La mia Kabbalah esiste e resiste mentre le tue debolezze restano

La mia Kabbalah esiste e resiste
mentre le tue debolezze restano

Iannozzi Giuseppe

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Il volo

Hai guardato in su prima di mettere il cappello a tesa larga, dopo hai guardato verso il basso incontrando sul tuo cammino una piuma che forse è d’un gabbiano, forse d’un angelo custode, per ricordarti che il tuo volo non è finito perché ancora non iniziato. Hai però dimenticato di guardare proprio davanti a te, e così mi sei passata accanto sfiorando l’immensa mia vecchiaia, la bruttezza, lasciandomi in un limbo di confusione per godere tu di tutto quello che lassù c’è e di quello che è ai tuoi piedi solamente.

Non mi sono fatto niente

a Cinzia Paltenghi,
sempre e per sempre Mamma Lupa

Non mi sono fatto niente
Sono caduto
e non ho sentito niente
Il muro di Berlino resiste
e a Ovest il sole è ben nascosto
dietro montagne di neve bianca

Non mi sono fatto niente
Sono caduto e i numeri della Cabala
sono ancora al loro posto
I giorni sul calendario però
sembra non passino mai
dove ora io sto
I compagni mi menano pacche sulle spalle
rassicurandomi che passerà,
che non è poi così difficile far volare il tempo
con una buona educazione siberiana

Sono caduto
e non ho visto anima viva
Ripasso a memoria Gogol’
e di notte sogno un camino,
larghe spire di fumo
che bruciano parole

Non mi sono fatto niente
Sono caduto
e adesso sono freddo e nudo
spiando il mondo di fuori
da dietro uno spiraglio di prigione

Dulcinea

Vieni a trovarmi, Dulcinea
Nel mulino a vento mi troverai
in compagnia d’un cuore
e d’un’armatura che addosso
più non s’aggiusta

Vieni all’alba o al tramonto
La prima volta che t’incontrai
temevo avresti ucciso la pazzia
che in piedi mi reggeva;
e oggi che di acqua sotto i ponti
ne è passata davvero tanta
comprendo che non ero sbagliato,
che non era sbagliata la paura

Vieni a trovarmi
Vieni a trovarmi dove ora io sto
nella ruggine dei giorni

Non un gigante o un burattino
nella terra della Mancia oramai
Ronzinante e Sancho Panza piango:
la profondità della solitudine mia
li ha consumati già, così io penso,
dolcissima Dulcinea del Toboso

Piccola cosa

Chi lo sa oggi che farai
I pedoni sulla scacchiera caduti
e io qui a scrivere della regina
dimenticando
d’esser stato al tuo fianco

Facevano il gioco delle tre carte
Non sapeva d’imbroglio il tuo profumo
mentre quelli si vuotavano le tasche
cadendo in trappola a ogni minuto
un po’ di più

Piccola cosa, piccola cosa
Piccola cosa questo amore,
questo amore fortunato,
giocato
Piccola cosa il tuo amore
ormai nel gioco d’un altro
per sempre perduto

Da bambino

Da bambino nutrivo sogni
più grandi di me;
vivevo per un diamante,
per una bambina bionda,
per un giorno di sole
Vivevo per andare al di là
dell’orizzonte della fantasia

Da bambino mi cacciavo in guai
sempre più grandi di me
e sempre ne uscivo a testa alta;
non conoscevo il nome della paura,
stavo sempre dietro alle farfalle
per rubar loro i colori più belli

Da bambino ero bello,
un eroe di tutto punto,
un agnello armato di belati,
di risate a gola spiegata

Da bambino facevo il bello
e il cattivo tempo
Da bambino ero grande,
baciavo in fronte Dio

Mia giovane fiamma

Ti ho incontrata ieri
Sorridevi al vuoto
che ti si parava davanti
Non mi hai riconosciuto
Gli anni han fatto scempio
di ricordi e lettere mai spedite

Sorridevi e la tentazione
sempre quella, rubarti un bacio
per un ceffone in piena faccia

Ti ho incontrata triste
ma sorridevi senza un perché
Sotto la pioggia a capo scoperto
affondavi in ogni pozzanghera
Sarebbe stato facile raggiungerti,
offrirti un riparo sotto l’ombrello
e una sigaretta dal pacchetto nuovo

Tu, vecchia ancor giovane fiamma,
unico mio peccato mai appagato,
dove e quando abbiamo sbagliato
nemmeno una preghiera a mani giunte
al Tempio del Tempo ce lo spiegherà

Il gobbo favoloso

Come vampiri sul limite resistiamo
Si sciolgono i ghiacciai, i nevai, i viavai
Rimane quel che rimane,
e non lo sappiamo mai bene cosa
Ma questa cosa, questa cosa
tu non la chiamare primavera, radice, face
I granchi camminano all’indietro
Dovremmo farlo anche noi
invece di cercar fortuna in un ferro di cavallo,
di battere il ferro, di far d’Efesto il mestiere

Come vampiri sul limite ci affacciamo
per un momento soltanto;
e ciao ciao al gioco, testa o croce,
addio alla tradizione, alla ginestra

Come vampiri lasciamo la bellezza
Come l’inganno che in fronte ci baciò
lasciamo il suicida libero di volar via
La bruttezza al gobbo Leopardi, perché no!
Favoloso e di più, con o senza di noi
si sciolgono i ghiacciai, i nevai, i giammai

Eccetera eccetera

Il vino, la bicicletta nuova e lucente
e il vento fra gli eccetera eccetera
E noi sempre nel buio cimitero
a cercare gemme nascoste,
angeli di freddo marmo un poco in carne
E sempre pensando
che il momento resta e resta
sul momento un bel niente,
un bel niente senza la fine
Ma iniziare le frasi con una “e”,
con un “ma” o un “però”;
Ci perdiamo così,
per una congiunzione
fra vita e morte, sole e luna,
poesia e distrazione

Bigi i colori,
la pazzia sulla tavolozza,
e Van Gogh ancora senza cognizione
del tempo, dello spazio
E noi qui sempre a ricordare, a ricordare
che ci siamo dimenticati di sistemare
il testo in testa all’attore,
all’insignificante commediante
che la lingua tiene lunga
cadendo però, chi lo sa e chi no perché,
solo e sempre su Aida, mia dolce Aida

Rogo di idee

Caldo, dannato caldo
Carbonio e idrogeno,
perenne rogo
che sfida degli Dèi la sfida
Caldo, fuoco fuochino
E poi sempre è
un buco nell’acqua
Ma le strade di Roma
tutte portano altrove
E semafori gialli rossi verdi
Chi ci capisce
ci capisce più niente

Le pinze per l’esse blesa
e chiodi per meglio fissare
in testa puntini e puntini
di sospensione

Ti chiedi ancora
a che ora è la fine del mondo;
i bambini fanno il girotondo,
le streghe giocano invece coi desideri
per dolcetti e scherzetti
E giù in fondo alla strada
parenti serpenti piangono
il morto ancor caldo nella bara
sudando sette camicie
invocando Gesù Cristo,
in bocche sdrucite masticando
le Sette piaghe d’Egitto

Ma considera Ade,
la fotografia sgranata
delle anime dannate
Considera la tromba delle scale,
la caduta, il collo rotto
e l’immaginazione delle portinaie,
la psoriasi che non passa
sotto le ascelle e più giù ancora

Considera il caldo che fa male,
quel delitto irrisolto di Simenon
E bicchierini di limoncello
per annebbiare meglio il cervello;
e le calze a rete sempre su,
le gambe mai spogliate;
e per questo di nascosto spiare
da sotto la cattedra la soluzione
nei puntini di sospensione
ben nascosta

Il nome dei morti

Dimentichiamo, dimentichiamo
tutto questo, siamo già al giorno
senza ieri
e tu ti chiedi
se le mani nude,
se i guanti o gli schiaffi
La farina, la spiga, la polisemia
Il cammello non passa ancora
per la cruna dell’ago;
e ancora la luna forgia l’argento

E ancora si tinge di te
questa notte che i morti
chiama per nome

Nessuna paura

Nessuna paura mai
per la nera morte
Sogni, sogni soltanto
dall’alba e dal tramonto
accarezzati:
questo siamo,
con una data di scadenza

Ossa di vetro

per Michel Petrucciani

Sul piano di tasti bianchi e neri
veloci le mani sporche di jazz;
più veloci però le ossa di vetro
a sbriciolarsi, a fottersi l’amore,
tutto l’amore per cui vivevi,
per cui alto immenso apparivi
in faccia al pubblico stupito.

Gobbe di sabbia

per Lawrence d’Arabia

Ignorami come sempre mi hai ignorato:
chi in torto lo dirà poi domani il Passato
ogni dì per la cruna d’un ago da te passato
e per meno d’un cammello svenduto,
e non le assetate gobbe d’un vil Fato.

Non scrivo più

per Emilio Salgari

A voi interessava fare bene,
a me soltanto di far del mio meglio:
per questo più non scrivo battute
e a zonzo nella steppa me ne vado
mentre voi lontani da me morite
come lupi che si mordono la coda.

Questione di fede

per Hermann Hesse

Mentre tra risa e religioni
fedi e scherno voi seminavate,
rimanevo io ben ancorato
a una piccola stella in cielo
con occhio fisso alla Polare.

Il volto della vita

per Leonard Cohen

Da anni paziente attendo
che sia il volto mio di rughe
così come aspetto la vita,
un marchio a fuoco stampato
nel Firmamento del Cielo.

Uomo in fuga

per Boris L. Pasternak

M’hanno chiesto d’esser comunista,
di far festa per condannarmi presto
a cent’anni di lavori forzati:
“Urgente il bisogno di mani buone,
non bucate, che lavino bene i piedi
a quanti giù al gabbio dimenticati
– lebbrosi e scabbiosi senza arte
né parte!”

M’hanno chiesto di non essere più:
per questo sono oggi l’uomo che fugge,
uno che le poesie le scrive sull’acqua.

Fortezza Bastiani

per Dino Buzzati

Mute risposte, echi sgrammaticati:
per questo muovo ufficiale guerra
dall’alta al tramonto, sull’attenti
come nella Fortezza Bastiani
scrutando dei Tartari il deserto.

Venendo al mondo

per Jim Morrison

Venendo al mondo
sono finiti i giorni felici
Ho avuto l’Idea, l’ho rispettata
E c’è questa tristezza
che non si sfalda,
che sa di cenere e di merda di cammello

Venendo dall’orizzonte
per trovare l’infinito
ho buttato giù il diavolo dal letto
I miei vecchi lo fanno ancora
alla vecchia maniera
– credono che gli stop
siano tutti al loro posto,
che il pullman partirà
alla solita ora prima della sfuriata

Ma io so che
solo chi impara dall’Incubo
impara a volare alto

Arthur

per Arthur Rimbaud

Vortice di
desideri in pegno
Angelo,
cancro alla gamba
ultima poesia
di schiavi e barellieri
Rendersi Veggente

L’occhio di Saul
senza perdono,
così tanto cieco
nel vortice

Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen - Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario

Donne e Parole
Giuseppe Iannozzi
Il Foglio letterario
ISBN 9788876066450
pagine: 640
© 2016
prezzo: € 18,00

Leggi la recensione a DONNE E PAROLE di Marco Zunino su KULT Virtual Press:

http://www.kultvirtualpress.com/art/1165

o su La Folla del XXI secolo:

http://www.lafolla.it/lf167parole.php

o su Lib(e)roLibro – oltre le parole:

http://www.liberolibro.it/giuseppe-iannozzi-donne-e-parole/

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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