Piangesti anche al mio funerale!

Piangesti anche al mio funerale!

Poesie bonus per Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen

Iannozzi Giuseppe

caruso

Caruso, tragico amico mio!

E faccio,
faccio facce buffe,
e nei cimiteri scavo
per una Bibbia o una tibia,
e pure faccio il verso al pagliaccio
che sono, a quello che fui
e che domani forse ancor sarò;
e mai, mai e poi mai
che rida o pianga
una donna
per l’anima mia
sconfitta
in pasto data alla teatralità
nell’impossibilità
di recitar agli astanti
la verità
che sempre soli si è
nelle distrazioni del cerone,
della sua poesia

Ma sempre si va
e si va avanti
perché non sia la Morte
a coglierci di sorpresa
dopo milioni e milioni di no,
di età accumulate
e perse dove non si sa;
perché non sia proprio Lei
a strapparsi per noi la gonna
e nella sua risata seppellirci,
Caruso, tragico amico mio!

La tua bellezza

Raccoglierò per te rose rosse
le più belle e selvatiche,
quelle che più ti somigliano
Di petali di velluto ti vestirò
perché nessuno mai
trànne me scopra
quanto bella la tua bellezza
E in una carezza ti amerò

Piangesti anche al mio funerale!

Alla pioggia le tue lacrime mischiavi
In silenzio mi feci intruso al tuo fianco
Non dicesti nulla, eccetto il tuo nome

Ricordo bene i tuoi occhi e la nebbia
Eri giusto una bambina spaventata
con in braccio una foto ingiallita
e impiccato al collo un Gesù d’oro
Mi chiedevo cosa ci facessi da sola
nel tristo paesaggio del cimitero

Pregavi, una cosa che non ho mai saputo fare
Dal volto bagnato provai ad allontanarti i capelli,
e si stampò rosso sulla mia faccia uno schiaffo
Pregavi per Janis, Jimi e Jim persi chissà dove

La seconda volta fu al mio funerale
In nero sei sempre stata molto chic
Una donna oramai – l’invidia del Paradiso
Due minuti soltanto e ti portasti via lontano
Era alto e bello il sole, non era proprio il caso
di piangere

Fra ghiaccio e fiamme

Ricorda sempre
che fra ghiaccio e fiamme
giace il mio delirio

Se al teschio domandi
chi io sia o non sia,
non t’aspettar risposta,
questa è sotto chiave
là dove niun mortale
la può disseppellire

Son così infernale
che potrei incoronare
il mio asino cardinale,
e poi da lui
farmi raccomandare
per portar in cielo
orgia di donnine nude
senz’anima e gonna,
disinibite abbastanza
per il tiro all’uccello!

Re mi sentivo con te

Più non desideri me
Con te stavo sì bene,
Re mi sentivo
d’un piccolo mondo,
d’una rosa exuperiana

Dovevo immaginare
che sarebbe presto
finito l’olio e il sogno,
dovevo immaginare
prima di cadere
nella poesia del deserto

Hai ragione tu, donna mia
Con le pezze al sedere
e i tanti pesanti pensieri
che m’imbottiscono la testa
sol poteva esser questa fine,
dirmi oggi e domani guasto

Con la tua foto in fronte
vagabondo senza mèta,
e un Dio scalzo prego
perché mai dimentichi io
il sorriso tuo
Non mi resta che questo

Non mi resta che questo

Poeta minore

Giù hai buttato
la macchina per scrivere,
e più di là che di qua
mi hai gridato
“la macchia da scrivere
chiappatela tu!”

Da quando mi hai
scacciato via
sulla tua via vivo
da tutti schiacciato
come un pidocchio
E scrivo poesie

I – Potrà questa bellezza assassinare il mondo?
Un bel cadavere conta più d’un’anima linda
senza gloria né peccato

Ho fatto un sogno
e fra i morti c’eri anche tu
Il prete danzava nudo sulla tomba
Con la lingua serpentina ti faceva segno
che il momento era venuto
Hai dunque capito
che non saresti stato perdonato,
i tuoi crimini su un piatto d’argento
e tutte le medaglie sul campo conquistate
buttate a cani e porci nel Culo dell’Inferno

II – Avevi un vestito bello
ridotto all’osso
Nata per far la puttana
non hai mai desiderato altro
La poesia ti faceva orrore,
per questo hai deciso di buttar alle ortiche
la mia macchina per scrivere
Hai detto
che ce l’avremmo fatta in un modo o nell’altro
Non avevi però previsto
che dal Sacro Triangolo ne saresti potuta uscire
a gambe all’aria, giù dalla tromba delle scale

Potrà questa bellezza fottersi il mondo?
Il primo prete te lo sei sbattuto
con il cervello sodomizzato di LSD,
il secondo perché non reggevi più il peso
di portare la valigia di stazione in stazione

III. – Giù al camposanto ebrei e negri sono in pianto,
ognuno alla propria maniera;
ma tu non vedi oltre la punta del tuo naso,
credi ancora che il telefono squillerà
per annunciarti che domani sarà bel tempo

Hai insistito per avere il fallo di Coltrane,
ma sei rimasta delusa quando hai capito
che non avresti potuto portargli via l’anima

Potrà mai una nuda Fata
in un trasparente bicchiere di champagne
scopar via tutta la bruttezza che c’è qui?

‘A Sceneggiata

Mostrami un segno dal Cielo
Portami via dall’Oblio
Ho candele accese in tutta la casa
e una stella inchiodata al cuore

Era ieri, soltanto ieri
che reggevo la tua mano nella mia
e dicevo, e dicevo, e dicevo vaghezze
come un uomo innamorato,
come uno che non ha fissa dimora
Era ieri, soltanto ieri
che la Sceneggiata andava avanti
e rimanevo io indietro sui tuoi passi
per meglio considerare l’orgoglio
del tuo sculettare di gran femmina

Mostrami dove lo Sbaglio
che ha tradito le nostre anime
in una confusione di bozzoli e pistole

Essa, mia Essa, quanto del nostro tempo
dovremmo ancor dare ai Quattro Venti
perché ognuno di essi,
senza alcun rispetto di noi,
possa cantare la sua distorta versione?

Non si satireggia più, non s’ama più
Non si satireggia più, non s’ama più
Non si satireggia più, non s’ama più

Il Satiro, il grande Amatore di Ninfe,
che spiava i nostri virginali sguardi
in lungo e largo pel bosco suona il suo flauto:
triste Eco gli risponde, note di jazz
e un silenzio, un silenzio lungo e immaturo

Non si satireggia più, non s’ama più
Non si satireggia più, non s’ama più
Non si satireggia più, non s’ama più

Essa, perché le domande attraggono altre domande?
Il Satiro non lo sa, sol china il capo mesto
E’ dunque vero che Eros è capriccio e non altro?

Non si satireggia più, non s’ama più
Per questo ti chiedo di mostrarmi
dove hai seppellito il cuore della Sceneggiata

Non si satireggia più, non s’ama più
E’ per questo che siamo stati insieme,
per questo e nulla più?

Non si satireggia più, non s’ama più
Non si satireggia più, non s’ama più
Non si satireggia più, non s’ama più

Il Prevosto le lamentazioni da me udite
dice che dovrei aver la Dote, così forse, chissà!
Il Prevosto non sa, non sa che qui
non si satireggia più e non s’ama più
Ma ogni cosa immagina con l’occhio suo lungo

Così forse, chissà! Ma non si satireggia più
Così forse, chissà! Ma non s’ama più
Così forse, chissà! Così forse, chissà!

Sfiorando le cose ( * )

Lancette e ingranaggi,
l’orologio colora le ore
del giorno di sole di luna
strappando al cielo
un po’ del suo blu
mettendo così a nudo
ansie paure numeri
fra costellazioni e nebulose
nascoste.

Se solo si potesse riuscire
sempre dal buio fuggire
e dentro ai colori
pian piano annegare;
e il bene in superficie
riportare.

Passare leggeri su le cose
sfiorandole appena
e con accorti movimenti
in speranza e volontà cercare
il fiore e l’albero
il rumore del mare
i baci meritati
obbligando i sogni
a non abbandonarci più.

Su un verde prato ( * )

Seguendo le deboli tracce
d’un indefinito pensiero
scivolano leggere
le dita ad accarezzare
gli angoli bianchi d’un libro;
con l’indice
sulla punta della lingua
bagnato
volto la pagina divorata;
così presto, così presto
si fan di nebbia e confusione
le immagini da me partorite.
Repentino un alito di vento
mi sconvolge i lunghi capelli
rovesciandoli presto
sugl’occhi miei verdi;
col cuore in gola
– rapido come braccato –
nella semioscurità
cerco te,
la confortante tua forte mano
perché m’accompagni al ballo
sì tanto a lungo sognato

E nel mentre
lo specchio riflette l’estasi
sotto l’incessante ticchettar
del tempo;
ed è già tempo
di non aver più tempo…
il vellutato mio seno contro
la nuda tua schiena
Ma su di me soltanto
ammiccanti stelle
e una Luna scandalizzata

Scalza mi muovo
su un verde prato
mordendo a sangue
le timide mie labbra
di desiderio affamate,
cercando invano
d’accecar l’ardor
che fu soltanto
… immaginato!

Perfetta ( * )

Esiste-resiste il sapore
speziato d’incomprensioni
fra il vero e il non vero
Pensammo male l’uno
dell’altra, forse perché
lontani, forse perché diversi
e però sì tanto simili
nella paura anche

Vivere non soltanto
per star in mezzo alla gente
che lo sguardo punta
a un fazzoletto di cielo
lasciando libero il tempo
di correr dietro ai suoi debiti
In questo germoglio di notte
insieme siam legati
al Grande Mistero Divino

Ma la tua voce ascolto
un po’ turbata e eccitata;
veloci fra le dita scivolano
i giorni; nulla abbiamo
se non l’amore, l’amore
che mi sorride
invitandomi allo slancio

Un cesto di fiori
diversi e colorati
che profuma
e sfida la vita

Prendimi adesso
L’essenza della vita
sul ventre e in seno;
di fragole le mie labbra,
e mirto rosso liquoroso
nelle vene i sensi inebria

Prendimi adesso,
adesso che son perfetta

Lettera d’amore ( * )

Dal mattino sveglia
con ansia le sei aspetto,
l’ora del crepuscolo
per ascendere con te
in paradiso.

Da poco ho imparato
che non è santo l’Eden
dagli artisti disegnato;
e nemmeno lo schizzo
d’una riserva indiana.
Credimi, nulla al mondo
ci pertiene, né gli ori
né dei saggi i canti.

Purissima visione
senza nodi gordiani
sul Bene universale,
così ora m’accingo
a scriverti questa lettera
con animo sincero
trasgredendo la regola
che mi son data
di non dir chiaro e tondo
che per me sei prezioso
nonostante i tanti volti
che pian piano mi sveli:
triste o felice, arrabbiato
o matto, deciso o deluso,
talvolta irascibile e scurrile,
e però sempre t’amo
perché sei come sei.

Dalla lunetta d’oro dell’altare
la Madonnina, lo giuro,
a mani giunte ho pregato
perché l’ostia più pura
finalmente ricevessi
rigettando i peccati tuoi
votandoti anima e corpo
a quel Dio cui non credi.
Ma tu niente, testone
e caprone sino in fondo,
sbruffone eri ieri
e oggi uguale uguale,

Qual rabbuffo di parole per te
che sei un gran sbruffone
ma sempre tanto delicato,
un bambino quasi,
complicato e innamorato;
così ora sol più ti chiedo
d’aiutarmi a ingoiare
le ballerine mie emozioni
col miele delle tue parole.

Tornerai presto ( * )

Nebbia di vaghi fantasmi
su case di marzapane,
su i sogni mattutini
intrisi del primo odor di caffè,
mentre la pioggia batte
sulle finestre appannate.

Vento d’Ottobre
di ocra agghindato,
sei infine venuto
spandendo nubi
strappando foglie,
nei cuori di noi
scatenando sussulti
sino in alto, quasi
vicino al Paradiso
ove il cielo giace.

Senza catene
indomito amante,
emozione di miele,
così sei tu, Ottobre.

Restano gli alberi
spogliati d’ogni rancore;
e veloci veloci
saettano
senza peso
i passerotti
sotto il ripetuto tic tic
sulle grondaie musicato;
così dolce è ora
il dormire.

Vola piano
lontano una foglia;
sciaguattano gli stivali
nelle pozze d’acqua;
di te sicuro te ne parti
verso prospettive inedite.

E una mano allungo
per un saluto e un sorriso.
Ritornerai presto lo so…
Già freme un sussurro
sul mio bel davanzale.

* ) Con Viola Corallo

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Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a Piangesti anche al mio funerale!

  1. romanticavany ha detto:

    Sono tutte belle, hai un dono bellissimo, quello dell’espressività e quello della parola.
    La più bella è Tornerai presto

    Buon Pranzo King. 1 Bacio ♥

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Tornerai presto: son certo che te la ricordi perché la scrivemmo insieme, e difatti l’ho indicato.

    Immagino che con gli anni sia diventato piuttosto bravo. Questione di talento, di disciplina: oggi non scrivo più di getto e soprattutto non scrivo tanto per scrivere. E però anche le cose frivole che ho scritto nel corso degli anni mi sono care, tanto più che mi sono servite da palestra “scrittoria”.

    Buona serata, cara Violetta. 1 Bacio a Te ♥

    King

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I commenti sono chiusi.