Il ritorno del Messia – racconto lungo – fantascienza nera – capitoli da 0 a 3

IL RITORNO DEL MESSIA

Iannozzi Giuseppe

cyborg-valeria

Cyborg Valeria è Opera di Valeria Chatterly Rosenkreutz

All’Inizio fu…

Il cielo calmo, e le stelle brillavano sul lenzuolo nero della notte: pareva quasi fossero occhi dipinti nell’infinito.
La terra bruciava dolcemente sotto il tepore d’un’estate sul finire; solo lo stormire timido della natura faceva sentir la sua voce nel Creato. I mari cullavano le onde dolcemente, mentre l’avida Luna si specchiava nello specchio equoreo raccogliendo la sua immagine riflessa nell’incanto di quella bellezza tutta sua. E gli uomini, raccolti nelle loro alcove, dormivano un sonno tranquillo: qualcuno sognava, qualcun altro era invece sprofondato in un dolce oblio d’un vellutato nero.
Tutto era pace.
Una stella cometa… almeno così parve a quei pochi cui il sonno non era riuscito ad addomesticare i sensi. Poi luci sfavillanti, una più intensa dell’altra: e un fragore. E null’altro.
Nessuno se ne preoccupò più di tanto; certi accadimenti erano brogli degli Dèi e loro soltanto avrebbero dovuto sbrigarli. Gli uomini potevano però pregare gli Dèi perché affrontassero l’arcano e lo ricacciassero nelle profondità da cui era venuto. Gli uomini pregarono con spirito pagano, come dalla notte dei tempi era stato loro insegnato.
Una giovane donna, un po’ troppo curiosa, un po’ troppo coraggiosa, si appressò dove ancora un debole lucore viveva, e i suoi occhi videro l’Inimmaginabile.
Un uomo bardato con finimenti alieni le venne subito incontro e la fece sua. Poi l’astronave aliena tornò nel profondo cielo per sparire definitivamente nel suo grembo. La donna era gravida: non solo il suo ventre, anche il cervello e il suo spirito, aveva difatti acquisito una conoscenza che nessun mortale poteva vantare, una conoscenza aliena ben superiore a quella terrestre.
Dodici mesi di gravidanza e nacque una bambina perfettamente sana; e nessun danno la madre riportò da questa lunga innaturale gestazione. La donna istruì la figlia con quella conoscenza aliena che lo ‘sconosciuto venuto dalle stelle’ aveva instillato in lei; poi, quando la bambina fu adulta, prese la sua strada e si mescolò agli uomini.
La barbara umanità, il cui cuore era Roma, stava fermentando le future battaglie. Ma i più umili, i più ignoranti ignoravano tutto ciò, continuarono così a vivere nell’ignoranza fino a quando…

Cap. 0

Per tutta la vita era stato un discepolo incatenato al pensiero cristiano del Messia: in lui aveva creduto profondamente, con tutta l’anima, e a lui aveva tributato un amore del tutto disinteressato, così tanto disinteressato che alla fine la sua anima s’era perduta nell’amore che riponeva nel Messia. E il Messia, alla fine, gli aveva estirpato l’anima. Non poteva esserne certo ma la sua anima non era più sua, anche se dentro di sé sentiva che un’anima abitava ancora il corpo mortale. Ma più s’interrogava su sé stesso, più scopriva che quell’anima era qualcosa di anormale, qualcosa che aveva una doppia natura. Due nature. In ogni caso lui non avrebbe saputo dire assolutamente se una fosse buona e l’altra cattiva; probabilmente entrambe le nature che sentiva nella sua mortalità erano o buone o cattive. Tuttavia non poteva esserne certo. Quello che sapeva era che la vita per lui era cambiata radicalmente dopo l’incontro con il Messia, quel Messia che era già Gesù, il Cristo e il Messia e l’Unto del Signore.
Per un certo tempo era stato un discepolo fedele, poi qualcosa l’aveva invaso, un corpo spirituale alieno che gli aveva prodotto nel cervello, così come nell’anima e nello spirito, una sorta di amnesia: adesso nutriva il forte dubbio che al mondo esistessero due corpi mortali, che in comune avevano quella doppia natura che sentiva dentro di sé. Quando uno dei due corpi mortali sarebbe morto, era quasi certo che anche il fratello gemello sarebbe morto, e così, per diretta conseguenza, anche le anime che facevano strage nel  suo corpo di carne. Ma anche questa non era per il discepolo Matteo una certezza: aveva maturato l’idea che il mondo è dominato dall’Incertezza e che le contraddizioni sono l’unica legge che governa il destino degli uomini. E aveva anche maturato l’idea che le contraddizioni sono la vera religione che l’umanità accetta per andare incontro al suo destino.
In un altro mondo, in un altro tempo, il discepolo Matteo era convinto che tutto era già accaduto e che la vita, al momento presente, altro non era se non un ricordo che faceva eterna eco nell’Infinito, un infinito spazio temporale che pure esso era soltanto pura eco del mondo che fu. Dentro di sé mille confusioni si sviluppavano simili a incestuosi serpenti; Matteo non riusciva proprio a comprendere come potesse uscire da quello stato confusionale. A volte si diceva che tutto era un perverso sogno d’un’indefinita entità divina aliena e che lui era solamente un niente che qualcuno si ostinava a ricordare per non concedergli requie. “I mondi possibili sono tanti e così i destini”, così amava pensare. Ma anche così per lui non c’era pace alcuna. Era tutto profondamente sbagliato e non aveva modo di dimostrarlo a chicchessia, neanche a sé stesso. Toccava la sua carne e doveva prendere consapevolezza che esisteva: l’esistenza, per il momento, gli apparteneva ancora, ma poi viperine e confuse paranoie gli insinuavano il dubbio e il suo mondo interiore cadeva a pezzi nel tempo d’un batter di ciglia, e anche quello esteriore seguiva uguale sorte. Perché tutto questo era accaduto a lui?  Se era lui vittima del suo destino, anche tutti gli altri uomini dovevano esserlo. Qualcuno lo chiamava Montecristo… forse questa era la sua vera identità, quella che il suo carceriere gli aveva cucito addosso. Forse era lui davvero il discepolo Matteo, il discepolo che ancor oggi andava dietro al Messia. E, ancora, forse, lui era sì un discepolo, ma il suo vero nome era Giuda e non Matteo. Qualche volta gli passava per la testa l’idea non poco soffocante che il carceriere fosse in realtà lui e che lui sognava soltanto d’essere il carcerato. E anche il carceriere, Isaia Montecristo, doveva avere una doppia natura, nonostante nessuno gliel’avesse ancora detto chiaro e tondo.
No, non c’era proprio via d’uscita… non ne vedeva una; l’orizzonte per lui era davvero ristretto, un orizzonte fra quattro pareti in una prigione misteriosa e ignota ai più.
Provò a chiamare il suo carceriere, Isaia.
Nessuna fu la risposta.
Attese.
Lo chiamò nuovamente.
Continuò a chiamarlo fino a sgolarsi.
Niente.
Poi una voce e in questa riconobbe la sua.
Il discepolo bestemmiò con triste rabbia: “Isaia, falso profeta, che tu sia maledetto così come lo sono io. Io, falso profeta, falso discepolo, falso carcerato, falso in tutte le mie identità… Che la mia falsità sia maledetta oggi e per sempre in tutti gli spazi e in tutti i tempi, per le Sacre Leggi di Dio…”.

Cap. 1

La Luna era una pallida lacrima di sangue nel firmamento celeste d’un bianco virgineo.
Lui ne aveva viste tante di lune così. Tutte uguali.
Le grate disegnavano, come sempre, una prigione di ombre sul suo volto emaciato.
Scaracchiò a terra, un colpo secco di tosse, un po’ di materia mucosa mista a sangue. Poi tornò a fissare il mondo di fuori, quella costola infinitesimale che la grata della cella gli permetteva di vedere.
La Luna era sempre lì, alta in cielo, splendente d’una gloria stuprata.
Vergine di sangue. No, questo non è l’amore del Figlio!
L’uomo si aprì in un cachinno diabolico, troppo triste per essere l’espressione dello spirito del Signore delle Mosche: piuttosto era la manifestazione della sua umana fragilità.
Il cesso era tutto incrostato: aveva una voglia matta di rimettere tutti quei succhi gastrici che lo stomaco conteneva. Sarebbe stato un bel modo di morire: non avrebbe commesso crimine contro sé stesso, nessun suicidio forzato.
Era la mente alleata al suo spirito a sfiancargli il corpo mortale.
Lui non poteva opporsi perché lo spirito più non gli apparteneva. Ormai da lungo tempo, era esso diventato cosa aliena ficcata nella sua carne.
Ancora eco erano le parole di Isaia, il profeta, nella scatola cranica, un teschio che racchiudeva il suo cervello invaso dal tumore. Una eco lontana… più non sapeva distinguere se i ricordi fossero veramente suoi o solo il prodotto d’un’allucinazione.

Il paese di Zàbalun e il paese di Nèftali,
sulla via del mare al di là del Giordano,
Galilea delle genti;
il popolo immerso nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte
una luce si è levata.

Accusò una violenta vertigine che lo proiettò in una dimensione senza tempo, poi un conato di vomito; si trascinò carponi sul bordo di quel cesso lordo di merda e piscio, spalancò la bocca sdentata riversando nella tenebra una quantità immane di acidissimi succhi gastrici.
Spossato, la fronte madida di sudore, si lasciò cadere a terra in posizione fetale mentre gli scarafaggi gli passavano accanto; qualcuno si addentrava nel cavo della bocca e lui lasciava che facessero quello che era giusto che facessero.
Umiliazione, questa la vita. Provate ad annichilirvi così come fece il Figlio! Ecco cosa avrete in cambio: un cesso e una prigione di due metri per due sprofondata nei recessi della realtà più oscura, quaranta chili di carne umana che i vostri carcerieri diranno essere il vostro corpo. Invano tenterete di spiegargli che non può essere vero. Poi ci farete l’abitudine ai quaranta chili di carne malata, stuprata da violente sanie in suppurazione. Ed accetterete la realtà, come tutti del resto.
Il cranio gli doleva terribilmente: provò a sollevarsi da terra, ma subito una vertigine lo costrinse a ricadere sul freddo pavimento come un sacco di patate. Non ci tentò più.
Questa era la legge: la ricordava bene.

Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento.

La bocca, una caverna cava di carne scavata nel suo corpo, era stata invasa da una colonia di scarafaggi: l’uomo contrasse le mascelle ed inghiottì a secco, perché saliva non aveva e da tempo ormai non ne conosceva più il sapore. Una volta aveva baciato una ragazza, il suo primo amore; ma non fu un vero bacio: la loro saliva si mischiò e questo fu tutto. E lui si convinse che fosse amore. Riaprì la bocca e rimase in attesa.

Cap. 2

“Non c’è niente di sacro!”, disse il Maestro.
Il discepolo che gli era accanto non ribatté. Osservò il Maestro, il capo rasato, il naso aquilino, la barba di tre giorni, ma soprattutto fissò quegli occhi ciechi bianchi come il latte vergine della Madre che si diceva l’avesse nutrito. Non poté fare a meno di sospirare.
“Chi tra di voi al figlio che chiede un pane darà una pietra?”
Il Maestro attese una risposta, una qualunque.
Il discepolo che gli era accanto voleva rispondere, ma una pavida timidezza lo trattenne: perché il Maestro diceva parole tanto crude?
“Allora? Non uno osa rispondere. Tacere è peccare, morire prima che la clessidra abbia esaurito la sua vita di sabbia.”
Con un fazzoletto il discepolo si asciugò la fronte imperlata di copiose gocce di sudore. Si guardò intorno in cerca d’aiuto: tutti tacevano. Solo il deserto attorno a loro con la sua silenziosa voce, sabbia di secoli e secoli là depositata per l’eternità, un silenzio fin troppo eloquente.
Un fiato di vento, un po’ di sabbia sollevata in aria e subito ricacciata nel mare del deserto. Si fece coraggio: strinse nella destra mano la croce d’oro che teneva gelosamente attaccata a una cordicella di cuoio legata al collo a mo’ di cappio, e parlò, parlò meccanicamente: “Maestro, la morte non è la fine.”
Il Maestro sospirò: “Ne sei certo?”
Il discepolo esitò: i fratelli scuotevano il capo, e altro conforto o aiuto non gli prestarono.
“La certezza è…”. Le parole gli morirono presto in bocca.
“Una pietra è il pane quotidiano che i padri danno a chi chiede pane. Non c’è niente di sacro.”
Il Maestro aveva parlato.
Giovanni si fece dappresso al discepolo che aveva parlato poc’anzi, e rivolgendosi alla loro guida spirituale anch’egli parlò: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa è infatti la Legge.”
Silenzio imbarazzato per un indefinito tempo, forse l’Eternità stessa.
“Maestro, così dicono le Sacre Scritture che ci sono state tramandate.” Giovanni tremava di freddo e paura, nonostante il sole fosse una palla di fuoco proiettata nel cielo a bruciare la desolazione del deserto circostante, un deserto che da ormai troppo tempo avevano tacitamente accettato come casa.
“Dobbiamo far ritorno fra la gente. In città…”, aggiunse Giovanni con voce soffocata.
Il Maestro lo fissò con i suoi ciechi occhi: Giovanni ebbe la netta sensazione che quelle orbite morte in realtà riuscissero a penetrare il suo spirito e a vederne la nudità in tutta la sua debolezza. Emise un gemito soffocato d’imbarazzo quando la mano ossuta del Maestro si posò come piuma sulla sua spalla destra: un immediato calore gl’invase il corpo e subito prese a piangere senza comprenderne il motivo.
“Tu, Giovanni, dici che dovremmo tornare fra la gente. Ma tu fra la gente hai già abitato: allora perché tornare presso quei luoghi che ci hanno dimenticati? Gloria?! No, non per la gloria: non è il nostro pane. I pani che abbiamo ricevuto fra la gente, in realtà  pietre contro le nostre magre schiene. E noi dovremmo tornare indietro da loro, con la coda fra le gambe, ed opporre alla pioggia delle loro pietre la Legge delle Sacre Scritture? No, Giovanni, non c’è più niente di sacro. Le Sacre Scritture sono un libro morto fra le labbra di quanti pronunciano ancora le sue ridicole parole.”
Ciò detto lo baciò sulla fronte. “Un bacio, solo un bacio può gettare un uomo come te nel panico?”
Giovanni era disfatto nello spirito e nel corpo: in ginocchio stava davanti al suo Maestro.
“E tu, Marco, cosa ne pensi?”
Marco avrebbe voluto scomparire in quel momento piuttosto che rispondere al Maestro, però inevitabile era che si esprimesse, perché così gli era stato comandato: “Maestro, io penso che Giovanni abbia ragione”. Non disse altro.
“E tu Luca?”
Luca si strinse nelle spalle, poi farfugliò qualcosa: “Maestro, guardati dai falsi profeti che vengono in veste di pecore, perché dentro son lupi rapaci.”
Il Maestro gli sorrise: “Una risposta diplomatica, la tua. Luca, saresti stato un grande inquisitore se solo avessi avuto la fortuna di nascere in quel periodo oscuro che fu il Medioevo; la Santa Inquisizione ti avrebbe eletto Papa in meno d’un giorno e ogni monarca si sarebbe arreso al filo della tua lingua.”
Luca arrossì violentemente.
“Tu, mio discepolo, tu che stai leccando i miei piedi, mira la città e dimmi come la vedi?”
Il discepolo come cane ferito si alzò: una stanchezza di piombo aveva invaso le sue membra, gli occhi gli erano diventati uguali a coltelli piantati nel cranio: copiose lacrime scendevano lungo le sue gote. Sospirò. L’aria che gl’invase i polmoni l’accusò pesante al pari d’un gas mortifero. Una volta, in città, aveva sentito raccontare da un vecchio storico che nei tempi passati i fratelli uccidevano i loro fratelli cacciandoli a forza dentro orribili camere a gas: questo accadeva quando imperava il disordine e gli uomini erano diventati quasi tutti delle bestie vestite di umana carne. Quando aveva sentito questa storia, grande fu la sua incredulità e questa crebbe ancor di più quando il vecchio gli riferì che i cadaveri poi venivano adoperati per ricavare dalle loro ossa vari ninnoli per adornare le case dei Patrizi. Qualcun altro gli aveva pure detto che le ossa dei morti servivano per produrre colla. Ma, quasi sicuramente, non poteva esser vero, almeno lui aveva voluto credere che così fosse.
Adesso guardava la città: non sembrava cambiata dall’ultima volta, anche se non ricordava quando fosse stata l’ultima volta che i suoi piedi avevano attraversato le strade asfaltate.
“E’ una città.”
Il Maestro rimase in attesa che il discepolo continuasse.
“E’ immensa, piena di luci, almeno così mi sembra.”
Il Maestro alzò il braccio destro puntando l’indice contro la città: “Dunque è questa la città che dovrei tornare a visitare?”
I discepoli non seppero cosa dire.
“La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!” Ciò detto il Maestro accompagnato solo dalla sua ombra prese ad avvicinarsi alla città mentre, timidamente, i discepoli lo seguivano come cani bastonati convinti che niente di buono il futuro riservava loro.

Cap. 3

La eco gli trapanava il cervello.
Il tumore non gli dava pace.
Ma alla pace lui non anelava, non a quella che la vita mortale avrebbe potuto dargli.
Gli era stato chiesto più volte dai suoi carcerieri se nutrisse desiderio che il cancro venisse asportato chirurgicamente dal suo corpo, e tutte le volte lui si era rifiutato, caparbiamente convinto che non sarebbe valso a nulla eliminare quella parte del suo corpo malato se nulla poteva esser fatto per il suo spirito infestato da un male ben peggiore di quello della carne. Quello che un tempo era stato il suo spirito, o più semplicemente la sua mente, più non gli apparteneva. Da molto tempo questo si era staccato da lui, era diventato il suo personale carceriere, l’ombra che sempre lo seguiva in quei due metri per due della cella. E l’ombra, giorno dopo giorno, con il cilicio lo frustava come cosa di nullo valore: poi l’ombra fuggiva, si rifugiava in un dove che lui conosceva fin troppo bene. E ogni giorno che passava e che i suoi occhi vedevano spuntare un’altra alba attraverso le sbarre della piccola finestra nella cella, lui comprendeva che il nuovo giorno sarebbe stato uguale al precedente senza possibilità alcuna di redenzione. La routine, la stessa a ogni nuova alba: il sole alieno, con il suo innaturale rosso atomico, spandeva la luce dentro l’angusta prigione, una luce che subito moriva assorbita dalle pareti infettate dall’umido, dal muschio, dal sangue, dagli escrementi di lui e degli scarafaggi.
I conati di vomito diventavano sempre più rabbiosi: ogni ora era un tormento, ma sembrava che a questo non ci fosse fine. Sempre sperava che quel merdoso cesso finisse di raccogliere quanto di umano gli era rimasto nello stomaco, e però mai la sua speranza veniva tradotta in realtà.
Pregare!
No, non osava pregare. La fede non gli apparteneva più. O meglio, lui non aveva mai nutrito mai una vera fede, forse solo una vaga ipocrisia simile alla cristiana fede.

Signore, chi ha creduto alla nostra parola?
E il braccio del Signore a chi è stato rivelato?
Ha reso ciechi i loro occhi
e ha indurito il loro cuore,
perché non vedano con gli occhi
e non comprendano con il cuore, e si convertano
e io li guarisca!

“Isaia, falso profeta, che tu sia maledetto nei secoli… Isaia, tu mio carceriere, sei l’ultima speranza per questo Mondo! Io sono per te, per me, l’ultima speranza per questo mondo. Possibile che io non riesca a capirlo? …che tu non riesca a capirlo? ” E dopo che ebbe berciato tutta la sua rabbiosa indignazione, lasciò che i suoi quaranta o meno chili di carne si lasciassero schiantare al contatto con il suolo. Come ogni volta il capo batté violentemente contro la pietra del pavimento: la bocca gli si aprì meccanicamente e una colonia di scarafaggi gli penetrò dentro.

[ continua ]

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a Il ritorno del Messia – racconto lungo – fantascienza nera – capitoli da 0 a 3

  1. Lady Nadia ha detto:

    Faccio un po’ fatica a calarmi in questo clima. I personaggi pescati dalle Sacre Scritture in un contesto fantascientifico.
    Che sia scritto bene è insindacabile ma tanto originale quanto strano.
    Aspetto con curiosità i nuovi capitoli per capire dove vuoi arrivare. Sicuramente un’idea innovativa e un complimento per te per questa storia e anche per le tue poesie dove, con tangibile rispetto, mostri la tua cultura e dedichi o dai voce ai personaggi che hanno fatto la storia. Ogni volta ci regali un po’ della loro conoscenza in modo davvero realistico.
    E trovo che dalla tua scittura pulita e forte ci sia moltissimo da imparare. Bravo come sempre. Aspetto.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Pensa un po’ tu quanta fatica ho fatto io per calarmi in un contesto tanto ambiguo e difficile. ^_^
    Scherzi a parte, è un racconto che impegna tanti archetipi, non è dunque facile: dalle ossessioni dei mondi dickiani alla fantareligione di Philip José Farmer, senza dimenticare che alle loro ossessioni ci ho aggiunto le mie. Il fatto è che mi piace spaziare e non arenarmi su un solo aspetto culturale: scrivo e leggo di tutto. In alcune cose sono ovviamente più bravo, in altre meno: faccio un esempio, se dovessi scrivere un racconto ambientato nel mondo agonistico avrei un po’ di difficoltà, questo perché lo sport non mi ha mai interessato granché eccetto il football americano.

    E’ sì un racconto innovativo, anche per lo stile che è alto, letterario, e non da romanzo Urania, tanto per intenderci. Ed è poi un racconto sì di fantascienza, ma anche una ucronia fantareligiosa con declinazioni fortemente “nere” (o dark che dir si voglia).

    Il racconto è già bell’e finito. La tentazione era di metterlo online tutto in una unica botta, ma ho poi pensato: chi leggerebbe oggi 30 pagine a video? Per questo solo motivo ho deciso di spezzarlo e un po’ mi dispiace. Domani posto altri 4 o 5 capitoli. Nel giro di un paio di giorni o tre il racconto sarà tutto online, anche se è forse il caso di parlare di romanzo breve.

    Per il momento con la poesia ho smesso, nel senso che sono un po’ stanco di scrivere poesia: posto ancora delle poesie, ma scavando dagli archivi e qualche volta metto anche degli inediti, e però sono tutte cose che scrissi tempo fa. Or come ora sono abbastanza esaurito sul fronte poetico. 😉 E poi devo pensare, giustamente, alla promozione di “Donne e parole”. Un po’ di riposo dall’esercizio poetico non potrà che farmi bene.

    Grazie infinite, cara Nadia. Un abbraccio con stima e amicizia.

    Beppe

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  3. Lady Nadia ha detto:

    Leggerò. Forse lo sai ma credo che il tuo stile sia totalmebte diverso da tutti gli altri. E’ questo che apprezzo. Il tuo ostinato e naturale talento che ti contraddistingue. Ti riconoscerei senza firma ormai. Certo che queste ossessioni… proprio ognuno ha le sue!😉
    Ciao, a rileggerti dunque. Spero arrivino presto altre poesie ma devo dire che sono sempre molto curiosa di scoprire i tuoi racconti che hanno un sapore raffinato e retrò. Ciao Beppe!

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Solo alcuni hanno uno stile rétro, molti sono ridotti all’osso nello stile etc. etc. Dipende un po’ da racconto a racconto. Per questo ho scelto uno stile un po’ letterario, ma niente di che.

    Poesie? No, per il momento non se ne parla. Non ho nuove poesie. Non sono un jukebox di poesie, per fortuna. Le poesie si scrivono quando uno le sente, quando c’è un motivo, una occasione.

    Ciao, cara Nadia.

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