La lebbra – Iannozzi Giuseppe – Il Foglio letterario – estratti dal libro

La lebbra. Romanzo sull’Islam

Iannozzi Giuseppe

La lebbra - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario

La lebbra – Iannozzi Giuseppe – Il Foglio letterario

La lebbraIannozzi Giuseppe – collana narrativa – Il Foglio letterario – ISBN 9788876064548 – pagine: 150 – € 14,00

Martino, dal profondo Sud, dopo la morte dei genitori, decide di cercare fortuna a Torino. Martino disprezza l’Islam e il mondo musulmano; ha letto un solo libro, il sermone (La rabbia e l’orgoglio) di Oriana Fallaci. Martino ignora però le cause che hanno scatenato l’11 settembre. Si innamora di Aidha, una ragazza musulmana, ma Aidha è un’esca per prenderlo in trappola. Un noir esistenzialista che strizza l’occhio a Boris Vian.

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Estratto da La lebbra di Iannozzi Giuseppe

[…] Poche masserizie nella stanza. Una lampadina da quaranta candele pendeva però dal soffitto disegnando sulle pareti di muffa e vernice scrostata chiazze di luce, lasciando nell’ombra larghe porzioni della stanza. Così illuminata non era dissimile da una prigione. In un angolo stava un buco coperto da un paio di assi di legno: era lì che Martino si liberava alla turca. Nell’angolo davanti a sé una piastra per cucinare, due fornelli quasi sempre spenti. Cassette vuote, rovesciate a terra, servivano da sedie e all’occasione anche da tavolo. Un materasso con sopra delle pulciose coperte raccattate dalla Caritas completavano l’arredamento del monolocale.

La lebbra - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterarioUn unico libro tenuto insieme da una copertina oramai senza più traccia d’alcun colore. Il sermone. Lui lo chiamava così. Ma era indicato anche nella nota ai lettori che si trattava di un sermone e non di altro. In ogni caso Martino lo teneva a cuore cuore, per quanto gli fosse possibile. Non poche erano difatti le volte che si era venuti alle mani. Certe sere, con i compagni mezzo avvinazzati, se le suonavano di santa ragione. Martino ce l’aveva su, a morte, con i fondamentalisti islamici. Quelli del Partito prima cercavano di fargli cambiare idea con paroloni e ciance ripetute a memoria, imparate da qualche librone dimenticato, poi si finiva in zuffa. Martino sputava sul Corano, su Maometto, sulla Montagna, sugli Imam. I compagni lo legnavano. Neanche loro però sapevano dire perché Martino fosse a sinistra e non a destra. Alle volte il sospetto era che fosse un fasciocomunista. Altre ancora che fosse un fascio bell’e fatto o un anarchico deficiente. In realtà non sapevano bene che dire di questo giovane, eccetto che se la passava davvero male e che con i padroni non legava. Mangiava pane e acqua quand’era fortunato, Barbera in brick da un euro e poco altro. Non chiedeva l’elemosina. Non lavorava. Quando lavorava era per qualche giorno, poi finiva fuori a pedate in culo. Non era un ignorante ma nemmeno un pozzo di scienza. Era uno in mezzo ai tanti in quel diavolo di ghetto di San Salvario dove anche la polizia stringeva le chiappe prima d’entrare.
Martino era venuto su a Torino con meno d’una valigia di cartone. Giù al suo paese si poteva soltanto morire, per regolamenti di conti in pieno giorno. Uscivi di casa e ti affidavi alla fortuna pregando San Gennaro, che puntualmente benediceva camorristi e musulmani. Una volta morti i suoi vecchi, pensò bene di squagliarsela. Era già un uomo di trenta anni, non bello, non brutto, in salute, poteva dunque tentare altrove e levarsi dalla merda se gli riusciva.
Non gli era costato niente levarsi dalle palle. In paese non aveva mai legato con nessuno in particolare. Con le donne men che meno, tutte puttane. Preferiva una sveltina con una professionista fuori dalla città piuttosto che mischiarsi con la sozzeria delle paesane, buone a sparare calunnie da mane a sera, ad andare in chiesa anche più volte al giorno intrattenendosi con il parroco. Ne aveva anche beccate non poche di donnette del suo paese a battere in strada. Gli aveva riso in faccia. Non se le sarebbe fatte manco gratis a quelle. Troppo volgari. Troppo false anche solo per pensare di sbatterglielo dentro.
Non gli era stato difficile raccattare i pochi spiccioli che i suoi vecchi gli avevano lasciato… Si può dire che fatti i conti conveniva telare: debiti. Nient’altro che debiti. Erano stati dei cari genitori, troppo onesti per arricchirsi, avevano raccolto debiti e basta. Si erano spaccati la schiena nei campi fino a morire senza conoscere mai altro che la campagna circostante e il dialetto del paese. Non avevano mai fatto una vacanza, né sapevano scrivere il loro nome; ciò nonostante quando Martino era un bimbetto si erano fatti in quattro per dargli un’istruzione. A diciotto anni si era diplomato. Impossibile pensare di fare anche l’Università. Ma’ e Pa’ si erano dissanguati per mandarlo a scuola e non fargli mancare penne e libri. Il loro amore aveva fatto di lui una persona adulta. Senza un futuro davanti. Colpa del paese, arretrato e chiuso nell’ignoranza e nella superstizione. Martino aveva dunque riposto il diploma in un cassetto e aveva provato ad andare nei campi. Non aveva retto. Non era possibile che facesse la fine dei suoi genitori, gobbi e incartapecoriti, bestie da lavoro per chi gli dava un pezzo di pane.

Aveva mollato e si era arrangiato perlopiù con lavoretti sporchi, che non nuocevano più di tanto alla comunità, solamente a quella più spaccona e benestante. Era un ladruncolo. Aveva imparato per necessità. Con la morte dei genitori però vivere di piccole ruberie non era più possibile. Se non si fosse deciso sarebbe stato sepolto nella stessa terra che gli aveva dato i natali. L’idea di finire morto seppellito, ridotto a una bestia umana sotto padrone, all’età di venti anni gli scatenò il terrore.

La prima volta che era finito al Pronto Soccorso, il medico di turno – che si era fatto attendere, mentre lui credeva di morire in sala d’aspetto dove peraltro non c’era un cane, nemmeno un’infermiera del cazzo – l’aveva rassicurato dicendogli che si era trattato di un DAP.

[…]

Quand’era giù in paese un diavolo islamico gli era passato davanti bello bello con tanto di felicitazioni del kapò dei cantieri di lavoro. Martino aveva fatto domanda per un cazzo di sostegno al reddito, ma non l’avevano mai chiamato. Rosso di rabbia un mattino si era presentato in Comune per sapere il perché e il percome di quel silenzio, perché lui era sicuro che aveva diritto a un sostegno; tuttavia un impiegatuccio – buono solo a riscaldare il culo sulla sedia – gli si era sparato davanti invitandolo a levarsi di torno. Invece di raccogliere l’invito, fregandosene dell’ometto che gli berciava male parole alle spalle, riuscì a raggiungere l’ufficio del kapò. Bussò una sola volta, con il pugno chiuso, ed aprì la porta. Si trovò faccia a faccia con un tristo omarino dall’aspetto boteriano e gli occhi porcini. Era un nano o giù di lì. Per pochi centimetri di troppo non era un cazzo di nano bell’e fatto. Stringeva la mano a un maomettano con addosso una sorta di caffetano bianco, che fissava il crocifisso appeso sopra la testa del kapò.
Accortosi dello sguardo fisso del diavolo islamico, il kapò subito si era prodotto in scuse e giustificazioni: “Oh, quello! L’ho sempre detto che bisognerebbe levarlo. Siamo in Italia, in un paese libero…”.
Il maomettano non pareva convinto, nonostante il nano fosse scoppiato in una risata nel vano tentativo di smorzare l’imbarazzo.
Solo dopo un minuto buono quel cazzo di nano si era accorto che nell’ufficio aveva fatto irruzione una terza persona. Martino fissava ora il maomettano ora il kapò incapace di dire chi dei due fosse più sporco.
Il nano infine gli chiese cosa volesse.
“Quello che hai dato a lui”, gli sputò in faccia Martino. “Lo stesso trattamento”.
“Non è con me che deve parlare… ma lei ce l’ha un appuntamento?”. Aveva dunque preso ad agitarsi tutto, manco avesse la sindrome di Tourette. Subito accorsero delle donne, il personale addetto alle pulizie. Non era loro che il kapò desiderava, non per costringere Martino a levarsi dalle palle.
Il nano sbraitò. 

[…]

I tubi delle luci al neon sfarfallavano. Man mano che si portava più vicino all’obitorio, Martino non poteva far a meno di pensare che la verità gli si sarebbe finalmente presentata in faccia, con tutta la sua crudele tragicità. A denti stretti, quasi in un bisbiglio, maledì la Fallaci e il suo diavolo di sermone. Non avrebbe mai dovuto lasciarsi accecare dal fallace fumo che l’Oriana gli aveva gettato negli occhi.
Maledì il sermone, e maledì anche sé stesso per esser stato così tanto stupido da credere ciecamente alle parole d’un libro, scritto più con la rabbia che non con il cuore.

Si trovò di fronte alla porta dell’obitorio prima che fosse ben pronto per guardare in faccia la realtà. La morte. […]

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La lebbraIannozzi Giuseppe – collana narrativa – Il Foglio letterario – ISBN 9788876064548 – pagine: 150 – € 14,00

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Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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