Sulle orme di Leonard Cohen

Sulle orme di Leonard Cohen

Iannozzi Giuseppe

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ALLA CORTE DELLA TUA BELLEZZA

Un giorno mi vedrai andar via
con tutti i miei fogli bianchi bianchi
e la penna nella tasca della giacca
Sul mio capo una colomba e un corvo
annunceranno ai quattro punti cardinali
che ho fallito e che la volpe ha desiderio forte
ma non zampe lunghe per l’uva in alto

Il cielo prenderà il colore della sconfitta
tuonando imperiose minacce, ma senza
una sola goccia di pioggia
In quel momento capirai, capirai bene
ch’ero soltanto uno dei tanti incapaci
alla córte della tua bellezza
In quel momento piangerai
una lacrima che non mi sarà dato
di vedere

Non ho mai avute grandi promesse
ma immani pretese sì, e per questo,
per questo sono finito al tappeto
– alla córte della tua eterna bellezza

Mi chiedevi poesia e non altro
Ero impegnato a gridare il mio nome
Mi chiedevi gioia e non altro
Ero impegnato a segnare il mio passo
Mi chiedevi un’ora d’amore
Ero impegnato a contare i fogli bianchi
Capirai ch’ero soltanto uno dei tanti
incapaci alla córte della tua bellezza

Capirai ch’ero soltanto uno dei tanti
incapaci alla córte della tua bellezza
Così tutta la bianchezza delle poesie
mai scritte prenderà il volo dalle mani

Capirai ch’ero soltanto uno dei tanti
incapaci alla córte della tua bellezza
Così tutta la stanchezza delle mani
punterà al cielo facendo i pugni duri

Come uno che ha fallito
(Ero solo uno alla córte della tua bellezza)
Come uno che ha fallito
(Ero solo uno alla córte della tua bellezza)
Come uno che è finito male
(Ero solo uno, uno che ci ha provato)

ASCOLTANDO VOCE DI RASOIO

Io mi chiedo perché
Sei sparita quando dicevi
che andava tutto per il meglio,
che le tue ciglia non mordevano lacrime
Sei andata via
lasciando un buco nella vita mia

Alle pareti sopravvivono le tracce
di tutti i quadri che hai portato con te
Sulla scrivania, accanto al calamaio
riposa la cornice
che fa prigioniera la tua immagine
Sei andata via nel più freddo giorno d’inverno
Hai detto che andava tutto a meraviglia,
che non mi dovevo meravigliare
se ridevi a ogni ora
Però ti accendevi poi una sigaretta
e la mano l’allungavi verso il bicchiere pieno

Sei andata via ch’era quasi Natale
Qui fa un freddo cane proprio come allora,
le strade sono battute da uguale solitudine,
gli ambulanti vendono castagne calde in strada
e i bambini giocano a palle di neve
E’ che non me ne sono fatto ancora una ragione

Chissà se adesso mi stai pensando
o se mi stai dimenticando nell’orgasmo
d’una nuova felicità a me ignota più della verità
Ma sono solo gli oziosi pensieri
di uno che piano piano aggiusta la puntina sul piatto
per poi accasciarsi in poltrona
sotto la voce di rasoio di Cohen

Sei andata via
in un giorno che non potevo sospettare
Non ti potrò perdonare mai:
il clima di festa mi ha sempre danneggiato
Sono ancora qui al punto di partenza,
preso sotto inganno
in un Natale e una primavera di rane,
mentre rimetto a posto la puntina sul vinile

Manchi tu, ma Gesù risorge sempre
Sempre uguale a sé ogni anno
Ogni anno in silenzio ti rimpiango
insieme a tutti i miei dischi in vinile

MAESTRO, MIO MAESTRO LEONARD COHEN

All’improvviso
un silenzio di silenzio
sul sogno della perfezione calato
Non era in programma,
non era proprio in programma
dimenticare l’impermeabile blu
in questa casa piena di poesie

Ma nel tuo tè una rosa d’amore
ha lasciato cadere Marianne,
ti sei così addormentato
cullato dal canto dell’Angelo,
dal magico suono della sua voce

Milioni di baci dimenticati,
naufragati e ripescati
dal Mare della Discordia
Ma sull’alba vigila la Colomba
costringendo lo sguardo di Dio
a un esame di coscienza
per una più profonda ispirazione

Non era in programma,
non lo era davvero,
così sul piatto della bilancia aggiusta
la tua domanda, e fallo adesso, adesso
perché è una questione al di là
delle possibilità della realtà,
lo sappiamo bene entrambi
Accorda il violino dell’Ebreo
che, al padre dimenticato
fra le lune delle calende greche,
non chiedeva mai pane né pesci,
e lascialo poi scivolare lontano
Lo sappiamo bene entrambi
che il discorso fra me e te
riposa in sospeso, sappiamo
che nulla mai si perde per sempre
sul pelo dell’acqua

Forse non ti ho mai raccontata
per filo e per segno tutta la verità;
e forse ho sbagliato ad amare
più di quanto fosse giusto
E queste poesie, queste donne
ripetono la mia cifra, ti ripetono
che soltanto per un pelo
non sono riuscito a chiarire il Nome,
Signore

Per questo, per tutto questo
con mani penitenti
fra il poco e il tanto
che al tempo rauco ho donato,
dal cavo della notte la mia voce scava;
e il famoso impermeabile blu
insieme al rasoio lascialo riposare
là dove giusto ieri l’ho dimenticato,
là dove con lo sguardo giusto ieri
l’ho incrociato

MERITIAMO UN ATTIMO DI RISPETTO

Tutto è pronto
Come sempre,
come sempre aspettiamo
che il cielo esploda
per nostro dispetto

Al punto cui siamo
meritiamo un attimo di rispetto,
un finale mozzafiato,
l’Aurora che ci illumini
da qui fino a Nuova York

A questo punto
segnato è il punto
sopra la coccinella nera
e la mano che ne sorregge
il cammino con illuso coraggio

I bicchieri da tempo vuotati,
i volti degli stranieri
senza uno straccio di faccia,
e, e le donne che non immaginano
che come sempre aspettiamo
che dalle porte delle chiese
escano allo scoperto urlando
del Sabbath milioni di tradimenti

AMANTE MIA

Avanti, avanti Amante mia
Getto la maschera di gesso
Da tempo s’è fatto il gioco
quello d’un delinquente,
pesante nonostante la leggerezza d’angelo
dell’anima tua che alla mia s’accosta
per insegnarmi del dì la luce tra cieli
che si perdono dall’Irlanda al Canada

Avanti, avanti Amante mia
Questo dì si è appena sposato
a un ricamo di bianche nuvole
che mi lasciano senza fiato
– che mi lasciano supporre
la profonda bellezza delle tua gamba
prigioniera d’una giarrettiera

Non ho soldi in tasca
e nemmeno illusioni da sbandierare
per farne grido di rivoluzione
tra i fischi dei treni giù in stazione
Batte però forte il cuore, e ho sogni,
sogni che nel tuo sguardo
mi nascono al mattino
e che mai muoiono
alla sera negl’occhi tuoi

Amante mia, sol ti chiedo
di non lasciarmi
Non tengo il coraggio
di restar fermo
tra gli arrivi e le partenze
in ginocchio pregando il cielo
che cambi in meglio la vita mia
Impossibile cambiarla
perché tutto quello,
tutto quello che di bello ho
l’ho da te imparato

Avanti, avanti Amante mia
In questo dì che si spande all’infinito
– una volta per tutte – asciuga le lacrime
e diglielo a quelli che di te si prendono gioco
che lui che t’ama non ti lascerà per un’altra
né oggi né domani
né quando l’eternità sarà su noi
Avanti, diglielo a quei brutti ceffi
– che le mutile loro arpe più non accordano –
che la musica dell’amore per sempre dura
quando un uomo e una donna
le loro mani legano

Avanti, Amante mia
Getto la maschera di gesso
Asciuga le lacrime e reggimi la mano
Non abbiamo bisogno d’altro che di noi
… che di noi

SUONO L’AUTUNNO

Avevo voglia di una musica triste
come foglia portata via dal vento
– dal tempo –
perché oggi c’è che amo solo te
che non sai quel che invece io so
fra i sorrisi spenti di tutta quella gente
che nella vita mai ha avuto niente,
un mendicante un poeta un Pierrot

E viene l’autunno, siede accanto a me
All’orecchio soffia piano un “Cosa c’è?”
Muto e niente, intono poi un canto
Mi dico stanco, ma c’è, sempre c’è
che in tanti hanno avuto meno di me,
nemmeno la fortuna di vivere una luna,
di veder l’autunno e i bruni suoi colori
Ed è così che, che ripeto a me
“Che c’è, cosa c’è che non c’è?”

Ed è così che, che ripeto a me
“Avevo voglia di una canzone,
di parole solamente per quel che c’è
Per quel che in amore c’è e non c’è
tra un silenzio e l’infinito…
tra il già detto e quest’autunno di foglie
che suono e stono”

IN CERCA DI SAGGEZZA

Seguendo della saggezza la coda,
sempre perdendo la strada
per subito ritrovarla sotto ai piedi miei,
un giorno io lo so che la Montagna
mi darà quel che albe e tramonti in città
non han saputo scavare in me.

Dalle amanti dimenticato e seppellito,
respirando il genuino odor caprino,
infine l’alta Mèta con mano toccherò.

NEL FUTURO

La lieve pestata, il vento
a pettinarmi la barba,
le campane tibetane al mattino,
tutta la meraviglia sconosciuta
a costo zero nell’animo mio avrò.

I.

Ed io e il mio io,
che insieme contiamo sì,
ma quanto il due di picche,
facciamo quel che possiamo,
non bene non male;
poi a tarda sera confidiamo
in una bottiglia di vino
che se non ci dà allegria
almeno almeno in un sonno di piombo
ci sprofonda;
e se sarà per sempre o no
chi se ne fotte.

II.

Quante bottiglie di rosso
per toccare delle radici
la morta vita
nel Sahara ben piantata?
Chiedo al Salice Piangente
e a quelli nell’Oasi immaginata:
nessuno sa… sfioriscono però
nel giardino dell’infanzia le rose
e finge distrazione il filosofo di Basilea.

Nessuno sa chi ancor sul vivere
e chi invece con l’acqua alla gola;
fa quasi impressione la notte,
di gente fuor di testa, vuota.
Fortuna c’è un nero nero gatto
che tra i rifiuti a capofitto si getta
sollevando un pandemonio
che manco Paganini col suo violino.

III.

Essere alto,
in alto puntare,
in lungo e in largo cercando
di Omero le cieche orbite;
perdendo le ali,
le contraddizioni
che la lira di Apollo
la ridussero
in schegge di silenzio.

Per un foco nuovo,
per l’artifizio
che Berlino inginocchiò,
esplodere più reali fantasie;
al di sopra di genti e nuvole
non più argentee nebbie
che la mente spengono
in vano peregrinare
fra deragliate disgrazie…
futili da raccontare.

SE UN GIORNO

Se un giorno non mi amassi più
Se un giorno non mi sparassi più
Se un giorno mi dovessi dar le spalle
senza nemmeno avvertire il tocco lieve
del mio fantasma perso fra le foglie
a cadere dai cipressi
per vortici di solitudini
Se prendendomi di mira con la tua pistola
una pallottola di lacrime ti dovesse sfuggire,
ricordati che m’hai ucciso già una volta
Ricordati che oramai vivo nel tuo cuore,
in una polaroid che potrai colorare
con la tua anima – in una polaroid
che potrai dare al vento in mille coriandoli
per farmi dispetto
Ma se dovessi amarmi
brutto e cattivo come sono
Se dovessi nutrire
per questo scemo l’incanto
che ti ferì la prima volta
che i nostri sguardi complici assassini,
allora ti stringerei forte forte
per isolare fra gl’avelli le solitudini
che nel cuore graffiano a sangue l’aria
Per eternarti con la felicità che so

CROCE

Per te ho dimenticato il cervello
Per te ho curato l’amore d’un bordello
Per te ho lavato la faccia di Dio
Per te ho danzato sotto la pioggia
Per te ho detto addio alla carta d’identità
Per te ho ucciso un fiasco di vino
Per te ho prosciugato il mare e il mio sangue

Niente ti è mai bastato
Non è stato sufficiente un mazzo di rose
Volevi tu solo la mia croce

REQUIEM

Tra le costole della Balena Bianca scivolammo
Non c’era proprio nessuno che potesse qualcosa
Nel ventre buio dell’umana tempesta prigionieri
sol sentimmo e accusammo mostruose solitudini
che in nessun’èra dell’uomo mai l’anima scavarono
Fra aliti e sbruffi d’ascosa profondità cercammo
pur sapendo che nessuno di noi mai e poi mai
sarebbe potuto tornar a ieri
con la mano a oscurar del sole la luce

Spezzava l’incessante pioggia di sangue le schiene,
sdraiava i morti pria che dalle labbra loro un’avemaria,
sìcché or mi dimando se e a che valse esser da madre partoriti
pur sapendo che qui, in un debol fiato, risposta non ci sarà
Ma come per le aquile libere e sulle innocenti prede attente,
come per il coltello, dietro alla porta semichiusa, in attesa
prima o poi il Requiem che il cerchio della vita chiuderà

Mala speme fu fallo e tarlo di sfidar di Poseidone l’ira

Donne e parole - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario

Leggi qui la recensione di Marco Zunino

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Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen - Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario

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Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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