In un teatro di indecifrabile pornografia

In un teatro

di indecifrabile pornografia

Iannozzi Giuseppe

geisha

Indecifrabile pornografia

Nelle dimissioni del Burattinaio di Parole
ho messo in piedi una stampella di legno:
mai la vanità nell’ombra del suo lungo naso
saprà spezzare o scovare l’oscura verità.

Negli amori consumati dai fiati della fretta
ho messo in salvo un segreto di Pulcinella:
si farà incorrotto giudizio per i sordi.

Nei camposanti
ho disegnato il confine fra cielo e terra,
lasciando l’anima libera
di farsi ombra d’un divenire
fra occasioni e imbrogli…
affogati orizzonti di albe e tramonti.

Nei silenzi dei saggi
ho seppellito un rifugio per una geisha
in posa nel teatro d’una pornografia.

Chi dirà questi tesori in un dove,
chi saprà decifrarli?

Ti santifica o ti condanna l’amore
(poesia per San Valentino)

Ti santifica o ti condanna l’amore
Come un pugno incontra i sogni,
come una trottola sbanda
e non gliene frega niente

Ti santifica o ti condanna l’amore
Togli a un uomo la donna che ama
e tutto gli avrai tolto; togli a una donna
l’uomo che dice d’amare alla follia
e solo gli avrai tolto un cuscino,
solo l’avrai salvata da una bugia,
da una telenovela di battute ripetute

Non parliamo d’amore,
non così, a cuor leggero:
già lo fanno in troppi
tirando su ospedali di parole,
ospedali quasi belli ma fragili,
fragili di menzogne,
di vanità quasi mai educate
e denudate

Non parliamo d’amore,
non così,
non per l’eccitazione
d’una sbronza,
d’una stupida poesia

Non parliamo d’amore,
non così,
non per un inganno di cipria,
per una composizione barocca
che si consuma in Fa minore

Ti santifica o ti condanna l’amore
Come un pugno incontra i sogni,
come una trottola sbanda e sbanda
e dove va poi a sbattersi,
se in in cielo o in un postribolo,
non lo puoi indovinare tu

Ogni capo d’accusa

Avrei potuto,
avrei potuto ripetere
dall’inizio alla fine
ogni tuo capo d’accusa;
avrei potuto chiamare
e chiamare a lungo,
sempre a vuoto, il tuo numero;
e sulla pietra della mia rabbia
affilare la lama del mio rasoio…
e con fragore
lasciare poi cadere
nella tromba delle scale
il corpo morto dell’amore

Avrei potuto,
avrei potuto tentare me;
ed invece no,
sono rimasto al mio posto
spiegando all’uomo e al poeta
che non esiste il verso perfetto,
che sol c’è un Golem imperfetto

Tu, Lucille

Dove sei stata, dove
con questo tempo sì grigio
che colline e vallate scolora?
Mi avevi invitato al Blue Caffè
per un drink e una magia,
qui però rimangono
i tavolini soltanto, al loro posto,
con le ombre accomodate

Hai sentito pure tu, hai sentito?
E’ morto, è morto il Re
Non c’è, non c’è più disoccupazione
per maniscalchi e azzeccagarbugli
E il cielo diventa sempre più grigio
E le lacrime giù non sanno venire
Il Re non c’è più, non c’è più Blues

Fammi vivere questo dì
Le possibilità, lo sai bene anche tu,
non tornano più, non tornano più
Quando gli aquiloni alti in cielo
fra le nuvole perdono la coda,
volano in alto, si perdono lassù

Dove sei stata, dove
con questo tempo sì grigio?
La tua innocenza nel sesso
mi commuove ancora e ancora;
la tua ingenuità fra i gerani
quasi non mi fa dormire più
Quale fiore ho colto,
per Dio, lo so e non lo so
Ma il Re, il Re è morto,
e Lucille gli riposa accanto
spenta nel canto

Dove, dove sei stata?
I campi di cotone sono gonfi,
pronti a partorire nuove schiavitù
e le possibilità, lo sai bene tu,
una volta cadute non tornano più

L’avresti mai detto?
Ho fatto del mio meglio,
ho rifiutato il peggio di me
per stare al tuo passo,
per non inciampare
sotto la sferza della frusta
Non è stato però sufficiente,
qualcuno indica lo sbaglio
che è evidente ma non a me,
così adesso siedo al Blue Caffè
In attesa di zucchero, di te

Vestiva compassione

Vestiva
compassione:
la trincea
dei suoi sguardi
persi
nell’umanità.

Sfumò la sognata gioventù

Sfumò la sognata gioventù
nel fumo della prima sigaretta;
sfigurò il primo inventato bacio
nel sorriso d’un’imbarazzata inquietudine;
cambiarono gli occhi, ma sempre uguali
nella stanchezza d’un gioco solitario.

Sei sempre tu,
Amore,
che non ti lasci molestare,
che canti ‘giustizia’.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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4 risposte a In un teatro di indecifrabile pornografia

  1. Lady Nadia ha detto:

    Bravissimo. Ti stai raffinando sempre di più, non che prima non lo fossi… certo, ma si intuisce tutto il lavoro che sta dietro e lasci una vastità interpretativa impressionante e adattabile ad ogni contesto. Sempre più belle Beppe.

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  2. Lady Nadia ha detto:

    P.S.
    La pornografia??? 😊 Io non l’ho trovata.

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Grazie, cara Nadia. Sicuramente il mio modo di fare poesia è cambiato, anche a fronte di tante letture e di qualche esperienza in più.
    Sì, lo ero anche ieri raffinato, oggi invece utilizzo parole di una semplicità estrema per dar corso a immagini e significati profondi e complessi secondo una matrice che accoglie non pochi elementi dell’Ebraismo e della filosofia buddista. Lo facevo già, oggi meglio però. E al tutto mischio un po’ di surrealismo ed ermetismo, ma solo in alcuni versi, per creare giochi di ambiguità interpretativa.

    Un caro abbraccio, Nadia.

    Beppe

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Per pornografia si intende tutto ciò che l’opinione comune considera osceno. In particolare, la prima poesia, fra le tante immagini, propone quella di una geisha in posa. Come ben saprai le geishe erano e sono “al servizio del loro padrone”: non sono però delle prostitute, no, niente affatto. Diventare una geisha è non poco difficile e richiede un lungo addestramento. La geisha è molto rispettata in Oriente. E’ un’Artista.

    In “Tu, Lucille” (da “Fiore di passione”) c’è invece un uomo che è una sorta di schiavo: Lucille, la chitarra che B.B. King salvò a costo della sua vita da un incendio, è un simbolo erotico. Be’, la pornografia qui è davvero molto soft e delicata.

    C’è un po’ di pornografia in tutte, un po’ di sana oscenità. Basta cercare ciò che dico indecifrabile. 😉

    Beppe

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