DARIO ARKEL – IL CLOWNDESTINO – Intervista all’Autore di Iannozzi Giuseppe

DARIO ARKEL – IL CLOWNDESTINO

Intervista all’Autore

di Iannozzi Giuseppe

Il clowndestino - Dario Arkel

Il clowndestino – Dario Arkel

1. Dario Arkel, Il clowndestino. Piangere per ridere (David and Matthaus) è il tuo ultimo lavoro, un romanzo di formazione in bilico fra un cuore deamicisiano e uno coheniano. Quale necessità o esigenza ti ha spinto a scrivere Il clowndestino?

Ho voluto raccontare gli anni ’70, così diversi e pure così uguali alla nostra epoca. Meritavano un tratteggio, un passaggio, una divagazione. In quegli anni si è cominciato a parlare di ambiente, di consumi, di Stato sociale anche in Italia. Il juke-box mandava “Sognando” di Don Backy che trattava i temi dei reclusi in manicomio, quindi venne Basaglia. Le bombe, gli attentati incrudelivano la Società che da un lato prendeva coscienza e dall’altro cominciava spaventosamente a regredire. Pochi ragazzi si occupavano della realtà intorno a loro e pochi si agitavano per vera militanza, e la scuola superiore era sigillata in una mentalità perbenista con tratti subdolamente fascistoidi. Le famiglie venivano dalla dittatura e dalla guerra, vivevano il benessere materiale con tosta acquiescenza verso la chiesa conservatrice, così com’erano state in larga misura d’appoggio al fascismo. Era questa la classe borghese del Nord. I loro figli non potevano che inaugurare la stagione della competizione, della ricerca del “vello d’oro” di cui ammantarsi: tutti i loro figli sarebbero stati avvocati, medici, giornalisti, giudici, ingegneri, uomini di potere. I genitori non si occupavano – egualmente ad oggi, del resto – del bambino o dell’adolescente nel mentre è bambino o adolescente, ma ne impostavano il futuro, imponendo loro un comportamento conservatore con straripante e laccata affettività d’accatto. Pochi, nella borghesia, erano estranei a questo bel mondo. Capitavano di rado ragazzi al di fuori di questa schiera, e questi provenivano da realtà povere, contadina della campagna o operaia dalla periferia, oppure presentavano anomalie psicofisiche o etniche che li escludevano dal gruppo privilegiato. Questi soggetti disagiati spesso erano gli ultimi della classe e sparivano dopo un anno di ginnasio. Ricordo diversi di questi volti stanchi, appisolati in fondo alla classe o casinisti fuori-classe. Poi, la musica e Genova fanno da sole questo libro: una Genova una volta tanto non di vicoli, ma della luce solare, delle visioni aperte dall’alba al tramonto, alla confluenza della cornice tra Alpi e Appennini. Una città sbarrata all’imbocco del suo antichissimo Centro storico, in fondo un’altra città, ricreata per evitare mescolamenti impropri. Ho voluto parlare della città di Giano bifronte, separata in due come nel ʼ500 – l’odierna Via Garibaldi, monumento dell’Unesco, era la Strada Nuova costruita dai ricchi d’allora e divideva la città dei possidenti da quella dei lupanari dei vicoli e dell’angiporto e del porto, ora detto Porto antico, divenuta realtà di riferimento per il turismo – e porre in metafora la divisione in classi della gioventù metropolitana di quegli anni. Oggi il Centro Storico è al contrario ambìto dalla borghesia quasi come una curiosità esotica, per lo meno in alcune sue parti. Il libro è questo contrasto, tra il bello e il brutto, il ricco e il povero, il dotato e il non dotato, l’attivo e il placido. La luce e il buio.

2. Leggendo il tuo romanzo, Dario Arkel, con un po’ di sana malizia, ho anche pensato che la storia che racconti non sia soltanto il frutto di una scatenata fantasia, penso infatti che Raffaele Magenta, il protagonista de Il clowndestino, sia il tuo alter ego; poi, se sia esso un alter ego ideale o no, questo vorrei lo spiegassi tu.

Dario ArkelNon è il mio alter ego, è un personaggio simbolico, un ragazzo diverso, disagiato, senza aspettative, con la speranza trattenuta nel vaso di Pandora. Da ragazzo ero lontano da lui, e pure lontano dal suo “opposto” Damian Dihlberg, che è il migliore di tutti. In Raffaele Magenta non c’è nulla di certo. Anche i suoi dubbi non raggiungono mai la definizione classica del dubbio. Galleggia nell’incertezza tanto da adolescente, quanto da adulto. La sua famiglia si è dissolta, lui è quasi cieco, piccolo e sgraziato. Ma come niente è bello in lui e per lui, così niente è brutto in lui e per lui. Inoltre la sua è un’origine ebraica che neppure lui sa spiegarsi: si sente avvolto in una tradizione, ma vive questa come una condizione inafferrabile, rimanendone stupito per primo. La sua diversità si manifesta al primo impatto con la scuola, con i compagni e gli insegnanti. Quell’ambiente richiuso su se stesso lo allontana, e lui si estranea costruendo una sua blindatura. La sua sensibilità, notevole, è racchiusa in sé, non si esprime mai all’esterno e preme sulle pareti del suo io. Questa pressione riesce a contenerla a stento e fa di lui un frustrato. Tuttavia la sopportazione, come dice il Libro di Giobbe, crea la speranza e, soprattutto, trasforma l’uomo in profondità. Raffaele ammira le scritture anche se non è religioso. Ammira però l’idea della trasformazione del nero in oltrenero e quindi nella luce più forte. In certi momenti, ecco!, in lui scatta la volontà di rivincita, ma subito dopo si affievolisce: che cos’è vincere? Che cos’è perdere? e, soprattutto, ha importanza competere? Da adulto, troverà i suoi studenti pigri e opachi, già sconfitti dal setaccio della competizione, e lui si sentirà coinvolto al punto da sostenere che l’unica vera ribellione è quella di non essere engagé, non essere impegnato in nulla perché nulla vale la pena. Anche questo pensiero del resto non lo impegna perché non lo convince. È il pilpul talmudico che si afferma in lui, e quando giunge alla soluzione di un problema decide di non volerlo risolvere perché in fondo il gioco interiore non consiste nel raggiungere una mèta o il bersaglio, ma nel percorrere il cammino. Tanto che, in un dialogo affettuoso con Elena, alla domanda “Qual è il tuo libro preferito?” egli risponde, in prima battuta “Il Talmud”, ovvero il libro interminabile della confutazione.

3. Raffaele Magenta, o Tonto, è da sempre innamorato della bella Elena, che però in lui vede soltanto una sorta di fratello. E’ questo un tipico caso di amore non corrisposto, che spinge Raffaele a credersi brutto, a rappresentarsi come Calibano. Per quanto Raffaele cerchi di sedurre Elena, con l’intelligenza e la tenerezza, alla fine deve capitolare e lasciarla andare fra le braccia di un altro. Chi è in realtà Elena? E: che cosa rappresenta per Raffaele? forse l’ideale della bellezza, l’icona dell’eterno femmineo, l’Elena di Troia, l’impossibile conquista e la disgrazia che ne consegue?

C’è, nel personaggio, la classicità shakespeariana di Calibano, tale da evitare gli specchi, sino alla fine del suo racconto. In effetti, per contrasto, il suo non è un travestimento, Raffaele è davvero brutto e disagiato, le ha tutte con sé. Elena rappresenta il collegamento con il mondo gentile, colei che riesce a muoversi a suo agio oltre l’estraneità da altri attribuita al non essere conforme (cristiano), e ciò in virtù della sua intraprendenza e soprattutto grazie alla sua bellezza. La bellezza di Elena – questo nome è una chiave, come hai ben colto – è l’apertura al mondo e Raffaele è attratto da lei, non solo per cultura e per l’amicizia che dura sin dall’infanzia, ma anche perché proprio quella bellezza attrae, come lui, anche i ragazzi cristiani. Apprezzandola, amandola, come alcuni ragazzi della sua scuola, in qualche modo si rende omogeneo al pensamento consolidato. “Una bellezza ebraica cui aspiro mi integra col gruppo dominante”, sembra suggerirci. Elena rappresenta quindi la possibilità di “emancipazione” sociale (mai religiosa o di tradizione, ben inteso) che rivela il risvolto psicologico del romanzo circa l’impossibilità di afferrare la bellezza, il dono primigenio e spontaneo che non ha toccato Raffaele; lui istintivamente cerca di rubarla a chi ce l’ha, mostrandosi insieme a lei, congiunto al bello. Difatti, a Raffaele non basta l’amor proprio, che peraltro non sembra far parte di lui pur potendovi aspirare, ma ricerca inconsciamente l’autostima, ovvero il riflesso positivo della sua presenza negli occhi degli altri. Questo lo può fare, secondo il suo inconscio o istinto, solo restando a fianco a Elena. Impossibile dunque il rapporto fisico tra loro, resta la complicità mentale-spirituale che sopravvivrà per tutto il romanzo, anche se interrotta più e più volte. In fondo Elena rappresenta per Raffaele il lasciapassare per entrare nel mondo umano consolidato.

4. Raffaele Magenta è uno spirito inquieto, generoso (forse troppo generoso), sensibile: ha in sé un po’ tutte quelle qualità che, di solito, le donne amano in uomo ma solo se questi non è nel loro letto. Magenta vive alla giornata, non fa grandi sogni, insegna e rivanga il passato. La sola cosa che gli riesce bene è di dormire e di buttar giù, nel gargarozzo, generose dosi di s-chianti. E tu, Dario Arkel, sei come Raffaele o sei invece più vicino a essere sempre e in ogni caso parola affilata sulla lama di rasoio.

Non sono un sognatore, ho rispetto per quanto mi gira intorno. Non ho mai avvertito in me la pulsione di impadronirmi delle doti interiori di chi ho conosciuto. Ricerco la complicità e in essa trovo una parte della felicità. L’altra parte la trovo amando gli esseri umani nel contesto di condivisione naturale. Non amo invece l’artefatto, il falso, l’imitazione, e neppure il travestimento umano, la furbizia interessata. Preferisco, per fare una metafora, il cemento delle città all’artificio di un bosco di plastica. Nel mio cammino ho conosciuto persone che hanno rischiarato l’orizzonte della mia vita. Apprezzo chi non si lamenta, chi fa il suo in modo consapevole e responsabile, chi non è schiavo del tempo né del denaro né ricerca il potere. Il mio modello umano è Janusz Korczak, il medico-pedagogo ebreo-polacco che morì con i suoi orfani a Treblinka nel 1942. Quando aveva 7 anni cominciò una campagna per l’abolizione del denaro… Nel 2013 ho pubblicato un saggio intitolato “Il pianeta condiviso – per una pedagogia della condivisione” nel quale sostengo che l’umanità debba considerare il Pianeta come un fratello maggiore da rispettare. Che fa un Pianeta? Nutre esseri e al contempo orbita il suo enorme masso: entrambe le funzioni servono per le formiche che siamo, ma la seconda necessità va intesa anche come l’invito per l’uomo al vagabondaggio poetico-onirico. In me si può dire alberghino alcuni aspetti di Raffaele e altri dell’antagonista, Damian Dihlberg detto Dadi, fusi tra loro e sempre in conflitto. Il primo mi porta alla disperazione, il secondo mi porta un’esaltazione da contenere. È il conflitto tra l’esistenza e la bellezza degli atti della vita (il primo dei quali è respirare, il secondo respirare con gli Altri, co-spirare). Tra queste due strade si situa l’impegno, meno militante di un tempo ma più meditato, sulle possibilità del mio fare per offrire parole favorevoli e accoglienti all’umanità che mi circonda.

5. Il protagonista del tuo Il clowndestino. Piangere per ridere, anche quando adulto vive in bilico, senza sicurezze e certezze: i fantasmi dell’adolescenza gli sono rimasti, per così dire, avvinghiati addosso, ostacolano i suoi passi, le sue mosse; Raffaele vive per sopravvivere a sé stesso, accettando persino di essere un cattivo ebreo sulla via della scomunica (Cherem). Possibile che l’amore non ricambiato verso una donna possa distruggere un uomo relegandolo per sempre nella prigione dell’adolescenza?

Tale amore, per quanto intenso e talvolta irragionevole, non fa sfuggire a Raffaele la sua missione principale, ovvero quella di dubitare. Un cattivo ebreo, se lo diventa, non è perché lo vuole ma perché, sprovvisto dell’ancora della sua salvezza, Elena, non riesce a ritrovare più l’animo di costruire una filosofia resistente per svernare nel mondo degli uomini. Tutto ciò, però, è interiorizzato. Il suo successo negli studi è evidente, il suo modo è solitamente gradevole, ma lui sa: sì, sa di non essere veramente accettato per quello che è dagli altri che vorrebbe amare. Su questo concetto non transige: ama l’Altro, ma non trova appigli per verificarlo. Ogni rapporto gli sfugge. Per questo sarà per lui una vera gioia rincontrare i suoi vecchi compagni di scuola, da adulto. L’amarezza per Elena, allora, sembra ridursi drasticamente, e in lui uno spiraglio di liberazione si affaccia. Può trovare una sua condotta aldilà di lei. Quand’ecco che, all’improvviso e casualmente, ella…e allora lui tornerà ad essere l’adolescente di prima, nel suo intimo, ricominciando a sognare e a porre la speranza come primo dovere della sua riflessione stringente e incorruttibile. L’amore, in effetti, è la parte principale e costante della condotta di Raffaele, e questo è ecumenico ma, dovesse concentrarsi su una persona sola, questa sarebbe Elena.

6. Elena contrae matrimonio con un ragazzo più o meno “teutonico” che non la ama affatto e di cui è però, alla sua maniera, geloso; e Raffaele diventa un triste professore: insegna in una scuola osservando i giorni scivolargli via fra le dita. Ed, inoltre, entrambi sono vittime e carnefici di sé stessi. La storia di Raffaele ed Elena si tinge di una coloritura tragica, impossibile da stornare, come nelle tragedie di Euripide e Shakespeare. Si può dire che entrambi, Raffaele ed Elena, hanno operato per dar corpo al proprio male?

No, non si può dire questo. Primariamente, Damian ama riamato Elena all’inizio del loro rapporto, poi cambierà rotta, divenendo un homo rapax, termine di Janusz Korczak, facendosi sedurre dal potere e dal denaro obbligandosi così ad allontanare le parti sane della sua vita, Elena e figli compresi. Per Raffaele, invece, che non ha conosciuto l’amore nei termini “biblici”, il male non esiste, ma esiste il vuoto dei giorni, la vanità dei sogni, l’incedere del fumo delle sigarette, la nostalgia e l’impossibilità della conoscenza corporale dell’Altro. Il suo è un fallire in partenza, ma è anche l’oggetto che riavvia la motivazione a credere nella libertà e nella propria autodeterminazione: la morte della madre è uno dei punti fondamentali del libro. Con essa si chiude un’adolescenza durata quarant’anni. Il resto è il rimasuglio di una sconfitta alla quale Raffaele resiste opponendo la sua elasticità mentale, il privilegio di dilatare i tempi o restringerli a seconda che piacciano o meno. Non rincorre la ricchezza né più Elena, vede solo i suoi studenti, come il prof. Unrat del racconto omonimo di Heinrich Mann, vede l’ancoraggio ironico a un mondo che finalmente, come lui stesso, si allontana dalla precisione benevola delle sue orbite, proponendo nuovi massacri, rinnovate sperequazioni e ingiustizie, insomma: osservando come la corruzione del mondo porti all’evidenza dell’inutilità degli sforzi umani, lui comincia a sentirsi come miracolato nella sua nicchia di inutilità presunta perché ora può sentirsi utile, è il momento in cui può farlo. Elena, all’opposto, che ha conosciuto l’amore totale, appare disillusa, ma di certo non è vinta, e ritrova un senso oltrepassando la sofferenza. Ed è qui che Raffaele ed Elena possono tornare a parlare un comune linguaggio, riscoprendo il loro recondito e remoto codice.

7. Un giorno Raffaele scopre che nella classe dove insegna c’è un ragazzo, David: è questi il figlio di Elena. Il professore, dal cuore scassato che quasi più non batte in petto, si innamora della genuina bellezza di David. Professore e allievo diventano, per così dire, amici. David è per Raffaele come un figlio, ma è anche la bellezza, una bellezza drammatica, inavvicinabile, per molti aspetti vicina a quella ritratta da Thomas Mann nel suo romanzo “Morte a Venezia”. Il rapporto d’amicizia fra professore e allievo è quantomeno ambiguo! Cerca David nel professore quel padre che lo ha abbandonato, o cerca forse qualcosa di più?

Vi è, nella sofferenza soffocata di Raffaele qualcosa che affascina questo ragazzo. Più ancora dei suoi racconti, David trova non tanto un padre ma un mentore che indica un cammino pacifico e di rispetto. Cercando se stesso, cioè un metodo per potersi affacciare alla vita sociale, il giovane prova a riportare il vecchio a considerare le parti migliori di sé, lo induce a credere nella possibilità dell’amore fisico, lo aiuta a rifondarsi. Siccome il romanzo è realistico, questa redenzione non avviene, ma, nel corso del tempo, affiorerà nelle azioni e nei pensieri di Raffaele sino a fargli percorrere un nuovo cammino nel quale potrebbe cimentarsi. In sostanza, avviene un episodio di empatia nel quale il ragazzo conduce il suo professore. Senza parole né concetti ma con la sola presenza fisica e il profumo della gioventù, un qualcosa di selvaggio che tende a ripristinare l’idea del sole nella polverosa casa-inconscio di Raffaele.

8. Come già detto, per Raffaele l’adolescenza non è mai finita: sopravvive a se stesso fumando insegnando e dormendo. E se è vero che ne Il clowndestino convergono tante tematiche care a De Amicis, a Leonard Cohen, a Saul Bellow, impossibile è non riconoscere che la Genova di Raffaele Magenta non è poi troppo dissimile dalle strade di Budapest descritte da Ferenc Molnár nel suo “I ragazzi della via Pál”. D’obbligo a questo punto, Dario Arkel, chiederti quali autori ti hanno maggiormente influenzato.

Dario ArkelMolto ci sarebbe da dire su questo argomento, pur considerando che chiunque scriva trova un modo suo, anche involontario, di scrivere. Ne verrà fuori una risposta piuttosto affollata di volti, pensieri e biografie. Cercherò di essere molto sintetico, considerando, però, che io per primo so che “Il clowndestino” non ha parenti stretti né nobili né popolari. Intanto il mio rapporto con la lettura è via via mutato: ho letto molto in gioventù, soprattutto romanzi e poesie, mentre ora leggo maggiormente saggistica. Avevo l’idea di ritrovare sempre qualcosa di me, del me ragazzo, in quanto leggevo e questo mi affascinava. Da anni sono diventato come Beppe Fenoglio che aveva smesso di leggere quando e perché scriveva. Non si tratta di scarso interesse per gli autori contemporanei, ma della sensazione di non essermi espresso del tutto e sino in fondo, benché quantitativamente la mia produzione sia piuttosto cospicua: credo si tratti di difendere quanto ho ancora dentro di me, il timore di poter corrompere l’impegno di analizzare e sfrondare e quindi rendere parola scritta le mie sensazioni più forti. Amo molto gli autori classici, a cominciare da Montaigne, che inventò lo scrivere moderno e contemporaneo parlando di se stesso e delle sue riflessioni su qualsiasi argomento interessasse la sua vita. Camus mi ha portato la luce della sofferenza che porta al bello e giustifica il vivere. Kafka è stato il maggiore ispiratore e, per me, il punto di riferimento delle possibilità dello scrivere. Dostoevskij lo trovo insuperato nei monologhi, benché Thomas Bernhard abbia inaugurato un modo nuovo di costruire il dialogo interiore. Peter Handke voglio citarlo per l’atmosfera nuova, impalpabile e poetica di una narrazione universale. Bolaño, che conobbi giovanissimo, per la capacità di costruire trame ad intrico. Così come Ernesto Sabato, che con “Il rapporto sui ciechi” in “Sopra eroi e tombe” porta l’assurdo a livelli realistici. Un romanzo che mi portato più strettamente d trattare l’argomento dell’adolescenza è stato il notevolissimo “La città e i cani” di Mario Vargas Llosa autore che però in altri libri mi ha stuccato. Come puoi facilmente osservare la maggior parte di questi autori sfuggono al mio modo di scrivere, almeno in apparenza. Ai citati, non posso non aggiungere gli scrittori ebrei, e non solo, del Centro-Est europeo e israeliani. Fanno parte della mia tradizione Singer, i due fratelli, Agnon, Stefan Zweig, Joseph Roth, Gombrowicz, e tanti scrittori ungheresi (compresi Ferenc Molnár, Tibór Déry, Sándor Márai, ecc.) tra i quali la punta d’oro di László Krasznhorkai, autore degli immensi film di Béla Tarr. Infine, però, fammi aggiungere una cosa che forse ti stupirà ulteriormente: coloro a cui devo di più, scrivendo e pensando in italiano, sono quattro scrittori diversissimi tra loro per genere, provenienza, formazione, carattere e personale impegno: il mio mentore Paolo Volponi, Claudio Magris, Giorgio Bassani e lo scrittore-a-getto-continuo Giorgio Scerbanenco.

9. Lo dico senza mezzi termini, in maniera diretta: in qualità di critico letterario sono dell’avviso che il tuo Il clowndestino è uno dei migliori romanzi pubblicati nel 2016 e non solo. L’ho letto tutto d’un fiato. Capita di rado, oramai sempre più di rado che legga un romanzo di un autore contemporaneo e che mi piaccia. Il tuo lavoro è nobile e sopraffino, equilibrato nello stile e non poco ricco di sostanza. Ne Il clowndestino convergono tante realtà sdrucite e tutte sono all’ordine del giorno, anche se i più fingono di non vederle rassegnandosi a non farne minima menzione né in strada né in casa. Qual è o quale sarebbe il pubblico ideale per Il clowndestino, un romanzo di formazione sì, ma non solo?

Non penso, una volta tanto, che “Il clowndestino” sia un romanzo inadatto a qualcuno. Penso davvero che, come ogni libro che si prende tra le mani, abbia bisogno solo di un po’ di attenzione. Certo, chi cerca la sensazionalità può restare deluso. Ne “Il clowndestino” non ci sono scene del mondo che tutto butta via, ma la resistenza etica e morale di chi crede nell’uomo spirituale, ironico, non innamorato di sé che sa rispettare e ascoltare l’Altro. Lontano dai romanzi americani dove tutti sono pionieri e fatti da sé, nel bene nel male e nel peggio. È sicuramente adatto a un pubblico di mezza età e anche oltre, ma anche agli adolescenti che possono ritrovare qualcosa di sé. Tendenzialmente, direi che “Il clowndestino” è un romanzo classico per chi cerca storie di vita comune descritte in modo originale, ironico, poetico. Per chi vive il richiamo di un silenzio abbracciato e condiviso, lontano dalla polvere e dalle pesantezze delle attualità. Per chi sa creare un mondo all’interno del proprio segreto sentire. Per chi sa che Essere non è mero esistere, per chi riconosce nell’idea allargata del possesso la tragica falsità della nostra epoca.

10. Nella tua ultima fatica, Dario Arkel, si parla di amore sotto tanti e tanti punti di vista (e di svista): Cohen ha cantato detto e poetato che è l’amore il motore che fa girare l’universo. Ma l’amore è anche quella cosa che può rovinare la vita di un singolo individuo o di un mondo intero. E’ l’amore un’arma a doppio taglio e non si sa mai bene come comportarsi. Senza rivelare il finale del tuo romanzo, sei convinto che Raffaele Magenta, alla fin dei conti, una volta alle corde, si sia comportato da uomo?

Non ha per me grande importanza il giudizio se Raffaele si sia comportato da uomo o meno. Si è comportato a modo suo. Questo “a modo suo” dice tutto di un personaggio che, fino ad un certo punto della propria vita, si è nascosto, senza proporsi un modo di uscire dalla trincea per combattere i suoi problemi. Raffaele, comunque si riappropria di sé, di quello che è, poco o tanto che sia, da “uomo” o no.

11. La colpa: tutti o quasi i personaggi che sono ne Il clowndestino hanno una colpa che gli lega i piedi, che gli nega la Luce. Tutti hanno abbandonato un compagno nel momento più difficile. Come definiresti la colpa e il senso di colpa? Abbandonare equivale a lasciare che qualcuno muoia, che possa compiere un atto inconsulto?

I ragazzi del Liceo, i compagni di scuola, sono complici del ragazzo che compie l’azione di seduzione della madre di un compagno di classe. La colpa che sentono su di sé è la colpa dell’essere giovani, del non capire come uno di loro sia stato amato e poi sia stato rifiutato non tanto dall’oggetto del desiderio ma da un sistema che non ammette l’amore tra un adolescente e una donna sposata. L’hanno lasciato solo con lei, hanno provato a seppellirne l’immagine, ma non ci sono riusciti. Si sentono in colpa, alcuni più di altri, perché non hanno fatto nulla per proteggerlo, per, magari, indirizzarlo ad un’altra “avventura”. Si sentono in colpa perché impotenti, perché troppo giovani ancora, limitati nella possibilità d’amare chi scelgono. Il caso è ancora una volta simbolico, quasi una parabola. Volevo affermare che cosa rappresenta l’amore per un/a ragazzo/a quando ne è soffocato, quando, giunto a comprendere l’ineluttabilità della fine di un rapporto, si trova a non avere altri pensieri se non quello dell’amore perduto. Ho costruito una storia e l’ho condotta sino alle estreme conseguenze. Volutamente, per provocare la crescita del gruppo adolescenziale e la loro interrogazione sul significato dell’amore. Non era mia intenzione trattare di un senso di colpa collettivo, ma di una mancata responsabilità, un mancato comportamento precedente nei confronti del ragazzo suicida. Spiegandomi meglio, coloro che vengono afflitti dal senso di colpa sono per lo più compagne cui il ragazzo si era proposto, compagne con le quali sentiva di poter avviare un rapporto. Queste lo avevano via via rifiutato per alcune fondamentali ragioni: era un ragazzo “anziano”, già bocciato e di provenienza popolare, non faceva parte dei quartieri alti, per così dire. Non potevano uscire con lui se non per farsi delle risate o per un accostamento temporaneo. Il senso di colpa che prende queste ragazze è al solito retrospettivo, ma insincero. Lo sbandierano per potersi mostrare sensibili, farsi perdonare dal gruppo, dalla “montata morale” che è sopraggiunta. Chiedono in sostanza la comprensione della loro mancanza affinché si traduca in un’assoluzione. Quindi il senso di colpa è una sorta di inganno perché tutto resti come prima e non ci siano smottamenti nella vita del gruppo. Più in generale, non credo che possano esistere vere colpe né quindi il senso debitorio e/o risarcitorio della colpa. Esistono solo azioni/comportamenti responsabili e no. I secondi sono nocivi per chi li compie e per chi li subisce. Il senso di colpa collettivo, in questo romanzo, è riferito alla mancanza di sensibilità del gruppo riguardo allo sventurato compagno, non alla morte dello stesso.

12. Dario Arkel, la Genova che troviamo nel tuo romanzo è tanto reale quanto arcana, insondabile ma non buia. Genova la canta sempre Paolo Conte, “Genova per noi”. E’ la stessa Genova quella di Raffaele Magenta e la tua, o differiscono?

Differiscono, e di molto. Genova non è un sogno, forse è il suo mare che fa sognare scendendo dalle nebbie o dall’afa del Nord, Piemonte o Lombardia che siano. Le canzoni di Genova sono quelle di Ivano Fossati e De André, la mia generazione viveva negli anni ’70 il primo come un contemporaneo, il secondo come il cantante che piaceva ai loro padri, soprattutto borghesi. Il rilancio di De André avvenne più tardi, e di più dopo la sua morte. Si tratta di due geni che cantano il salmastro e l’odore del mare, le navigazioni, gli amori. La profondità della Genova proibita dei vicoli, lo slancio solare e ritmico della bellezza dei contrasti tra l’azzurro del cielo e del mare e le mura di una città mitica. Fossati si spinge oltre nel disegno di questa città, osservandone l’endemica decadenza (“Genova va vista solo dal mare”). La città da mitica è ora mitizzata perché stanca e assuefatta ad essere moribonda. La Genova di cui io parlo è da un lato quella con una sua identità (anni ’70) e dall’altro di quella di oggi, ormai spersonalizzata. La classe operaia non esiste più come quella trainante e nobile (per intenderci, ai tempi del blocco del treno dei sindacalisti a Reggio Calabria, ricordati come quelli del “Boia chi molla”, furono i portuali genovesi ad allontanare i fascisti di Ciccio Franco; per non citare poi il 30 giugno ’60, quando la rivolta di Genova fece saltare il Governo Tambroni-Scelba) di quei tempi. Come vive e di che cosa questa città è per me incomprensibile. Ma lo stesso sento dire di Torino o Milano o Roma. L’anima delle città si è dispersa nella rincorsa al potere di certuni, ovunque, nel mondo occidentale. Ma non c’è nulla di nostalgico da rimpiangere perché “il sole in fin dei conti ci scalda pur sempre le ossa” (Albert Camus).

13. Ci sarà un seguito a Il clowndestino? Te lo chiedo perché un ebreo che ride o è un falso o è un clown.

Di Raffaele Magenta non credo si sentirà più parlare nei miei libri. Ma certamente non è impossibile. Al momento, mi pare che abbia concluso il suo ciclo con la frase, motivata, che hai riportato nella tua domanda. La mia attività adesso si concentra su altri progetti, tutti da sviluppare sul mio tavolo nella cucina di casa. Una volta, quando usciva un mio libro mi aspettavo sempre che succedesse qualcosa per farmi rifiatare e potermi tranquillizzare un poco. Ora invece mi occupo soltanto dei miei progetti che niente hanno a che fare con l’esterno e non attendo più nulla. È la mia interiorità che bussa alle mie porte, e chissà che un giorno non sia proprio Raffaele a raccontare altre pagine della sua vita…

Grazie, Beppe. Grazie a chiunque legga.

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Dario ArkelDario Arkel nasce a Genova il 15 novembre 1958. Dopo il diploma si trasferisce a Urbino dove sarà allievo di Umberto Piersanti. Si laurea presso l’Università di Genova in Scienza del servizio sociale e in Pedagogia. Il suo percorso culturale è caratterizzato da una costante compenetrazione tra l’interesse per le materie letterarie e la scienza sociale e dell’educazione. Ha insegnato Pedagogia della devianza all’Università degli Studi di Genova ed ora è docente di Pedagogia sociale alla Facoltà di Giurisprudenza della medesima Università, è consulente tecnico del Tribunale dei minori, redattore della rivista “FOR” e curatore per la stessa della rubrica “Educare e formare alla pace e alla condivisione”. L’origine ebraica della sua famiglia lo conduce ad approfondire la storia di questo popolo, la pedagogia della Shoah e il pensiero e l’esempio di Janusz Korczak. È autore di numerose opere, sia scentifiche che letterarie, poetiche e testi teatrali. La sua biografia completa è presente alla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Arkel.

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Il ClowndestinoDario ArkelDavid and Matthaus – Collana: DMBlanco – 1ma edizione: 2016 – Pagine: 176 – ISBN: 978-88-6984-098-2 – Prezzo: € 15,90

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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4 risposte a DARIO ARKEL – IL CLOWNDESTINO – Intervista all’Autore di Iannozzi Giuseppe

  1. furbylla ha detto:

    decisamente una bellissima intervista, interessante e coinvolgente direi..
    Buongiorno
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Grazie. Il mio merito è comunque davvero poco, sono le risposte la sostanza.

    Beppe

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  3. furbylla ha detto:

    vero .. ma ci vuole dietro una valida intervista fatta da domande intelligenti e argute
    Notte Beppe
    Cinzia

    Mi piace

  4. Dario Arkel ha detto:

    Molto buona la tua intervista. Ciao, Beppe

    Mi piace

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