La dolce vita. Racconti brevi o brevissimi

La dolce vita

RACCONTI BREVI O BREVISSIMI

Iannozzi Giuseppe

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Sei soddisfatta?

“Quand’è che hai smesso d’amarmi?”
Lui si grattò la punta del naso con l’indice della mano destra. Non aveva voglia di rispondere. Lei continuava a ripetergli quella domanda, ogni santo giorno che stavano insieme, quando lui avrebbe solo voluto starsene in pace nel suo mutismo.
Alla fine, stremato, quel giorno, dopo che lei gli aveva ripetuta la domanda per la centesima volta, si decise a risponderle ma profondamente seccato: “Probabilmente da quando hai iniziato a pormi ‘sta domanda. E da quando ho iniziato a non rispondere. Sei soddisfatta, ora?”
Lei gli sorrise, allegra quasi: “In pratica non m’hai mai amata.”
Lui si strinse nelle spalle. E muto come un morto. E allora lei aggiunse: “Sì, sono soddisfatta. Non ce la facevo proprio più a chiederti ‘quando’ da un’eternità, anche per te!”

La sposa

Ieri ho ricevuto da un amico una lettera: racconta di sé, le solite cose che già so. In ultimo mi scrive che presto si sposerà. Ho guardato mia moglie e le ho riferito la notizia. Lei non ha fatto una piega: ha sempre odiato i miei amici, soprattutto quelli che non è riuscita a portarsi a letto. Amico, che Dio ti benedica!

Vino

“Passami il vino!”
Lei lo guardò in tralice: “Hai bevuto abbastanza.”
“Ti sbagli. Devo essere ben ubriaco per sopportare la tua castità a letto, ogni maledetta notte.”
Lei allora gli passò la bottiglia.
“Ecco, brava! Così almeno non divorziamo.”
Si riempì l’ennesimo bicchiere, un prosit levato alto davanti al volto smunto e bianco della moglie; e poi giù nel gargarozzo, d’un sol fiato.

Odor di vita

Pensava di farla finita: sarebbe stato facile gettarsi da un cavalcavia o annegarsi in un fiume. Ma non ce la faceva proprio: odiava l’idea del suo cadavere a marcire sottoterra. Amava ancora troppo la putrefazione della vita, quella di tutti i giorni.

Sfortuna

La zingara che gli aveva letto la mano non era stata né affabile né positiva: “Per te, nessuna fortuna.”
L’uomo adesso si guardava la mano: stringeva un guanto bianco, e si domandava dove fosse lei, la sua amata. L’immaginava a gambe aperte, a ridere e ad orgasmare insieme a qualche sconosciuto. Faceva bene, lei: la vita se la godeva. Mica come lui! Lasciò cadere a terra il guanto: avrebbe trovato un postribolo e un cuore dove riposare la mano.

Quel giorno non ci fu alcun duello: solo un morto d’infarto sul corpo d’una pollastrella pagata per una notte di bianca sfortuna.

Fu sepolto insieme a decine di paia di guanti bianchi. La vedova vestiva in nero un’allegria di vergini mutandine.

La cicatrice

Il chirurgo gli aveva assicurato che l’operazione era andata bene. Ma lui, il paziente, non si sentiva affatto bene. Odiava la cicatrice. La odiò fino a morirne.

Le scale

Non aveva mai potuto soffrire il senso di claustrofobia che l’ascensore gli dava, ma abitava al tredicesimo piano, e l’idea di farsi le scale a piedi non gli sfiorava neanche il cervello. Un giorno, tornando a casa dal lavoro, trovò l’ascensore guasto: a malincuore si fece la rampa di scale. Per molti giorni l’ascensore non funzionò e il poveruomo fu costretto a servirsi delle scale. Era un vecchio condominio, e l’amministratore era uno che se ne sbatteva dei problemi dei condomini: dubitava seriamente che l’ascensore venisse riparato. S’era rassegnato. Ma un giorno il cartello, che diceva “Guasto!”, fu rimosso: felice, l’uomo s’ingabbiò nell’ascensore, pigiò il pulsante e il meccanismo infernale di pulegge e catene cominciò a funzionare. Ad un certo punto s’inceppò: l’uomo imprecò, urlò a squarciagola, ma non c’era nessuno che lo sentisse o che volesse accogliere le sue grida. Aveva pensato che quelle maledette scale, un giorno o l’altro, gli avrebbero provocato un infarto; e adesso aveva una fottuta paura di prendersi un coccolone perché prigioniero.

Bandiera

“Ho detto, nessuna bandiera!”
“Perché? Vorresti forse dire che il tuo lamento non è forse una bandiera?”
“Che intendi dire?”
“Ah, niente! Solo che sei troppo facile a bruciare bandiere, tranne poi lamentarti con gli altri di te stesso, sempre sbandierando animo focoso.”

Tacchi a spillo

Lei se ne andò scalza, in punta di piedi, in un giorno di primavera. L’amante neanche se ne accorse. Era ancora addormentato a sognare un’altra primavera, qualcuno che lo svegliasse col passo penetrante dei suoi tacchi a spillo.

Profondità in birreria

“Hai poi trovato la tua profondità?”
Quello lo guardò stralunato. Non c’era davvero bisogno che gli porgesse altre domande per sapere: l’amico s’era perso in sé stesso. Lui, invece, continuò, in silenzio, a centellinare la sua fresca birra, gettando maliziose occhiate alle belle chellerine che passavano di tavolo in tavolo a prendere le ordinazioni.

L’editor

‘Sapeste voi che noia! Son tutti presi a scrivere versi o a tentare il ghigno d’una scimmia. Ed io, io che dovrei fare? Li lascio fare, ma che non venghino a scocciarmi poi con le loro assurde pretese d’esser pubblicati e d’aver pure il serto.’ Così pensava un vecchio editor sommerso da un mare di dattiloscritti che aveva letto sì, ma mai per intero. Mai. Suo brutto vizio era quello di leggere nome e cognome dell’Autore, poi il lavoro finiva, nel migliore dei casi, in mezzo alle ragnatele del suo bureau. Qualche volta gli arrivava una lettera in bella calligrafia scritta su carta pergamenata: allora l’apriva, la leggeva con attenzione, guardava il plico allegato e si diceva che “sì”, quello era libro che non aveva bisogno d’esser letto per esser subito pubblicato, ovviamente non prima d’aver incontrato l’Autore e d’essersi fatto idea precisa se questi poteva tornargli utile per allargare il giro delle sue conoscenze. Solitamente gli andava bene, perché chi gli inviava lettera pergamenata era uno coi danè disposto ad allargarsi in un abbraccio.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a La dolce vita. Racconti brevi o brevissimi

  1. Lady Nadia ha detto:

    Questo scialbo mondo. Bella raccolta!

    Mi piace

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Scialbo o triste. Non l’ho ancora ben capito neanche io. 😉

    Beppe

    Mi piace

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