COSÌ BELLI E FOTTUTI

COSÌ BELLI E FOTTUTI

Iannozzi Giuseppe

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Belli e fottuti

E se ne vanno gl’anni
fra la Pasqua e un carnevale;
quei bei tempi
ch’eran di speranze
han messo sbarre
sulla faccia mia;
e poi dire, e poi fare
senza mai saper dove andare.
E il sorriso ormai vinto,
stanco come quello di certi vecchi
con in bocca la dentiera
e perenne sapor di tabacco.

Scacco,
ed è matto.

Posto prenotato in manicomio,
e mai più, mai più le belle lunghe gambe
delle donne
che sol ieri dissero di me poeta
per presto allontanarmi
e dimenticarmi fra le scartoffie
di cento e mille altri
quasi uguali a me.

Così in fretta perde un battito il cuore;
inventare un racconto
per pagare il conto,
o solo per difender l’onor mio
che per poco che è ancor c’è.
Così dicono “va tutto bene”,
dicono e subito ridono
l’indice puntando al giovane che ero,
immaginato eroe
sempre disegnato male – bastardo.

E buttar giù l’ennesimo caffè,
la speranza di rimaner sveglio
ancora per un po’, prima
che sul palco si spenga la luce
e nell’amaro buio ammettere
“sì, son stato schiavo,
nient’altro m’era dovuto”.

Scacco,
ed è matto.

Bei tempi, sì,
belli e fottuti.

Senza un lamento

E domani mi troverai sotto due metri di terra almeno e nemmeno un lamento dalla mia bocca ormai chiusa come le bare. E i cipressi commossi dal vento non ti faranno solletico, non ti daranno il brivido d’un’aritmia, e lacrime non sprecherai per il mio povero corpo in decomposizione, per te. Ti ho amata nonostante quell’aria da bambina spaurita. Nonostante quell’aria quasi inoffensiva.

Il poeta sbagliato

Sediamoci,
sediamoci a quel tavolino!
Son gl’occhi miei supplici
a farti la corte, a parlare

Riecheggia Chopin nell’aria
e sei tu rossa in volto
col crepuscolo nella Senna
già quasi del tutto annegato
La candela non ancora accesa,
e tu tremi, maliziosa tremi
nonostante non abbia
ancor dato alla voce fiato
Impacciato attacco una storia
senza né capo né coda;
fingi divertimento
Ai tuoi piedi cado sconvolto
chiedendoti perché
Tu rispondi: “Non trovi
anche tu sia così brutto
esser qui stasera?”

Capisco che,
che non aspettavi me;
che ho conquistato
un tavolo sbagliato;
ed è così che lontano
mi porto dai tuoi sogni,
da quei tuoi occhi innocenti
persi a sognare
un poeta perbene

Appuntamento al buio

Un re di cuori
che sia pagliaccio
come lo desidero io,
così pregavi
in trepida attesa
davanti alla chiesa
il buon Gesù
per quell’appuntamento al buio
In sorte però
un vecchio illuso ti toccò
che non aveva
né arte né parte,
solo qualche spicciolo
per un caffè alla buona
e fiato per parole
e altre deliranti parole

Per paura e pietà,
per un momento lungo
una mezza eternità,
gli restasti accanto;
e morto
che fu il pomeriggio
subito lo salutasti
con insperato coraggio,
con un breve cenno del capo
felice di poter
finalmente tornare al sicuro
fra le bambole in porcellana

II.

Si andrà un giorno
là dove
tutti son dimenticati:
polvere alla polvere,
cenere alla cenere
Non uno mai ingannato
ha il destino
Dal Nulla partoriti
nel grembo suo torniamo
sempre
Delle azioni nostre
cattive o buone
non un segno,
sol la breve preghiera
di colui che ancora
sulla Terra a tribolare
e non si sa per quanto

Dovere è
di farcela piacere
la Morte,
col suo cappuccio nero
e la falce affilata:
per quanto bizzarro
il costume,
sua trista fama
la sol cosa
che qui a lungo dura

VII.

Lascia
che da solo
segua il sentiero,
dall’alba
al tramonto,
in cerca
di quella luce
che tra le fitte maglie
del buio si cela

Come monaco
il capo rasato
ha su di sé raccolto
milioni di gocce
di giovane pioggia;
ma non ancora
il viandante
s’è fatto saggio

IX.

Sempre si sta
al proprio infantilismo
ancorati
certi che nessun demone
mai svelerà ad alcuno
la debolezza d’animo
che a tarda sera
in birreria anneghiamo
tacendo quel che s’è fatto
e quello che invece no,
affondando però
il coltello nell’epa
di chi ci prova
a spaccarci la faccia
nell’occhio della notte

Di sangue assetati
debolezza ci fa
versati assassini,
brutti e rinnegati
perché si dica poi
a sepoltura avvenuta
che a nostro modo
siam stati poeti,
Rimbaud mancati

Di poesia e calunnia
la strada percorsa
sempre sotto minaccia
d’una nuova percossa

XV.

Sono un vecchio
con delle idee
prive di fantasie

Non leggo i giornali
e nemmeno scrivo note
nei vuoti dei calendari
Ho dato e sprecato in amore,
di più non ho tempo di fare

Non scrivo poesie,
non sforzo la vista
per le altrui brighe

Devo ancora far le pulizie
scorticando il sorriso
al Buddha in legno sul comodino

XXVII.

Per colpa tua ho dimenticato la bellezza
cercando di giustificare le mie mancanze
Da quando mi hai lasciato
ogni cosa ha trovato il suo posto,
ma ho perso io la vista
in una vetrina di vecchi giochi

Ripetevi che tutti sapevano di noi
e a cosa ci avrebbe condotto
vivere nella stessa casa
Sono crollati ponti e dighe,
i migliori hanno gettato la spugna
per vivere su un treno in corsa
Che dovrei mai pensare?
Non è mai stata una questione
fra il bianco e il nero
anche se cerco di convincermi
che c’è stato lo scacco al re

Il fuoco ha divorato le case del nemico
e tutti i nostri amici incontrandomi
mi parlano del deserto intorno a loro

Per colpa tua ho imparato a detestare l’innocenza
cercando di non sporcarmi le mani più del necessario
Che dovrei mai pensare?

Dovrei far ritorno a Nashville
e spaccarmi la testa
con la chitarra di Cash,
ma la testa resta qui
dentro alla vetrina dei giochi

Da quando mi hai lasciato
ho lasciato perdere il gioco,
quella mia mano fatata
che tremante toccava la regina

XXIV.

Ridotti faccendieri,
mercanti di Venezia
in piazza San Marco
per una libbra di carne,
macellai all’odio votati.
Quel che abbiamo
male lo pesiamo,
quel che non abbiamo
al prossimo lo rubiamo
colla spada e l’inganno.

Sotto la Luna calante
alla folla gridiamo
“Poeti noi siamo!”
Guardiamoci dentro:
straccioni senz’anima,
mendicanti di niente,
ladri di burattini,
zecche sui coglioni dei cani.

Alle malelingue solamente
crediamo
dando loro ritorno
e nova voce.

Così poco siamo,
gonfi otri di lamentazioni
senza una lacrima d’olio.

XXV.

Cantano gli uomini le donne,
un po’ teneri un po’ bastardi,
crudeli con passione
ogni volta che la luna
storta gli fa danno

Cantano gli uomini le solitudini
quando la luna cala piano
nel grembo della sera:
nel pagliaio disfatto smaniosi cercano
una femmina che un poco li consoli
recando in dono fiori e dolori

Cantano, a squarciagola cantano
quanto son crudeli,
e quanto le donne belle,
fatali per il più navigato dei poeti

Cantano per gelosia,
talvolta per nostalgia
d’una casa e d’un focolare
dove la notte riparare
E cantano, cantano sempre
ubriachi e non

Cantano, di tutto stanchi cantano
per i passi fatti e subito perduti

XXVIII.

Togliamoci i sassolini dalle scarpe,
ognuno di noi lo sapeva
che c’erano orecchie per sentire
al di là del muro
Siamo andati incontro al fallimento
perché in fondo nostro desiderio era d’affondare
con baracca e burattini
Dovremmo mettere le carte in tavola

Adesso che non possiamo tornare indietro
i lupi hanno zanne e occhi rossi di sangue
Dovremmo fare il punto, fermarci un momento
e alzare lo sguardo al di là del muro

Andiamo pure a piedi nudi, arrestandoci
un momento a raccogliere le forze:
c’è così tanto da fare, c’è un intero branco
che fiuta le nostre carni sottovento

XXVI.

Ricordo come ieri mi prendevi in giro
e non c’era un motivo preciso;
ricordo che lo facevi in compagnia,
non ho però mai capito granché di te
Eravamo così tanto ingenui da credere
che l’autunno spogliasse per noi le rose

Torni oggi sui tuoi passi penitente
Ho fatto la mia vita piena ogni giorno
mangiando rane, pesce o cavallette;
ho avuto un tetto, un letto, un calamaio
e la Menorah soddisfa le mie esigenze,
mia vecchia fiamma: non vedo perché
dovrei tentare un colpo di mano ora

Indenni siamo passati attraverso gli anni,
non roviniamo quel poco che è stato,
non chiedermi di percorrere quel che resta
della strada insieme a te perché ti senti sola
Non chiedermi di condividere gli avanzi
della tua vita perché hai perso la bellezza

Ho lavorato e pregato ogni dì della mia vita
aspettando con pazienza l’età della vecchiaia;
ho avuto una donna e qualche tradimento,
e la Menorah soddisfa le mie esigenze,
mia vecchia fiamma: non vedo perché
dovrei cadere fra le spire dell’inferno ora

Rubi a me, rubi al cielo

Rubi a me, rubi al cielo
Ho perso
guardandoti andar via

La vita, la storia romantica,
la tua vita segreta
non vanno d’accordo,
in fisse fotografie restano incollate
D’ora in avanti resterò fermo,
condannato fra i Getsemani
nella posizione del loto

Precipitano le cascate,
non vede dio l’uomo nello spazio
e il pappagallo sempre si ripete:
le quattro parole
che dalla tua bocca ha imparato ripete

Per un momento le tue risate
le ho pescate
in un buio più profondo di me
la vastità del cielo spiando
sognando di spaccare rocce col fiato
Un passo più veloce
del battito nel mio petto,
e m’è franata addosso la luce

Non ho fatto in tempo
Ho solo fatto in tempo
a rendermi conto
che le candele che avevi acceso
la luce avevano esaurito
in una stanza già vuota
di risate e illusioni

Ho peccato, ho peccato
E sono nel peccato,
così d’ora in avanti resterò fermo,
nella posizione del loto
Resterò sulle frequenze
di quell’uomo sputato nell’Infinito


Tutte le “poesie bonus” per DONNE E PAROLE (Sulle orme di Leonard Cohen) di Iannozzi Giuseppe, Il Foglio letterario (direttore editoriale Gordiano Lupi) qui:

https://iannozzigiuseppe.wordpress.com/category/donne-e-parole-sulle-orme-di-leonard-cohen/

Qui la scheda editoriale per acquistare il libro dall’editore:

http://www.ilfoglioletterario.it/Catalogo_Poesia_Donne_e_parole.htm

Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterarioDonne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario
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Perché leggere DONNE E PAROLE. Sulle orme di Leonard Cohen

Al di là del fatto che questo volume, DONNE E PAROLE. Sulle orme di Leonard Cohen, accoglie poesie mie, penso sia davvero un gran bel regalo da fare e da farsi, soprattutto oggi che la nostra società è sempre più avvezza al cinismo e alla cattiveria.
C’è tutto in DONNE E PAROLE: amore platonico, amore pensato, amore fatto con il corpo ma sempre con l’anima in gola, amore cavalleresco, amore sofferto, amore idealizzato, amore disperato, amore perduto, amore pianto e sofferto, amore come religione, piccole delusioni affettive, sogni d’amore, etc. etc.

Le poesie, scelte fra le migliaia che ho scritto nel corso degli anni (15 o giù di lì), sono state tutte riviste e corrette nel corso di un anno. La cifra poetica non la so, non spetta a me dire: posso però dire qual è stato il mio intento… quello di portare, a lettrici e lettori, della poesia di sostanza, di emozioni non riciclate.

DONNE E PAROLE è dedicato alle donne, a Tutte le donne che, nel corso degli anni, mi hanno seguito leggendomi ed emozionandosi. Ed è dedicato al Sommo Maestro, Leonard Cohen, cui tutto devo. 

Inutile negare che da sempre sono stato influenzato dalla poetica di Leonard Cohen, Francesco Guccini, Pasquale Panella, Franco Battiato, Roberto Vecchioni, Claudio Lolli, Cesare Pavese, Dino Campana, Gabriele D’Annunzio, Guido Gozzano, Federico Garcia Lorca, Hermann Hesse, William Blake, George Gordon Byron, John Keats, Edgar Allan Poe, William B. Yeats, Walt Whtiman, Jacques Prévert, Pablo Neruda, etc. etc. Chiunque avrà modo di leggere DONNE E PAROLE, credo non potrà non rendersene conto.
Al di là delle influenze poetiche masticate e digerite, in DONNE E PAROLE è evidente uno stile particolare, uno stile pienamente mio e originale che fa di me un autore lontano da un po’ tutti gli stilemi attualmente in voga.

Giuseppe Iannozzi

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe

Quarta di copertina – DONNE E PAROLE. Sulle orme di Leonard Cohen nasce dall’esigenza dell’autore, Giuseppe Iannozzi, di portare, per la prima volta, a quanti amano la poesia, una antologia della sua migliore produzione poetica.
L’autore ha quasi sempre rifiutato il titolo di “poeta”, nonostante sia stato detto tale in più di una occasione. DONNE E PAROLE. Sulle orme di Leonard Cohen si prefigge lo scopo di accontentare lettori e lettrici che, nel corso degli anni, gli hanno chiesto di pubblicare un libro di poesie.
In questa antologia, che raccoglie testi scritti nel corso di quindici anni, senza mai dirsi poeta a tutto tondo, l’autore parla della grandezza, della bellezza e della stupidità che sono nell’amore.
Perché mai parlare e scrivere d’amore?
Forse perché, oggi più di ieri, l’amore non esiste se non nel cuore di pochi ingenui ribelli, che non si sono rassegnati all’idea che i sentimenti siano stati sostituiti, in via definitiva, da stravaganti surrogati ad ore, o da velenose inflazioni che dir si voglia.

Giuseppe Iannozzi (detto Beppe), classe 1972, è giornalista, critico letterario, editor e scrittore.

Nel 2012 ha pubblicato Angeli caduti (Cicorivolta Edizioni), nel 2013 L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta edizioni) e La lebbra (Il Foglio letterario), mentre nel 2014 La cattiva strada (Cicorivolta edizioni). Nel 2015 ha pubblicato Fiore di passione, una raccolta poetica autoprodotta e disponibile su Lulu.com (http://goo.gl/7fiaLo). Nel 2016 ha tradotto e curato Bukowski, racconta! (Il Foglio letterario). Ha inoltre curato l’editing di parecchi libri di narrativa e di saggistica per svariate case editrici. Attualmente si occupa dell’Ufficio Stampa de Il Foglio letterario (facebook.com/ilfoglioletterario/) e scrive per diverse testate online e la free press.

DONNE E PAROLE. SULLE ORME DI LEONARD COHENIannozzi GiuseppeIl Foglio letterario – Collana: Autori Poesia Contemporanea – Edizione a tiratura limitata: novembre 2016 – Pagine: 604 – ISBN 9788876066450 – prezzo: 18 Euro

Il Foglio letterario

http://www.ilfoglioletterario.it

Iannozzi Giuseppe come Babbo Natale?

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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3 risposte a COSÌ BELLI E FOTTUTI

  1. Lady Nadia ha detto:

    Intensa. Splendide immagini che si susseguono.
    Quella vetrina, non pulita, trasandata, che mette in mostra giochi in scatola, scacchi e carte. Forse è anche una rivendita di sigarette, più un giornalaio, ecco.
    Bella Beppe.
    Indecisioni, silenzi e attese che hanno tradito le aspettative e hanno alimentato una vana immaginazione creata ad hoc dal protagonista.
    Non è oro ciò che luccica, non per forza. Se son rose fioriranno, se son spini pungeranno.
    A volte manca il coraggio o lo stimolo. Io credo che i protaginisti di questa storia stiano bene così, tra le loro volute solitudini.
    La Menorah…
    Bello.

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  2. Lady Nadia ha detto:

    Tu lo sai già, la incollo lo stesso. Per chi passa.

    i patriarchi recarono con sé il mito dell’albero cosmico della vita. Albero imponente, i cui rami toccano il cielo e portano frutti che danno l’immortalità. Con l’andar del tempo l’albero prende la sua forma e il suo aspetto originale per diventare un ornamento: il candelabro a sette rami. Da qui viene il suo simbolismo. La menorah è dunque un’ emanazione dell’albero della vita, ma la sua forma, le sue funzioni, le sue fiamme, ne fanno l’albero della luce.

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ strana la vita per chi scrive poesia, cara Nadia, ma posso assicurarti che queste poesie non sono nuove, provengono come al solito dal mio archivio. Non ho poesie nuove da mettere nero su bianco: i motivi sono tanti e non ben chiari neanche a me o forse sì, in ogni caso non val la pena di affrontare questo punto.
    In particolare, la poesia a cui ti riferisci, la XXVI, è stata scritta tempo fa, credo tu capisca. Ho sempre avuto un forte interesse nei confronti della cultura ebraica e della filosofia buddista, e forse sono stato preveggente proprio come un vero poeta. Un poeta, un vero poeta, è uno che dovrebbe saper vedere più in là, anticipare il futuro, uno che dovrebbe saper raccontare il passato con occhio omerico… Non ricordavo quasi d’averla scritta questa poesia e quando me la sono trovata davanti non nego d’esserci rimasto davvero molto male, anche se l’ho poi messa qui. Preveggenza poetica, fatto sta che non è assolutamente storia di due solitudini che stanno bene come stanno; è invece storia sottilmente tragica di due solitudini, di due vite buttate letteralmente nel cesso per dirla senza tanti giri di parole. Un uomo che mangia “rane, pesce o cavallette” e che consuma la sua esistenza sulla Menorah è un uomo che ogni giorno muore un po’ di più, nelle “rane”, nel “pesce”, nelle “cavallette”, nella ricerca che lo consuma per affrontare se stesso e lo la luce della Menorah. Sotto la luce della lampada ad olio, di 7 bracci, trascorre la sua esistenza. E’ un simbolo la Menorah, per alcuni significa la manifestazione in un rovo ardente di Dio a Mosè, per altri rappresenta il sabato ed i sei giorni della Creazione. Il protagonista dice di non comprendere il motivo per cui alla fine della sua vita dovrebbe amare l'”inferno”; e ha ragione, perché ha niente, ha meno di sé stesso e la sua “vecchia fiamma” ha forse ancor meno di lui. E’ una storia tragica, null’altro che questo.

    Che poi siano belle, be’, purtroppo sì, ma tutte di infelicità estrema, non a caso anche il titolo che porta questo post è “belli” e “fottuti”. C’è una scissione, una frattura, una dicotomia che presento subito e che si trascina in tutti i componimenti.

    L’shanah tovah techatemu ve tikatevu. Grazie infinite, cara Nadia.

    Beppe

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