Il ritorno del Messia – racconto lungo – fantascienza nera – capitoli 12 e 13

IL RITORNO DEL MESSIA

Iannozzi Giuseppe

cross

Cap. 12

Gesù aveva appena finito la sua giaculatoria. Con occhi ciechi fissava il popolo prostrato ai suoi piedi. Presto tutti sarebbero stati meno di niente. Presto i simulacri, che ognuno di quegli individui nascondeva nell’anima senza esserne cosciente, sarebbero scomparsi con la morte dell’Umanità.
No, non aveva nulla da temere.
Presto tutto si sarebbe compiuto e lui, il Messia, non avrebbe più avuto da temere niente da nessuno. Eppure aveva un brutto presentimento: da quando il simulacro di Matteo, Giuda, non era più con lui, sapeva che questi stava tramando contro di lui, anche se non avrebbe saputo dire di preciso quale piano Giuda avesse approntato. Il simulacro Giuda era scomparso troppo presto, prima che lui avesse modo di carpirne tutti i segreti. Questo era un punto a suo svantaggio: doveva accelerare il suo progetto di Redenzione, lasciar da parte i fronzoli della sua ascesa nel Mondo dei Mortali. Certo gli avrebbe fatto piacere distruggere l’Umanità in pompa magna, ma l’istinto gli suggeriva che era meglio passare alla pratica nuda e cruda e morta lì.

Cap. 13

Isaia aprì la porta del Palazzo dei Re: in quel preciso momento sentì invadersi da una forza che mai prima d’allora aveva conosciuto ma anche da un sacro terrore per gli avvenimenti che presto si sarebbero consumati. Lui che era ateo non avrebbe dovuto impicciarsi d’una simile faccenda, così gli suggeriva la sua parte più umana e razionale. Sì, meglio sarebbe stato se fosse stato estraneo a tutto quanto Matteo gli aveva raccontato. Per quanto ne sapeva lui, quel Matteo poteva benissimo appartenere a una qualche setta pancristiana, pur non essendo completamente fuori di testa.
Mille dubbi lo invasero, mille sospetti gli squarciarono la testa gettandolo in stato confusionale.
Accompagnare Matteo al Palazzo dei Re era stata una pessima idea. Mille volte meglio sarebbe stato se fosse restato nella prigione Montecristo. Se qualcuno aveva deciso che Matteo era un folle e doveva essere rinchiuso per il suo bene e per quello degli altri, quel qualcuno doveva aver avuto pure i suoi buoni motivi: questo pensiero lo tormentava. Eppure Isaia non ne era del tutto convinto, altrimenti adesso non si troverebbe ad affrontare un qualcosa più grande di lui con la sola arma d’una fede che non nutriva affatto.
Matteo lo aveva istruito sui simulacri: “Ogni uomo ha il suo simulacro, il suo gemello se preferisci. E il simulacro è la proiezione dello spirito indipendentemente dal fatto che tu creda o meno nell’immortalità dell’anima. Anche se non hai anima, spirito, dentro di te c’è un simulacro che si rivelerà quando sarà il momento. Devi solo credere che tu non sei semplicemente tu. Tu sei il risultato di tante e tante vite che hanno dato vita all’essere che oggi sei: ma dentro di te, il primo seme che diede origine alla tua famiglia è ancora vivo, questo è il simulacro che porti dentro. Tutti gli uomini hanno nel loro intimo più riposto questo seme. Persino il Profeta Nero. Tu devi credere solo in questo: non sei da solo. Affronta il Profeta Nero. Lui saprà riconoscere in te il simulacro che ti è proprio e lo metterà a nudo. E una volta che l’avrà messo a nudo, allora non avrà più scampo da sé stesso. Hai capito? Il Profeta Nero non avrà più scampo da sé stesso.”
Che cazzo significava che il Messia non avrebbe avuto più scampo da sé stesso?!
Matteo si era rifiutato di spiegarglielo adducendo la solita consumata scusa che ci sono cose che sono misteri…
Eppure a Matteo una parte del mistero era stato rivelato.
Ormai era tardi per fare marcia indietro.
Le fredde cieche pupille del Messia le sentiva addosso alla sua anima anche se Isaia era sicuro di non avere né un’anima né un simulacro dentro di sé. Non poteva però negare che il Messia era entrato in lui per indagarlo nell’intimità con precisione chirurgica.
Mille altri occhi furono addosso a Isaia e a Matteo: l’attenzione generale era adesso tutta su di loro.
“Alla fine ci si rincontra!”
Isaia fece una smorfia.
“Se lo dici tu!”, si limitò a rispondere Isaia più che mai turbato.
“Sentivo che saresti tornato a tormentarmi. Non conoscevo i particolari, sapevo però che saresti venuto.”
”Davvero?”
”Certamente. E vedo che non sei da solo: ti porti dietro quel cane di Giuda. Stai attento a quello lì! E’ un can malfusso di cui non ci si può fidare. Come ha tradito me, capacissimo di tradire te.”
“Non gli prestare ascolto.”, gli sussurrò in un orecchio Matteo. “Non ti può far del male se non sarai tu a permetterglielo.”
Suo malgrado Matteo cadde in ginocchio: il tumore che infestava il suo cervello lo stava divorando.
“Giuda, vedo che non ti manca il buon gusto d’inginocchiarti al mio cospetto nonostante tutto!”
In segno di disprezzo Matteo sputò un grumo di sangue.
“Non sei cambiato, non abbastanza. Comunque è troppo tardi: ormai tutto è compiuto.”
“No, non tutto. Ti correggo. Chi più temi è al tuo cospetto per giudicarti così come fu in passato.” Ciò detto Matteo aveva dato fondo alle sue ultime energie. Prepotentemente vomitò a terra copioso sangue. Dagli orecchi altro sangue cominciò a scendere lungo il volto scavato e gli occhi sembrava quasi che volessero esplodergli nel cranio: Giuda-Matteo era ormai sicuro che era giunta la sua fine. La cosa non lo disturbava. Non temeva la morte. Non aveva fede perché fede più non poteva nutrire. Ma di una cosa era certo: la sua morte non avrebbe significato nulla per lui, perché in un modo o nell’altro qualcosa di lui sarebbe sopravvissuto e un giorno…
“E’ la tua fine!”, sentenziò il Messia.
Matteo non ribatté.
“No, è la tua fine!”, lo contraddisse Isaia il cui corpo stava subendo una mutazione. Non era più Isaia, ne era certo.
“Ponzio Pilato, quale onore! Finalmente ti sei mostrato per quel che sei in realtà.”
Il Messia Nero non era più tanto sicuro di sé: la sua voce, pur non tradendo un sicuro timore, giunse  all’orecchio di Pilato, distorta, con una nota di fastidio.
“Puoi fare il duro quanto ti pare, tutti e due sappiamo chi siamo in realtà. E’ giunto il tempo di saldare i conti in sospeso.”
Il Messia Nero non disse nulla. Contrasse solo la bocca in uno spasmo rabbioso ed attese perché altro non poteva davvero fare.
“Re dei Giudei, mostrati!”, ordinò Pilato.
“Mai!”, berciò il Messia Nero.
”Re dei Giudei, mostrati! Sono io, Ponzio Pilato, a ordinartelo.”, ripeté con rabbia Pilato.
“Mai!” Ma si era già arreso.
Prima di esalare l’ultimo respiro, Matteo ebbe modo di vedere che il Messia Nero stava partorendo il suo simulacro, L’Unto del Signore, il Cristo che nell’anno 33 d.C. era morto sulla Croce. Ora la battaglia si sarebbe svolta alla vecchia maniera: Ponzio Pilato avrebbe giudicato ancora una volta Gesù, L’Unto del Signore. Confortato da ciò, esalò l’ultimo respiro; le sue membra ebbero uno spasmo atroce, poi una convulsione gli fece esplodere il cervello dentro la scatola cranica e dalla bocca sdentata sangue commisto a materia grigia cominciò a scivolare a terra. Era morto. Una fila di scarafaggi vivi cominciò a uscire in fila ordinata dalla sua bocca: raccolsero un pezzetto di cervello del fu Matteo e ordinatamente si avviarono verso l’uscita dal Palazzo dei Re.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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