Il ritorno del Messia – racconto lungo – fantascienza nera – capitoli da 8 a 11

IL RITORNO DEL MESSIA

Iannozzi Giuseppe

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Cap. 8

Il Maestro aveva avuto abbastanza tempo per conquistare un po’ di fiducia nel cuore della bambina; adesso, lei, si rivolgeva a Lui con toni più cortesi anche se non aveva superato completamente la diffidenza nei confronti di quello strano uomo che diceva d’essere suo padre. Però le faceva piacere aver trovato un padre: sua madre le aveva detto che il suo papà era stato dato per disperso tanto tanto tempo fa e che probabilmente era morto, così lei aveva quasi rinunciato all’idea che un giorno avrebbe abbracciato il genitore. Il miracolo s’era compiuto, così lei s’illudeva, che si trattasse d’un miracolo perché non voleva pensare più che il padre avesse adoprato su di lei un maleficio. Il Maestro che aveva a lei confidato di chiamarsi Gesù, superato il primo impatto di antipatia, si era sempre dimostrato gentile, affettuoso nei suoi confronti. Poco a poco le sue resistenze avevano finito col cedere e adesso camminava insieme al Padre, mano nella mano, e lasciava che il genitore cieco la chiamasse con il suo nome di battesimo, Maria Maddalena.
“Dove andiamo Padre?”
“A prender posto a casa.”
“Dalla mamma?”
“Se lo desideri anche la mamma potrà venire nella nostra nuova casa.”
“Perché Matteo non è più con noi?”
“Matteo aveva delle cose da sbrigare da un’altra parte.”
“Tornerà da noi.”
”No.”
“Perché? E’ stato cattivo?”
“In un certo senso si potrebbe dire che è stato cattivo. Dimentica Matteo, dimentica la mamma. Adesso sei insieme a tuo Padre che ti farà Moglie e Regina. Non ti basta?”
Gesù, accompagnato da Maria Maddalena e dai suoi discepoli, stava attraversando la città: risa di scherno non mancavano né davanti né dietro di loro; ciò nonostante Gesù attraversava la folla di curiosi con un sorriso che si sarebbe detto bonario, quasi santo. Nessuno intuiva cosa si celava in realtà in quel sorriso.
“Allora, Gesù, Figlio di Dio, Re dei Giudei, Cristo risorto, oggi sei in sciopero? Non li fai i miracoli?” Gesù a queste parole irrigidiva il sorriso in una smorfia debolmente malefica, che subito metteva a tacere le malelingue avversarie, e loro rispondeva che presto l’Umanità avrebbe avuto più di un motivo per invocare un miracolo. La gente non capiva e, a dirla tutta, non gl’interessava capire quello strano uomo che diceva d’esser Gesù. Per tutti loro era uno spostato, forse anche un po’ pericoloso se lo avessero stuzzicato a sufficienza: in passato aveva dato dimostrazione di poter far del male con un semplice gesto. Molti ritenevano che fosse uno iettatore.

“E i discepoli oggi non dispensano battesimi?” La folla rideva. I tre discepoli non facevano caso o quasi a quegli stolti; solo Luca, che aveva la lingua più lunga degli altri, ogni tanto non disdegnava di risponder loro con parole astiose e qualche volta poco mancò che fosse trascinato a far rissa. Comunque, il più delle volte, se la cavava rispondendo loro che avrebbero fatto meglio a guardarsi dai falsi profeti che vengono in veste di pecore, perché dentro son lupi rapaci. Una simile risposta sibillina faceva sorridere Gesù e lasciava nella gente un senso di sbigottimento misto a paura: ciò che non può esser chiaramente interpretato può dimostrarsi la più affilata delle lame. E Giovanni, per dar maggior corpo alle parole di Luca, era solito aggiungere che tutto quanto si vuole che gli uomini facciano contro sé stessi, saranno loro stessi a darsi contro perché questa è la Legge. Marco taceva sempre e acconsentiva con un segno ambiguo della mano che la gente non sapeva come interpretare.
L’allegra brigata, dopo un lungo camminare, dopo aver dimorato nel deserto in attesa per tanto tempo perché giungesse il tempo giusto, dopo aver sfidato gli uomini, si preparava a conquistarli, a dominarli, a giustiziarli, a sterminarli.

Cap. 9

Isaia, con sulle spalle il debole peso di Matteo, era finalmente fuori dalla prigione di Montecristo: davanti ai loro occhi si estendeva la periferia della città di bidonville. Ma all’orizzonte la città era ben visibile.
“Cosa facciamo?”
Un colpo di tosse, stordimento: “La città per prima cosa…”.
“E dopo?”
”Ognuno di noi ha un suo doppio, un simulacro. Anche tu Isaia.”
Matteo pensò: “Ed è ben possibile che il simulacro che ognuno di noi dentro si porta altro non sia che il simulacro d’un simulacro di un simulacro. All’infinito simulacri di simulacri.”
Isaia non sembrava troppo convinto. Matteo lo aveva istruito su cosa fossero i simulacri, pure gli aveva raccontato di sé, Matteo come simulacro Giuda discepolo di Gesù, Isaia era però rimasto scettico. Per quanto si sforzasse di credere che lui, Isaia, non fosse solo Isaia, non credeva che una cosa del genere potesse essere possibile. Comunque, ormai, i giochi erano quasi fatti: non c’era più tempo da perdere. Se Matteo aveva ragione e non si sbagliava sulla natura dei simulacri, allora il Profeta Nero, Gesù, attraverso il simulacro Giuda era riuscito a comprendere fin troppo.

Cap. 10

Gesù, con i suoi seguaci, non aveva avuto difficoltà a insediarsi nel Palazzo dei Re di Gerusalemme.
La città era prostrata ai suoi piedi.
Un semplice suo gesto aveva già falcidiato più della metà della popolazione.
I corpi erano caduti a terra senza battere ciglio: quanti assistettero all’orrendo spettacolo videro i loro cari spegnersi senza un apparente motivo; il loro spirito era stato strappato dal corpo e il corpo di carne era caduto a terra privo di vita, come una cosa a cui si stacchi la corrente, per sempre.
Assiso sul trono, alla sua Destra stava Maria Maddalena, la giovane Regina di Gerusalemme mentre i discepoli, in ginocchio, stavano alla sinistra del loro Maestro.
E il popolo tremante pregava quel Cristo di Guerra e Distruzione, che per tanto tempo aveva beffeggiato ed irriso. Ora tutti lo temevano, sapevano che non era né un pazzo né un Redentore né un semplice uomo; un suo gesto poteva togliere la vita: non poteva che essere un Diavolo, una creatura dell’Inferno.
“Uomini…”, esordì il Cristo carezzando con la destra mano il capo della giovanissima Regina. “Uomini riconoscete in me il figlio di Dio?”
Ci fu un mormorio, poi un coro spaventato rispose affermativamente: “Sì, Maestro, Tu sei il figlio di Dio. Tu sei il Messia, Tu sei Gesù, Tu sei il Cristo e l’Unto del Signore… Tu sei la nostra Passione!”
“E voi, uomini, credete in Dio?”
Un altro mormorio, un’altra risposta affermativa: “Sì, noi crediamo in Dio così come crediamo in Te, Messia, Gesù Cristo, Unto del Signore, oggi davanti a noi.”
Gesù non fece niente per nascondere il diabolico sorriso subito grassa risata che gli esplose nella strozza. “Dunque voi credete in Dio, in mio Padre… Oh, gli uomini non potrebbero essere più ciechi di così!”
“Non potrebbero essere più ciechi…”, ripeté Luca insieme a Marco e Giovanni.
“Che la Sindone sia adagiata sulle mie spalle!”, ordinò il Cristo guatando con gli occhi ciechi la folla che stava ai suoi piedi. “La stola! Che ricopra le mie spalle in memoria di quel Re dei Giudei crocifisso sul Golgota per volontà d’un meschino ignorante volgo uguale a quello oggi quivi raccolto.”
La Sindone fu presto adagiata sulle spalle del Messia da un eunuco tutto tremante.
Il Messia si alzò in piedi sollevando le mani contro un cielo, che, invano, tentava di eclissarsi in sé stesso per fuggire la collera di quella cosa aliena.
“Questo lenzuolo che accolse il corpo di Cristo, questo lenzuolo dove voi uomini avete nascosto la vostra vergogna per secoli e secoli per portarla in gloria nell’opulenza della vostra Chiesa, questo lenzuolo che raccolse un Cristo implorante, un Dio, un Padre, questo lenzuolo oggi possa accogliere l’Umanità intera che osò giudicare chi era innocente per diritto divino…”.

Cap. 11

“E’ cominciata la resa dei conti.”, gridò raucamente allarmato Matteo. “Tutto sta per essere deciso.”
Isaia non disse nulla: il corpo del discepolo sulle sue spalle cominciava a pesargli. La città che, in un primo momento, non gli era sembrata tanto distante era in realtà ancora ben lontana.
“Spiegami chi era Cristo in realtà?” Isaia voleva sapere più per curiosità che non per altro, almeno così si sarebbe distratto e il cammino verso il Palazzo dei Re gli sarebbe sembrato meno lungo.
“Un alieno del cazzo! Un superuomo sul nostro pianeta.”
“Mi prendi per il culo!”
“No, nulla affatto. Non scherzo su queste cose. I due Gemelli di Gesù giunsero sulla Terra con una navicella di salvataggio: il loro pianeta di origine era stato distrutto da alcuni Alieni conquistatori e i genitori dei Gemelli pensarono che l’unico modo per salvare i loro figli fosse quelli di abbandonarli alla mercé di un pianeta barbaro, la Terra. Il resto della storia puoi immaginarla: una donna li trovò e disse che erano suoi figli e si disse vergine.”
Isaia Montecristo rimase in silenzio per un po’, poi fece l’inquietante domanda che dentro il cuore covava: “Se è come tu dici, gli uomini hanno sempre pregato un Dio alieno.”
“Non proprio. Gesù, quello che morì sulla croce, aveva lo stesso DNA degli uomini. Solo il suo spirito era più evoluto di quello dei terrestri. E’ però bastato il tradimento di Maddalena perché il fratello gemello perdesse la bellezza del suo spirito superiore. Non mi domandare come sia possibile che avesse DNA umano. E’ un mistero… Però  ti posso dire che l’amore può fare più danni dell’odio in certi casi.”
“Ancora non capisco: perché sulla croce Cristo invocò il Padre?”
“Invocò il suo spirito perso nel profondo infinito spazio, invocò l’Infinità che aveva raccolto lo spirito del Padre.”
“E la madre? La madre la dimenticò?”
”No. Mai. Lei gli è stata sempre accanto.”
“No, non è vero se è vero quanto sino ad ora mi hai detto. La Vergine Maria era una terrestre, una madre adottiva.”
“Per Gesù era la Madre, la madre vergine. Non mi chiedere altro, perché non saprei risponderti.”
“O non vuoi!”
“Certe cose è meglio che rimangano sepolte nella memoria di quanti sanno e meglio sarebbe che quanti sanno muoiano il più presto possibile.”
Matteo era esausto, ma il Palazzo dei Re era ormai davanti a loro.
Voci concitate e spaventate riempivano il palazzo.
“Dobbiamo entrare. Lasciami scendere dalle tue spalle.”
Isaia non si fece pregare e accolse di buon grado la preghiera del discepolo. “Sei certo di poter camminare?”
“No, ma ormai la mia fine è vicina. Non sarà questo ultimo sforzo a uccidermi!” Sorrise a Isaia con benevolenza. “Ora andiamo: è tardi.”
Isaia stava per spalancare le porte del Palazzo dei Re, quando Matteo gli fece cenno di aspettare ancora un secondo. “Sei sicuro di ricordare che cosa è un simulacro?”
Un cenno di assenso del capo bastò perché Matteo si fidasse ciecamente di Isaia: “Allora sta bene. Apri pure quella maledetta porta.”
E così fece.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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