non credevo potesse arrivare a tanto”, disse in un sussurro Francesca.
Stavano uscendo dal cimitero.
“Ho sentito dire che non era la prima volta. Ce l’aveva da tempo questo chiodo fisso del suicidio.”
“Sembrava una persona normale…”. Tuttavia la prima a non crederci era proprio Francesca.
“Sembrava. In famiglia non è il primo caso: anche il fratello.”
”Il fratello?”
“Sì, si è dato la morte quando aveva dieci anni. Una cosa di testa: ce l’hanno nel sangue.”
Francesca sorrise, quasi raggiante, un sorriso che la tradì: si sentì troppo sollevata, non era colpevole. Augusto era stato un vile, un menzognero e un pazzo: non era stato il suo ‘no’ a ucciderlo.
Tuttavia una pesante ombra le rovinò addosso.

* * *

“Ha fatto tutto lui, tu non c’entri…”: quelle parole continuavano a essere serpenti fra i pensieri. Emilia aveva ragione, lo sapeva; e anche lei, Francesca, sapeva di non aver colpa alcuna. Ne era sicura. Però, uscendo dal cimitero, un’ombra le era caduta nell’anima e non riusciva più a disfarsene.
Mano nella mano erano finalmente arrivate in Piazza Castello.
“Credi veramente che quel che deve accadere accade?”
Emilia ristette. Non le disse, come pochi minuti prima, che aveva paura di risponderle: questa volta, che la mano dell’amica stringeva la sua, voleva darle una risposta che fosse definitiva, perché se non ne fosse stata capace l’avrebbe persa per sempre, Emilia se lo sentiva.
Le labbra le tremarono: “Augusto non ci stava con la testa… Ha fatto tutto lui, tu non c’entri…”.
“Questo lo so. E’ che, dal giorno del funerale, nell’anima ho come un’ombra, un’ombra che non mi lascia respirare. Mi capisci Emilia?”
Emilia fece cenno di sì con la testa. Non capiva, ma per il bene dell’amica doveva mentirle e risultare convincente: “Nessuno avrebbe potuto aiutarlo, né tu né Dio: aveva già deciso di morire.”
E all’improvviso l’ispirazione: Emilia la sentì crescere dentro, nel ventre, come un feto.
E la sua bocca, prima che potesse rendersene conto, partorì quella verità di cui Francesca aveva bisogno: “Ci sono persone che vengono a questo mondo con un solo e unico scopo, quello di morire. Nascono per morire, per lasciare dietro di sé i vivi. Nascono con questo unico scopo.”
“Mi stai dicendo che Augusto…”.
“Non è assurdo come potrebbe sembrare, pensaci bene, Francesca. Era il suo scopo morire. Se non si fosse suicidato la sua vita non avrebbe avuto mai un senso.”
“Quando nella notte è arrivata la telefonata me lo sentivo. Ero nervosa, sul punto di una crisi isterica, mi capisci Emilia? Quando poi ero lì, in ospedale, ad aspettare, ti sembrerà crudele, non avevo che un desiderio: che tutto finisse, al più presto. Quell’agonia mi era insopportabile. Lo conoscevo poco, pochissimo si può dire: perché mi hanno disturbata? perché?”
“L’egoismo li ha spinti a chiamarti nel cuore della notte. Solo l’egoismo.”
Francesca sospirò: “L’amore come l’odio sono il prodotto dell’egoismo umano, hai ragione, amica mia. Hai ragione da vendere.”

* * *

Posò il libro sul sedile vuoto accanto a sé. Poi tornò a respirare. Moby Dick o la balena (*) nella traduzione di Cesare Pavese. L’aveva letto tanti anni addietro, quand’era soltanto una ragazzina; l’aveva poi letto, di nuovo, quand’era una ragazza bell’e fatta. E lo stava rileggendo adesso, con l’anima d’una donna.
Non c’era quasi più il paesaggio che sapeva da sempre: niente campi arati o da arare, e nemmeno un leccio, solo il mare, un mare blu e profondo, mediterraneo.
Dopo una brevissima galleria una lama di luce le ferì gli occhi costringendola a socchiuderli, mentre il volto, attraverso un finestrino del treno, finalmente spiava il giallo succoso dei primi limoni di Sicilia. Sorrise: forse non tutto era cambiato.

* Herman Melville, Moby Dick o la balena, traduzione di Cesare Pavese, Torino: Frassinelli, 1932.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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13 risposte a Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi

  1. Lady Nadia ha detto:

    Superato lo scoglio della colpa, è rimasto lo sconforto dal quale Francesca fugge in Sicilia, cambiando città.
    Molto bella la fine, delicata e commovente dopo la crudezza e la freddezza dell’ambientazione Torinese.
    Bello il passaggio di Moby Dick riletto in tre fasi della vita, nell’ultima con ” l’animo da donna”. Bellissima l’introspezione creata dal pezzo, la riflessione su amore e odio, la più importante e ohimè vera.
    Bello come denunci che il funerale era più un obbligo morale dei partecipanti, piuttosto che un ultimo saluto. Quanta gente, in quelle occasioni, vi si reca proprio per quello? Per sentirsi a posto con se stessa?
    E poi altre riflessioni minori, la sessualità, il disagio. In Emilia non appare l’invidia. Hai dipinto una bellissima persona.
    E, infine, questa frase: “una volgarità sotto la frusta dell’elettricità” che è un piccolo capolavoro nel capolavoro e mi ha colpito questa descrizione degli addobbi natalizi visti semza alcuno spirito di festa. E’ capitato a tutti di osservarli con questo fastidio, almeno una volta.
    Grazie per questo bellissimo racconto Beppe.

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  2. Lady Nadia ha detto:

    Ops, dimenticavo… (l’ho fatto apposta).
    Non sono d’accordo con il racconto ( e non con te!😊) sul tema del suicidio. Si dice che se il protagonista non si fosse suicidato, la sua vita sarebbe stata anonima.
    Chi può dirlo? Le ragazze si sbagliano.
    Ciaoooo

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Come usava Pavese, i paesaggi riflettono lo stato d’animo dei personaggi. Francesca fugge in Sicilia perché così crede di poter cambiare identità, però presto, da subito, si accorge che non è più la Sicilia che lei conosceva, anche se è vero che i limoni ci sono ancora. Fugge perché Emilia, pur confortandola dicendole che ci sono persone il cui scopo nella (e della) vita è quello di morire, dentro di sé lo sa di aver comunque giocato contro Augusto e forse di aver accelerato la sua decisione di suicidarsi. Fugge come tutti fanno, nella vana speranza di poter dimenticare sé stessa e di lasciare a Torino la sua identità ben sepolta. Un fuggire inutile.
    Augusto è un personaggio disturbato, non è cattivo, ma è fragile, troppo fragile e la sua ambizione è una e una sola: quella di farsi una famiglia. Quando riceve il rifiuto non regge la botta e si toglie la vita. Un evento ineluttabile, che forse Francesca avrebbe potuto stornare o procrastinare.
    Torino è una città fredda, moderna, non di certo quella di Pavese, che, in ogni caso, era comunque una città che offriva ben poco già negli anni ’40 e ’50. Una città già quasi industriale, dove i repubblichini c’erano e operavano per il male.
    Il solo personaggio a risultare caldo e vero sino in fondo è Pavese, che come un fantasma vive (o rivive) nei personaggi che ho qui ritratto: c’è tutta la disillusione di Cesare che vive nel cinismo di Emilia e Francesca. Sono donne modellate sul modello di quelle di Cesare Pavese, questo a sottolineare che passano gli anni ma non cambia il carattere umano e quello femminile.
    Moby Dick è stato tradotto da Pavese, che ha portato il romanzo di Melville in Italia: un romanzo mastodontico, accolto davvero con nessun clamore alla sua uscita, per diventare poi, a morte avvenuta dell’autore, un Capolavoro della Letteratura mondiale. In Moby Dick c’è la lotta dell’uomo nel ventre della balena (di Dio). E l’uomo è il male, Achab che si scaglia contro il Capodoglio, contro la grandezza della natura.
    Il funerale è anch’esso un quadro triste, di persone che sono lì solo per obbligo e per fare pettegolezzo.
    Emilia è una donna ambigua, scontenta di sé, ma decisa ad accompagnarsi a Francesca. Ed è disonesta perché non accetta di dirlo chiaro e tondo di essere omosessuale.
    Francesca è invece una donna cinica, forse non abbastanza, perché, come hai letto, alla fine fugge nel tentativo di seppellire la sua identità e il suo passato.
    Ho ritratto Torino con uomini e donne e punti d’incontro e passeggiate. Torino è fredda, è di nebbia e di buio. E di nebbia e di buio sono i personaggi che la vivono la città.
    Lo stile è molto americano, o meglio piemontese-americano secondo la lezione di Pavese.

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Emilia dice quello che dice per riuscire a stare accanto all’amica Francesca, per averla tutta per sé. Il suo è egoismo allo stato puro, per questo e solo per questo dice ad Emilia che la vita di Augusto sarebbe stata quella di un anonimo se non si fosse dato la morte. Le crede Francesca? In parte sì e in parte no. E come già detto e spiegato, alla fine fugge e in treno legge, anzi rilegge Moby Dick, e non a caso: perché in fondo Francesca incarna il male, come Achab nel romanzo di Melville.
    Le due donne si sbagliano, questo sì. Francesca ha contribuito per la fine di Augusto, Emilia ne scrive l’epitaffio alla sua maniera per egoismo, per avere Emilia e non doverla spartire con nessuno.
    Cito anche i Dialoghi con Leucò e non a caso. 😉

    Ciao, Nadia. Grazie infinite per i tuoi preziosi commenti.

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  5. Lady Nadia ha detto:

    Uh. Stesa.

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  6. Lady Nadia ha detto:

    Non è egoismo. E’ sentimento quello di Emilia.

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  7. Lady Nadia ha detto:

    Grazie a te per la tua preziosa spiegazione.

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  8. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    😉
    E’ un racconto complesso nella sua apparente semplicità. Anche lo stile che ho adottato, per così dire, fa un po’ il verso a certi modi di dire tipicamente americani. Ciò è ancor più marcato in certi scritti di Beppe Fenoglio – altro Grandissimo della Letteratura che amo oltremodo: hai mai letto “Il partigiano Johnny”? Ecco, nella scrittura di Fenoglio lo avverti proprio che scriveva come se stesse traducendo dall’inglese-americano.

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  9. Lady Nadia ha detto:

    Letto. Anni fa. Dovrei rileggetlo con” l’anima da donna” .

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  10. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ un sentimento, certo che sì, peccato che sia sentimento invaso da egoismo. Non giudico i miei personaggi, li ritraggo e basta. Sarei potuto intervenire come “voce fuori campo” o “voce narrante” e sentenziare, ma non l’ho fatto. Ritraggo e basta, che è la cosa migliore da fare in letteratura.

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  11. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Grazie a te semmai.

    E giacché ci sono, credo rileggerò alcune pagine da “Il mestiere di vivere”, lettura che sempre apre la mente.

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  12. Lady Nadia ha detto:

    Sai che un po’ gli assomigli?

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  13. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Per carattere, a Pavese: sì, immagino di sì. Solo per carattere, non per genialità o altro.

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