TU, CHIESA DEL MIO PECCATO

TU, CHIESA DEL MIO PECCATO

Iannozzi Giuseppe

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Fra i colori dell’arcobaleno

Dove lo hai lasciato il tuo cuore di bontà?
Sempre son qui che fumo da un’eternità
Le belle ragazze al mattino scendono
per incontrare il garzone dal lattaio,
e continuo io a stare al mio posto
con il sole e la pioggia, di giorno e di notte
Dovrei prendermi un minuto di riposo
Ma ho paura che se gli occhi li chiudessi
anche solo per un momento
rischierei di perder la luce che lassù brilla
dove c’è la tua piccola finestra di felicità

Son forse per te soltanto un gatto nero?
Anche se fosse, di qui io non mi muovo
Al mattino una bottiglia di latte rubo
e tutta me la scolo alla faccia della povertà
che le tasche mi riempie miagolando,
penso poi a te addormentata, all’angelo che sei,
a quella tua bella tempesta di capelli biondi
sul cuscino abbandonati ed allor capisco
che da qui io non mi muoverò mai più

Potrai dirmi folle e far finta che non ci sono,
che mai sono stato per te importante
Che nemmeno una lacrima per me hai pianto
Potrai legarmi al collo un numero qualunque,
giusto una foto segnaletica in ultima pagina
Però se i fiumi la primavera li gonfia d’acqua
dai ghiacciai ormai sciolti per arrivare al mare,
prima o poi riuscirò a strapparti una lacrima,
una lacrima soltanto per congiungerla alla mia
fra i colori dell’arcobaleno

Prima o poi, lo sento, prima o poi, prima o poi
un bacio fresco di speranza l’abbandonerai
sulle mie labbra arrossendo un poco appena

Tu, chiesa del mio peccato 

E alla fine non resta che…
che questa città ai tuoi piedi arresa
E mi chiedo se era questo che volevi
E ti rimane lo sguardo muto
fisso su me; capisco che,
che non poteva finire che così
Non ho però mai detto che
due mani nel verno a riscaldarsi
fan felici gl’innamorati;
solo ho pensato che
insieme a te ci potevo stare,
e magari costruire una chiesa
o un peccato, senza la noia
d’un “per sempre e così sia!”
Così rimango, schiacciato
Il perché lo sa il diavolo e te
Per Dio, sì, ti so odiare io
ma mai abbastanza, quel tanto che
basterebbe affinché la vita mia
prosegua da sé

Dell’ira non dire

Concede un dio il perdono
ché Essere di Volere e Potere
Un uomo da solo è con sé,
meschino sino all’ultimo minuto
che nel cavo della bocca gli sta:
quale perdono potrebbe mai dire
che domani non sia già in cancrena?
Quale pietà potrebbe mai elargire
il mortale che il nudo piede porta
avanti e indietro stancamente
cercando degli avi quei passi
che li portarono dritti alla fossa?
Forse che uno che tanto ha viaggiato
e conosciuto abbia una verità,
per semplice che possa dirsi,
da poter spartire coi consimili…!
Illusa mia fanciulla, nulla esiste,
nulla se non ci pensiamo su noi,
sicché ogni cosa cade nell’illusione
che il pensiero nel cerebro produce
pria che nel desio
che lo stolto noma alta anima
Sì è, e se dispiacere t’ha colto
non infiammartene per funesta ira:
già ci manca il tempo per godere
della fragilità della carne,
che pensare alla vendetta
sarebbe lusso azzardato assai
persino per quel matto
che oggi si crede invitto Odino

Gli anni nostri

Quante volte ho invocato il nome
perché solo muta eco infine
si tuffasse dentro al core mio
quasi che nullo spirto in me vivo

Amica, ricordi i giorni lieti
di primavere, di speranze aspre
ancor tutte da venire?
Quel cielo di stelle alte
impossibili allo sguardo
perché tutte le potesse contenere
eran, nell’immutabile lor carattere,
sì tanto simili ai nostri sospiri
fra un sogno raccontato e l’altro

Era Milano ancor tutta da fare
e se anche il fracasso delle bombe
la nostra innocenza in fiore minava,
ci promettemmo comunque che mai
e poi mai avremmo concesso al nemico
la voglia nostra di cambiare in meglio
Eppur gli anni son trascorsi
prima d’un batter di mani e il grigio
sulle tempie ha da tempo preso
a calpestare i ricordi lieti e funesti
cosicché ogni dì oggi ci par uguale
a quello appena andato

Quel cielo di stelle, tanto amato,
non è per niente cambiato
Però noi sì, solamente a stento
ci riconosciamo, con moto
di disgusto

Che resta di noi, di quel ch’eravamo?
Non una foglia, non un fiore
fra le distratte pagine d’un libro amato
sin quasi alla follia, non un poeta
il cui nome al mattino ci svegli dal torpore;
avanti si va come animali da monta
scavando con l’indice nelle cateratte,
e sconosciuti si fanno i volti conosciuti
e gli amici morti, seppelliti: di essi
memoria noi non serbiamo
per tema che gli scomparsi sorrisi
ci ricordino che presto anche noi
li seguiremo per uguale destino,
così come sempre è stato
sin dalla notte dei tempi, Amica mia

Questi volti disegnati

Questi volti disegnati,
questi volti a me ignoti
che della segreta loro vita
nulla o quasi so,
nel sogno s’affacciano
quasi volessero a me dettare
monito o consiglio

Da amica mano
nei minimi tratti curati,
da là dove ora sono
con abbozzati sguardi
l’occhio mio sfidano
sempre ripetendo
“Cura la rosa e le sue spine,
curati di non far a lei male
e di non farne a te
che sei oggi ancor là
dove la vita tutta ci sta
e poi chissà!”

Decifrar non oso o forse non so,
so però quanto forte la verità,
e allora ci sto,
curo della rosa il giardino,
gl’improvvisi tremiti dei suoi petali,
con un silenzio di pace
ma di più con parole di parole
che son poi tutto quel che ho

E il perdono non lo chiedo,
se non piano piano,
nel pigolio dei passeri in cielo
scivolando
le benevole anime pregando
perché veloce rimedio accordino
là dove ingenuo ho peccato io

In una dispettosa nuvola di fumo
sorridono allora i volti si ben sfumati
dall’amata amica mia disegnati,
o almeno così a me mi pare

Come possono sorridono oggi loro,
o almeno così sospetto di credere

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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