Poesie d’amore scritte fra Torino e il Sahara

Poesie d’amore scritte fra Torino e il Sahara

Iannozzi Giuseppe

madonna

Poesie d’amore

Lei: “Non scrivi più poesie d’amore.”
Lui: “Ragazza mia, sono stanco di scrivere… non posso continuare ad andare avanti a seghe con la macchina per scrivere.”

I miei miti

I miei miti così diversi
e le tue abitudini sempre uguali
a certi versi

E un poeta muore
e un uomo nasce
fra il tanfo della miseria,
nel cuore del rumore
che vomita insulsa poesia

I miei miti così
e la tua bellezza sempre
a condannare
chi fa il mestiere,
chi beve fino a tarda sera
perché sia la dimenticanza di sé
la compagna più sincera

I miei miti così e così
E tu, tu che gli occhi chiudi
sempre alla solita ora,
mentr’io scarabocchio
e subito lo scritto straccio
pensandomi già marinaio
imbarcato verso il domani

Dea di Vendetta (Nemesi)

Uccidimi, uccidimi adesso
Non ho niente da perdere
Il sangue e la croce fra i tuoi seni
non fanno più paura
all’alma mia da tempo persa
negli abissi dove mai ombra viene

I morti risorgono
con su maschere
che fan ridere;
e i carabinieri giocano
gli occhi su tre bussolotti
senza star fermi mai

Non c’è che questa specie di sogno
che mi regge ancora in piedi;
per quale ragione non dovresti farmi fuori
adesso che ho tutto perso
e il nulla ha ripulito da cima a fondo
questa città infestata dal Peccato?

Uccidimi adesso, adesso
che le vene sono più pallide
di quel Cristo in croce
in solitaria compagnia
di tanti uguali a lui persi
nel tempo e nello spazio

Uccidimi adesso
Non era forse questo
che aspettavi da una vita intera,
mia Dea?

Era ieri

Al dolore ci accompagniamo
talvolta cercando compagnia
nel rosso d’una bottiglia,
altre ancora in quella
d’una combriccola
che da tempo i contatti ha perso
con quella scuola
dove tutti s’era compagni, banco
dopo banco, fianco a fianco, copiando
più per la felicità di sfidare il dolore
d’una rampogna
che per sentita necessità

Non le tombe

Non le tombe
con le lor lunghe ombre
dell’uomo e del suo nome
segneran la Fine.

Come l’aquila che in alto vola
nel cielo segnando volteggi alari;
come il lupo che alla pallida luna
ostenta fiero occhi e denti affilati;
come Lucifero alla Beltà ribelle
ché pietra dopo pietra tirata su
da un Dio vecchio e crudele;
come il saggio che nel tempio
il saluto Namasté presenta
riconoscendo di Buddha il sorriso;
così noi che memoria serbiamo
di chi, per amore e nobiltà d’animo,
al nostro fianco è stato, mai stanco,
felicità errori e orrori dividendo.

fantasmi e miraggi

si morde la coda il cane
a piedi nudi scappo dal sole
il fantasma dell’opera intona un’aria stravagante
la metropolitana piena e dio siede in ogni dove
penso, penso che
qualcosa non va
solo il diavolo sa perché

domani giorno di paga
il rubinetto gocciola a pieno ritmo
nel sahara miraggi e oasi fantasma
immagino, immagino che
mi sono perso dentro tutto questo
mi scoppia la testa
e non ho ancora trovato un posto
dove seppellire il fondoschiena
dovrei fare qualcosa, qualcosa di giusto
come pregare o chiamare l’idraulico

a un angolo di strada vuoto di concorrenti
stendono la mano padre e figlio
qualcuno grida a squarciagola la fine del mondo
rimango attaccato alle mie posizioni
come una mosca sul parabrezza

bisogna essere pazzi per andare avanti
bisogna esserlo sul serio per tornare indietro
l’avresti mai detto, amico?

hiroshima

un’altra chiamata caduta nel vuoto
hiroshima brucia ancora
da berlino notizie poco favorevoli
ma in cielo nubi meravigliose oscurano il sole
forse non hai davvero bisogno d’altro
forse hai dimenticato di farti forza
di tirare la coda al gatto e dar di matto

cadi e ti rialzi
accendi una sigaretta dopo l’altra
e non è poi così difficile capire
niente è andato per il verso giusto

sii felice

fissa il mondo
immagina come gira
come gira su se stesso
da milioni di anni
domani, domani si fermerà
e nessuno potrà metterci una pezza

fissa il mondo
sulla sabbia disegna un cerchio
imita la perfezione di giotto se ti riesce
non puoi fare altro
dovresti essere felice
di essere anche tu un figlio del blues

Una donna per cui uccidere

Quando ci sei dentro ci sei dentro,
non ti servirà fare armi e bagagli:
da sempre il peccato ti scorre nelle vene
e tutto quello che desideri veramente è
un biglietto esplosivo di sola andata
fra sangue e pallottole, il piacere,
una donna per cui uccidere,
e una da uccidere senza pensarci su

Peccatore

Brucia il sangue nelle vene
il tramonto,
brucia la fragile vita che,
in chi ancor sano, resiste;
per chi invece malato,
come me destinato a sicura morte,
nemmeno il conforto di bruciare,
di bruciare lentamente
giorno dopo giorno;
la fine sul calendario segnata
per un infinito logoramento
in un tempo minimo.

l’ultimo proiettile

troppo vecchio per certi giochetti
l’ultima operazione al cervello
mi ha rimesso in sella
ma il cuore è rimasto fermo
e alla mia età un fatto del genere
non lo puoi liquidare su due piedi

prima si perde la fiducia poi l’umanità

un proiettile rimane sempre in canna
perché non si sa mai
perché la morte si fa chiamare poesia
e non possiamo davvero fare a meno
di fare i conti con il passato

prima si perde al tavolo verde poi l’anima

troppo vecchio per interrogarmi su dio
l’ultima volta che ho letto un libro
un angelo è sceso giù dal cielo
si è seduto sulle mie gambe
e mi ha invitato a fumare con calma
una cosa così non la puoi dire in giro
senza passare per un fesso completo

prima si perde l’arte poi la parte
che ti ha fatto grande un secolo fa
per questo meglio è conservare
l’ultimo proiettile buono por te

un altro sabato sera

è solo un altro sabato sera
e non ricordo come ci sono arrivato
è solo un altro goccio buttato giù
e ogni peccato vuol passare
per la cruna di un ago

ma il regno dei cieli non ci appartiene
non è mai stato un posto buono per noi

non è mai stato un posto buono per noi
per questo nuotiamo in un lago di sangue
cercando con gli occhi l’infinito nero
che da sempre seppellisce le nostre teste

In certi momenti

In certi momenti sei capace di volare alto,
quasi tocchi il grido dell’aquila in cielo;
certe volte invece pensi che sei così giù
che non val la pena di guardare il sole.

Alti e bassi van giù con il whisky;
la stanchezza impazza
e le finestre aperte sembrano indicarti
che la soluzione è a portata di mano
se solo sapessi saltare,
se solo sapessi volare più in alto
della tua anima che ti schianta a terra.

Ma il tramonto è già bell’e fatto
e nuvole bianche corteggiano la Luna
e uno spicchio di Venere,
così ti spogli della giarrettiera
e sul cuscino abbandoni biondi cernecchi
per sognare chi domani verrà a salvarti.

Perché non sono un poeta

Quando mio malgrado sono cresciuto un pochetto fingendo d’essermi lasciato alle spalle il brutto che la vita m’aveva riservato, come tutti i bambini presi ad andare a scuola. Ricordo che intorno a me ronzavano sempre preti neri più del carbone e strane suore con occhiali esageratamente grandi e spessi. In classe non si sentiva volare una mosca. I bambini tenevano tutti il capo basso sul banco. L’insegnante, uno spilungone d’un giallo cadaverico senza un capello in testa, più d’ogn’altra cosa amava bacchettare gli alunni sulle mani. Per lui era divertimento non da poco aggirarsi fra i banchi e squadrarci uno a uno. Non gli piacevamo e lui non piaceva a noi. Da tempo avevamo imparato che anche se ci avesse bacchettati sulle mani, noi non avremmo dovuto mostrare segno alcuno di debolezza, perché altrimenti la tortura sarebbe stata doppia e tripla. Lo spilungone disprezzava altamente la debolezza. Un giorno, da dietro la cattedra, disse: “I deboli muoiono presto.” Non aggiunse altro. Però sul piano della cattedra c’era uno scarafaggio grosso e nero, che si faceva i cazzi propri. L’insegnante lo fissò per un momento, poi lo afferrò pinzandolo fra il pollice e il medio, e senza pensarci su spalancò la bocca vuota di denti e lo inghiottì.

Battezzammo il baccelliere con l’infelice soprannome di Hastur, solo per scoprire che il suo vero nome era proprio quello e non un altro. Non facemmo in tempo a battezzarlo che subito lui lo venne a sapere. “Sono Hastur. Pensavate forse di farmi dispetto chiamandomi per nome!”, berciò. “Fareste però bene a non pronunciare mai il mio vero nome, neanche per scherzo.” Ce lo gridò in faccia, squadrandoci per bene uno a uno, poi passò tra i banchi e da ognuno di noi si prese il suo piacere facendoci calare i pantaloni.
Durante le sue lezioni nessuno osava fare domande e, ovviamente, nessuno lo chiamava per chiedere chiarimenti.
Un giorno Hastur mi puntò.
“Tu.”
Deglutii.
“Sì, proprio tu.”
Deglutii un’altra vuota.
“Tu potresti essere un poeta.”
Scossi il capo.
“Non mi piace la luce che hai negli occhi”, osservò. “Potresti essere un poeta, un giorno, non oggi ovviamente. Un poetastro, non un vate però.”
Hastur mi fissava in attesa che scoppiassi a piangere o che dessi in escandescenze.
“Un poetastro, non un vero poeta. Non piangi?”, continuò.
Non piangevo.
“Recita una tua poesia. E’ un ordine.”
Piano piano scossi il capo.
“E’ un ordine.”
“Non ne sono capace”, pigolai.
“RECITA UNA POESIA, PORCO CANE!”
Non potevo non obbedire. Non sapevo che cosa fosse una poesia. Inventai sul momento: “Il giorno dei morti/ è dei morti/ che la vita hanno perso/ insieme al nome e all’onore./ Il giorno dei morti/ appartiene a loro soltanto.”
Hastur mimò un applauso e ben forte emise l’inappellabile giudizio: “Un poetastro. Non sbaglio mai.”
Convinto che mi avrebbe percosso in malo modo, chiusi gli occhi.
Aspettai che me le suonasse prima sulle mani, poi sul sedere e…
Con mia grande sorpresa invece non lo fece, ordinò invece ai miei compagni di classe di tributarmi un lungo e scrosciante applauso.
Da quel giorno fui il più odiato della classe. I miei compagni presero a evitarmi. Potevo capire il loro disappunto, l’esser stati umiliati, l’esser stati costretti a tributare un applauso a un poetastro.
Dopo che Hastur mi costrinse a calarmi nella parte del poetastro, dentro di me presi a covare un odio indicibile… Promisi a me stesso che, un giorno o l’altro, lo avrei ucciso, senza alcuna pietà, per diventare un eroe.

Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen - Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario

Donne e Parole
Giuseppe Iannozzi
Il Foglio letterario
ISBN 9788876066450
pagine: 640
© 2016
prezzo: € 18,00

Leggi la recensione a DONNE E PAROLE di Marco Zunino su KULT Virtual Press:

http://www.kultvirtualpress.com/art/1165

o su La Folla del XXI secolo:

http://www.lafolla.it/lf167parole.php

o su Lib(e)roLibro – oltre le parole:

http://www.liberolibro.it/giuseppe-iannozzi-donne-e-parole/

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a Poesie d’amore scritte fra Torino e il Sahara

  1. romanticavany ha detto:

    Sii felice per me è la più bella, romantica e dolce.La posterò da me caro dolcetto.
    Happy Weekend!

    1 Bacio♥

    Liked by 1 persona

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E sì, ti è piaciuta parecchio. E ho visto che l’hai pubblicata anche da Te, Violetta. Ti ringrazio davvero di cuore per l’ospitalità e la generosità.

    Io dolcetto? ^^ Mah, mi sa che sono più una nespola. 😀 Con il tempo e con la paglia maturano le nespole. Lo sapevi questo? 😀 ^

    1 Bacio a Te, Angioletta ♥

    King

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