Squilla a vuoto il telefono

Squilla a vuoto il telefono

Poesie bonus per Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen

Iannozzi Giuseppe

woman-crying

Indefessa sognatrice

Lei vuol le rose,
le più fresche e rosse
che ci sian giù in paese

Lei vuol rose rosse
per sognare
e mai dimenticare
che felicità c’è
se Delicatezza coglierla sa
senza portarle male

Nel giardino di neve bianco,
con sguardo incantato
in punta di piedi, Viola s’aggira
sulla tenera pestata;
un germoglio cerca, uno
che le annunci la rinata vita…
che presto verrà Primavera
scivolando piano
sullo specchio del lago
con ali di Cigno immacolato

Sogna
e sogna forte, Viola,
piangendo felicità,
aspettando
un omaggio di rose,
di rosse rose
dalla neve baciate

Vuol lei le rose,
le più fresche e rosse,
non vuol altre cose
per quanto preziose
Viola vuole rosse rose
e nulla più, e nulla di più

Arianna (squilla a vuoto il telefono)

Non va, no, non va meglio
Tutti quelli che abbiamo amato
morti impiccati con le budella al collo
La casa di Gesù dove ci riparavamo
dalla pioggia non c’è oggi più
Squilla a vuoto il telefono
Come potevamo immaginare
che sarebbe accaduto tanto presto?
E’ stato un attimo
perché il corpo prendesse il volo
dalla finestra
A testa in giù ancor cerchiamo di capire
perché è successo, perché il cervello era
più rosso che grigio
una volta fuori dal gioiello della testa

Il cappotto rattoppato, la candela alla fine,
il sale sparso in terra
C’erano tutti i segni
sotto i nostri occhi vampiri
per capire
Avevamo altro per la testa
Non si fa più in tempo
a tornare indietro; non va,
non va meglio, dobbiamo però
scopare via i vetri rimasti,
stare attenti alle schegge

Arianna, Arianna, sei tu, sei ancora tu?
Sei sempre tu che occupi il telefono?
Qui va tutto per il peggio, viviamo
incastrati in un attacco di panico
Tutti quelli che abbiamo amato
morti impiccati con le budella al collo;
ed è così brutto vivere in completa solitudine
Così brutto, questo lo puoi capire…

Quel magico paradiso che mi promettevi

Ricordo quel magico paradiso che mi promettevi
Giocare alla vita era così semplice allora,
così semplice, tutto a portata di mano,
un mondo di miracoli da accettare
con gratitudine di lacrime senza vergogna
Com’è potuto passare inosservato tutto questo?

Gli anni passati a inseguire gli aquiloni
hanno fatto presto a farsi grigi,
e la neve dal mio cuore non s’è più sciolta
guardando con finto coraggio
a quel cielo infinito che dicono esser opera di Dio

Vorrei poter tornare indietro, tornare indietro
e riprendermi tutto quello che ho perduto
sfiorandolo per un attimo solamente
Vorrei, vorrei saper scrivere una poesia
che non abbia mai fine e dire che ho fatto del mio meglio
Ma ogni grano di fede ha cessato di essere,
così adesso mi ritrovo solo nel deserto del diavolo
e passeggio senza pace andando un po’ su e un po’ più giù

Ricordo quel segreto, con nostalgia ricordo
ed è tutto il poco che in petto m’è rimasto
Ricordo tutte le magie che facevi
Ricordo tutte le parole che tacevi
e tutte quelle che non ho mai saputo dirti
Ricordo quel segreto che mi ha spezzato il cuore
Ricordo, ma qui tutti dicono che ricordare è da deboli
Tutti ripetono la stessa cosa ogni santo giorno,
i miracoli non si ripetono per nessuno, per nessuno

Tutti ripetono la stessa cosa, Ragazzo lascia perdere
Lascia perdere o ti farai del male, lascia perdere
Tutti dicono la verità, c’è solo che io non ho più fede
C’è che non riesco ad arrendermi alla fede della verità

Tutti ripetono la stessa cosa ogni santo giorno,
i miracoli non si ripetono per nessuno, per nessuno
Ed io vorrei soltanto saper scrivere una poesia
che non abbia mai fine

Tutti ripetono la stessa cosa ogni santo giorno,
i miracoli non si ripetono per nessuno, per nessuno
Ed io vorrei soltanto saper dire quel che sento dentro,
far sapere a tutti che ho fatto del mio meglio

Ma tutti ripetono la stessa cosa ogni santo giorno,
i miracoli non si ripetono per nessuno, per nessuno

Il mattino si sveglia con te

Ho rubato, ho rubato, ho rubato
e per questo finirò in gattabuia,
così non potrò più morire nella luce
dei tuoi occhi che svegliano il mattino

Ho rubato per amore
Ma quelli che mi hanno preso
non hanno voluto sentir ragioni
Hanno detto che è peccato
rubare nel Giardino del Signore
Per questo mi hanno condannato

Ogni mattina guardo dal buco della serratura
Chiedo ai miei aguzzini di gettarmi la chiave,
gli dico chiaro e tondo che non ho colpa
Mi risponde sempre l’eco mia stonata,
e più il tempo passa e più mi convinco
che il giorno che uscirò di qui ucciderò

La lama di Luna che la faccia mi taglia
non ha pietà, perché dovrei averne io?
Ho rubato, è vero, ma non ho colpa
E’ stato per amore che l’ho rapito
dal Giardino del Signore il fiore più bello
La solitudine lo stava uccidendo
Nell’Eternità lentamente lo stava uccidendo

Il giorno che uscirò di qui non sarò buono
come per tutta la vita, bene o male, sono stato
Ruberò ancora dal Giardino del Signore
A testa alta, con il volto bene in vista,
con una lama di Luna lo minaccerò
che deve darmi indietro il mio amore

Questo farò, e sarà bello morire nella luce
dei tuoi occhi che svegliano il mattino

L’Agnellina mia

Scomparsa è la gioia,
l’Agnellina mia
che con un beee
e un cucù
sapeva portare
l’alma mia
sulla riva in luce

Di lei non una traccia
Per quanto in lungo
e in largo abbia cercato,
per quanto abbia pregato
non l’ho incontrata;
eppure non breve è stato
il cammino scalzo
plorando in ogni chiesa
il triste Gesù muto,
senza parole
proprio come me

Di lei più nulla so
L’ho lasciata un secondo,
uno solamente
tra i fiori di campo
ma tanto è bastato
perché al mio ritorno
non un sua impronta
o l’ombra in lontananza

Di lei non una traccia 

Qual male l’abbia colta, non so.
D’improvviso – giuro su Dio
e sul mio regal capo -,
Lei, che fra le amiche
m’è la più cara, s’è levata
dal mio orizzonte
precipitandomi nel buio;
non una traccia, non un cenno,
nemmeno uno sbadiglio.

Per valli e monti l’ho cercata
ignorando del male la natura;
poi il fischio del vento
l’orecchio mio ha avvisato
che una febbre misteriosa
dell’anima e del corpo suo
indegno possesso ha preso.

E così, dopo lungo travaglio,
con le vesti stracce
che manco più paio un Re
al più distratto degli specchi,
eccomi al suo capezzale:
il volto suo smagrito fa pena
e lacrime mi scavano il viso;
ma chissà se Lei sente
il patimento che mi sta dando.

Repentino un ululato
mi morde il sedere:
poco ci manca davvero
che ruzzoli a terra
spaventato come vil birillo
schiacciato da pesante palla.
S’è destata infine e vedendomi
col capo chino in preghiera,
tosto moto di ribellione
l’ha agitata: “Non son morta,
Cane d’un figlio! Le tue nenie
riserva a chi par tuo,
a un mascalzone, a una gitana,
non a me che in custodia
t’ho preso quando niuno
di te voleva che saperne”.

Il blues non passerà mai

Che ne dici di uscire con me?
E’ da tanto tempo
che aspetto questo momento
Il blues non passerà mai
se non sfiorerai almeno una volta
con la tua bellezza i miei cinque assi

Amore bello, lo sappiamo bene entrambi
che sono un baro e un nullafacente,
ma se mi dirai di sì ti accompagnerò
a vedere l’ombra di quel famoso tipaccio
che al diavolo vendette l’anima sua in croce
per suonare come nessun altro al mondo

Amore bello, non dirmi che non ce n’è
Ho cinque assi, puoi contarli se non mi credi
Ho cinque semi che aspettano d’esser giocati
Non lasciare che giochi al tavolo con il morto

Amore bello, non dirmi che non ce n’è
Ho il blues nelle dita, ho il blues nella dita

Morente

ci spinge la negra notte
a fare a botte solamente
coll’ombra nostra al muro
arresa in un fugace chiaro

di luna morente

Mancano le voci

Mancano le voci
come ai morti
sepolti
Mancano i seni
e un ventre di vita
Manca un giaciglio
o una tomba profonda
Manca un rullo di tamburelli
o un taglio cesareo
Manca così tanto
in questo mondo
che s’affanna a stuzzicare
la bocca degl’affamati

Misericordia!
Non v’è pietà che resista
per il tempo d’un momento
Così si sta ad aspettare
che la luce passi altrove,
perché notte ci sia maschera
e scavato dolore nelle pupille
degl’occhi spenti
dentro alla scommessa di dio

Che hanno fatto al tuo sorriso?

Che hanno fatto al tuo sorriso?
Ride di disgusto e di piacere
fra ciminiere e voli d’airone
E scende qui piano
una breve distratta pioggia,
che non si ripeterà mai più, mai più
E lontano vola dalla finestra il disco
che ha dimenticato la canzone
che era nostra, che era a due voci

Si vive sol più
Si resiste solo per quel poco che basta
come un capriccio in un corridoio d’ospedale,
e fa male ogni santo in paradiso
E fa male ogni diavolo per capello

Ma alle porte di Gerusalemme
si trascina la voce assetata d’un angelo
senza ali, senza cristi in cielo per volare
Così continuo a chiedermi
perché hai sprecato il tuo sorriso
se è tutto qui il nudo paradiso promesso,
se è tutta qui la sola aria che ci resta
da bere per soddisfare la vita

Ma alle porte di Gerusalemme
hanno piantato una croce uguale a un violino
Ma alle porte del Paradiso
hanno dimenticato un’unghia, e il tuo sorriso
E il tuo sorriso, che conta trentadue lacrime
più una, di lingua ingoiata per voce inespressa

Del tiranno

Ho pianto negro sangue
dall’orecchio sinistro
come il più santo dei tiranni:
colla sola forza della mutezza
ho strappata la catena
che mi teneva legato al marmo

Adesso mi guardo d’attorno,
scruto questo mondo oscuro
senza provar sorpresa o amore
per le pazze creature di dio
– per le loro affilate lingue
fragili di diabolica mortalità

Il piacere solamente

tutti noi amiamo e moriamo
allo stesso modo nella profondità
di due metri di negro terreno
quasi mai fertile, fatale sì

amore, così inutile è, non trovi?
il debole cerca l’amore
il debole cerca la morte
io cerco il piacere mio,
il piacere mio soltanto
la morte, così facile è, non trovi?

odiare il facile, l’inutile
diffidare del debole
perché
debolezza alla debolezza muove
chi sulla sua strada
malauguratamente la incontra
perché
debolezza muove a esser fatali
ed è da stupidi veramente amare
tutto questo, tutto questo

cercare il piacere solamente
egoisticamente

Quando i santi

Quando venimmo al mondo
i santi aureolati fecero fagotto,
lasciando inusate tombe dietro di sé
perché gli uomini potessero riempirle
d’amore e di melanconia mortale – vitale

Quando il primo uomo cadde, cadde
Quando per mano d’un suo fratello
quel primo fu sepolto profondamente,
altri mille lo seguirono per uguale sorte
se non più crudele, senza né una croce
né una benedizione terrigena o dall’alto

Quando, per distrazione, i santi in fitta schiera
tornarono quaggiù, allarmarono bronzee campane;
seppellirono così nel grembo della madre morente
l’ultimo uomo che tentava di scalfire col suo grido
il mondo destinato a un eterno silenzio di niente

Costole

Devo dunque tener duro,
continuare a dire in giro
che non son pazzo,
che son solo un ragazzo.

Per Dio,
D’Annunzio chiama
e già nutro tema
che una costola o due
me le farà fuori.

Re Lear

Cane o batrace?
Forse un matto,
la corona d’un Re

Per ‘na pagliuzza
mi mettono al gabbio
o peggio
mi danno al cappio

Ma giuro
che si muore
ed è una volta;
il resto se c’è
non è storia
che val la pena
ch’io qui racconti

Se oggi ti dicessi bella

Se oggi ti dicessi bella
domani uno schiaffo,
poco ma sicuro;
ed allor taccio come quel poeta
che le stelle alte in cielo mira,
in silenzio
per sua squisita commozione

Poeta e matto

Se vero è che le donne
amano i poeti soprattutto,
alla corte del primo Re
mi faccio il suo fedele Matto

Stato

Se quei morti
ai rami degl’alberi appesi
ben li distinguete,
sol di tanto in tanto
dal vento accarezzati,
certo è che condividete
il triste loro stato

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Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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