Niente di meglio di una bella milanese

Niente di meglio di una bella milanese

Iannozzi Giuseppe

Issei Sagawa - cannibaleLa macellazione era stata più facile del previsto. Tutto liscio come l’olio. Adesso il pezzo stava appeso a un gancio nella cella frigorifera. Tirò un sospiro di sollievo, e felice si pulì le mani sporche di sangue sul grembiale. Uscì e chiuse la cella frigorifera, poi diede una rapida occhiata alla temperatura segnata dal termometro: la carne si sarebbe conservata a lungo in ottime condizioni.
Contento come una pasqua, sorriso a trentadue denti, era bell’e pronto a disporsi dietro al bancone.
Era ormai quasi l’ora di aprire al pubblico. La sua macelleria non aveva mai perso un giorno, mai chiusa per malattia o altre seccature.

Da Ivo il Macellaio c’era sempre la coda nonostante il paese contasse poche anime. Qualcuno sempre si inventava una necessità superflua pur di cacciarsi davanti al bancone di Ivo, il quale non lesinava in gentilezze: una certa affettazione femminea faceva mordere a sangue le labbra di più d’una donna già nella menopausa. Le ammaliava Ivo le donne con il taglio dei suoi occhi da orientale nato e pasciuto nella Padania, tirato su a milanesi e Barbera. Non erano solo le stagionatine ad affacciarsi al suo bancone: anche prestanti quarantenni e non di rado ragazzine spedite dai loro padri a fare commissioni. Lui sempre mostrava a tutte il suo sorriso migliore, una fila di denti bianchi come la neve.

Ivo non era ben visto dai maschi. In paese, quando nelle feste comandate si portava in piazza, nessun uomo gli rivolgeva la parola; i più educati si limitavano a toccarsi il basco inchiodato in testa in segno d’un vago saluto. Ivo non lo si era mai visto in compagnia dei paesani, nemmeno a bere un bicchierino. Il suo bicchiere di rosso se lo scolava da solo, mentre due o tre comari gli facevano l’occhiolino appostate davanti all’entrata del bar facendo finta d’esser capitate lì per puro caso. Ivo si accorgeva subito degli sguardi, alzava allora il bicchiere nella loro direzione, sorrideva e poi buttava giù consapevole che il suo pubblico lo osservava con attenzione maniacale. Anche se non ne avevano le prove, i vecchi del paese e non solo, non nascondendo affatto l’invidia, dicevano che Ivo doveva essersene fatte un bel po’ di baldracche, alla missionaria o alla pecorina, nella sua macelleria. Ridevano poi, ma non di gusto: avessero potuto gli avrebbero spaccato ben bene il muso al macellaio, come minimo. Ma non si poteva: nessuna aveva mai denunciato un’attenzione di troppo, e così Ivo continuava a tenere viva la macelleria intascando ogni giorno danari e sorrisi. Brutta storia davvero essere costretti a vivere in un centro di poche anime con un solo macellaio!

A domeniche alternate uno dei vecchi tirava le cuoia e per quanti pochi fossero, per assurdo pareva che crescessero di numero a ogni funerale. La piccola chiesa tirava dentro il feretro e le panche venivano presto occupate da una lunga processione di veci sdentati e con le cataratte. Ivo non si perdeva una sola funzione. I veci quando se lo trovavano in mezzo ai piedi si toccavano i coglioni rinsecchiti e cercavano, per quanto gli era possibile, di stornare lo sguardo da quel macellaio che pareva proprio un Angelo Caduto. Dopo la predica del prete, Ivo seguiva la bara fino al cimitero e se ne andava solo quando il defunto era stato sepolto sotto due metri buoni di terreno.
Dopo ogni funerale regnava un po’ di mestizia, che però faceva presto a dileguarsi: le donne entravano in macelleria abbattute e ne uscivano rincuorate con nella sportina un mezzo chilo almeno di carne fresca, appena macellata.
Non uno si era mai interessato sul serio circa la provenienza delle carne. Si sapeva che Ivo teneva due vacche, un maiale e due capre forse, ma erano sempre lì, al loro posto a pascolare in un praticello, animali invero magri, magrissimi, che a macellarli c’era da guadagnarci solo ossa buone per i cani. Quando un vecio gli si era fatto sotto per sapere, Ivo gli aveva spiegato con impassibile cortesia che lui la carne la macellava con le sue mani e che per questo nessuno si era mai lamentato. L’aveva poi licenziato con un sorriso. In capo a un mese il vecio aveva tirato le cuoia. Aveva passato i novanta da un pezzo, per cui nessuno versò lacrime più dello stretto necessario, giusto per salvare le apparenze in pubblico; e poi il morto non era nemmeno il più vecchio del paese, giusto uno dei tanti con qualche anno in più sul groppone rispetto agli ottantenni a loro modo arzilli, per via della lingua lunga soprattutto.

Un bel dì di sole, un po’ malavoglia Giulia, giovane laureanda in antropologia, era stata costretta dal padre a recarsi in macelleria per prendere delle fettine, altrimenti la mamma chi l’avrebbe sentita senza la sua cazzo di milanese! Ci sarebbe andata da sé se solo non si fosse beccata la spagnola, poco ma sicuro: e febbre o non febbre, la mamma di Giulia alla milanese di Ivo non ci rinunciava. Una gran rottura di coglioni, il padre glielo aveva detto papale papale alla figlia, che, commossa dall’uomo sì tanto nervoso ed abbattuto, alla fine si era convinta.
La macelleria puzzava di carne, di sangue: Ivo doveva aver macellato da poco. L’odore dolciastro della morte navigava nell’aria e attaccava le narici in profondità. Giulia non riuscì a reprimere un brivido. Strinse al petto il libro, uno studio sul cannibalismo e su Issei Sagawa. Quando si accorse di stringere con troppa forza quel libro orrido, il suo cuore perse un colpo. Ivo si stava strofinando le mani sporche di sangue sul grembiale. Sorrise alla giovane scusandosi: “Perdoni il mio aspetto, ho appena finito di macellare”. Giulia si limitò a balbettare un . Attese che il macellaio si rassettasse un minimo e chiese il solito, ovvero mezzo chilo abbondante di fettine. Ivo si informò sulle condizioni di salute della mamma. Giulia gli disse che aveva la febbre, colpa della spagnola, ma che si sarebbe ripresa. Ivo non la contraddisse, però le sorrise in un modo sinistro che le fece venire molle le gambe. Raccolse il pacchetto che il macellaio le aveva messo proprio sotto il naso, pagò, poi tremando scappò via manco avesse il diavolo alle costole.

Ivo raccolse il libro che Giulia aveva lasciato cadere sulle mattonelle della macelleria: “A History of Cannibalism: From Ancient Cultures to Survival Stories And Modern Psychopaths” di Nathan Constantine. Lo sfogliò per un paio di minuti, più divertito che incuriosito. Infine lo depose accanto alla cassa: non era detto che Giulia non tornasse a reclamare l’oggetto… in fondo, in fondo la Padania era una pianura dove non succedeva mai niente che meritasse attenzione. Ivo sospirò.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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