FRA ME E L’INFINITO

FRA ME E L’INFINITO

Antologia di poesie di Iannozzi Giuseppe

amore-sesso

Tra la vita e la verità

Non riesco ancora a credere sia vero
Eppure me ne dovrò fare una ragione,
gettare il senno sulla Luna lassù
e far delle stelle un’eternità di pianto

Quel mattino, se solo l’avessi intuito
E invece
i tuoi occhi felici non lasciavano spazio;
come potevo arrivarci che l’avresti fatto?
Dal Sahara al Mar Rosso fino in Tibet
Per così tanto ti ho cercata,
per darmi la possibilità d’un’altra vita
Ma non d’una nuova verità

Ancora non riesco a capire
Trovo il tuo cuscino col tuo odore
Ricordo il tuo sapore, in bocca ce l’ho
e brucia lo schiaffo sulla guancia
Ma tutto è perduto oramai

All’ombra di noi, dell’amore

Non lo so
fino a lunedì
quanto tempo passerà
e se ancora avrò
la forza di oggi
Sento però
che sogni e desideri;
che disperi ogni tanto

L’allegria
della giovinezza
volata via
E l’aquila
sui nostri vespri
attesi all’ombra dell’amore
non ci vede più
belli e agnelli
Resta di noi
un’ombra scolorita
che appena ieri
era la nostra vita

Così presto
abbiamo perso
Hollywood e Brooklyn,
il nostro film preferito, l’amicizia
ch’era in un gesto appena baciato
da una mezza parola

Giovane zingara

come sempre fuggi via
e ti porti via la vita
che è stata anche un po’ la mia
porti via i sogni che insieme abbiamo sognato
e le attese al capo del telefono a domandarci
“lui ci sarà, lei ci sarà”

come al solito mi lasci di stucco
non riesco a dirti che ho sbagliato
che avrei fatto bene a stringerti più forte quando piangevi
e il cuore ti batteva forte scosso in tempesta

sei sempre bella, giovane zingara
a piedi nudi attraversi il tempo e lo spazio e non cambi
ma oggi che è una primavera in più sulla vita mia
capisco quanto sono invecchiato
comprendo per la prima volta d’aver sbagliato

e tu ti porti via
e la colpa, lo so, è mia
che non te l’ho detto mai quanto ti amo

La Capra
(nuova versione, 2007)

Cachinna la capra la barba masticandosi
Un tomo vecchio di mille anni
sulla scrivania del saggio dorme
In alta montagna si gela l’aria
nelle froge della morte pelosa
C’è la solita pecora nera
che dal gregge si stacca
L’evoluzione; e tutti lo sapevano
che prima o poi sarebbe accaduto

Gli errori grammaticali e l’orrore sociale,
sfide fra le battute d’un’Arancia Meccanica:
un po’ come spiccare il volo
sul nido del cuculo
Tacere per sempre o a ruota libera parlare
Gli errori grammaticali: poesia del sopravvivere
L’orrore sociale: perfezione di star sempre
sul chi vive

Cachinna la capra,
e il vento a una a una le volta le pagine
Il vecchio saggio il capo china stanco,
e la candela nella cera la fiamma spenge

Domande e farfalle

Nessuno ha mai detto
sarebbe stato facile

Perché pesare il volo d’una farfalla?

Perché giocare a fare il morto a galla?

Galleggia il volo della delusione
Ma non si è alla conclusione

Quante farfalle ancora farfalle?

Capitan Harlock

Ho una missione da compiere
L’Universo mi aspetta:
al timone dell’Arcadia
una lacrima,
una sola,
mi scivola sulla cicatrice
che mi ha partorito

Ho lacrime
che hanno visto la morte
di amici e nemici
in egual numero
E ricordo ognuno di loro
Il timone,
per quanto difficile da tenere,
non cambierà la rotta
Ho nell’anima tutti coloro
che mi hanno accompagnato
ai limiti dei Sette Cieli;
da ognuno di loro
ho imparato a muover guerra
e a difendere la libertà
Se guardo al tempo passato,
Maya, posso dire
di non aver perso il momento giusto:
solo le illusioni le farfalle e le aurore
sono state sbaragliate
ma non tutte, non tutte…

Ho una missione da compiere
Ed è per questo che non arretrerò
di fronte alle paure
che cadono nell’Infinito davanti a me

Mi chiamano
Mi chiamano Capitan Harlock

Parigi, Buddha e Bolle di Sapone

Io ti dicevo la Risata del Buddha
Tu mi facevi le Bolle di Sapone
Ma nell’aria c’era jazz,
era chiaro a tutt’e due
che sbagliavamo di grosso
Non potevamo ammetterlo ch’era così
Non potevamo mandare in frantumi
tutti i sogni d’una vita per quanto breve

Scendevano lungo gli Champs-Elysées
brune foglie d’autunno e gocce di pioggia
Avevi gl’occhi presi in un debole rosso,
tra l’orizzonte davanti e l’idea bambina
che l’indomani m’avresti fatto la sorpresa
Pensavo ch’era il caso di fermare un taxi
e in un momento lasciasti cader il capo
sulla mia spalla

Io ti dicevo del Ghigno di Stalin
Tu mi mostravi la lingua e volevi un bacio
Nell’aria c’era sapore del tuo profumo,
e le nuvole gravide si stendevano sul Louvre
abortendo acqua in gran quantità
Ma uno strillone costretto al limite della strada
gridava e gridava ch’era Tempo di Libertà

Cadeva piano la rimbaudiana notte sul rossore
abbandonato sulla linea del piovigginoso occaso
Eco di bronzo correva di orecchio in orecchio,
rivi di pioggia serpeggiavano verso i tombini
Scendevamo lungo gli Champs-Elysées
Sbagliavamo di grosso
Non potevamo ammetterlo ch’era così
Non potevamo mandare in frantumi
tutti i sogni d’una vita per quanto breve

Non potevamo mandare in frantumi
tutti i sogni d’una vita per quanto breve
La pioggia accecava l’occhio dei tombini
Dio, era proprio così, colpevoli e innocenti
La tua testa adagiata sulla mia spalla
Dio, era proprio così, colpevoli di vivere,
colpevoli di vivere solo per pochi momenti

Al mattino una lama di luce penetrò gli scuri
Tagliò di netto le cispe dai miei occhi
buttandomi giù dal letto, ero di panico
– un corvo nero mezzo spennato morto dentro
Qualcuno dabbasso chiedeva più pane,
fu allora che realizzai d’esser rimasto da solo

Nell’aria c’è jazz e profumo di whisky
Nell’aria c’è il peso della sorte e jazz
C’è debolezza e lieve profumo di sapone

Urla di gesso sulla lavagna

Sei sempre stata la prima
e l’ultima della classe
Ero così innamorato di te
che non capivo mai perché
il gesso sulla lavagna
urlava, quasi impartissi
mortal ferita
Ero così incosciente
I tuoi occhi nocciola
allegri eppur in procinto
di lasciar libere due lacrime;
quel tuo modo di nascondere
le mani in grembo, pareva pregassi;
e i quaderni sparsi sul banco
a righe e a quadretti, i ghirigori
della tua scrittura a me preclusa
Sei sempre stata in cima
a tutti i pensieri miei di bambino
Sei sempre l’ultima che dimentico
prima di cader nell’oblio del sonno
ormai stanco di suonare le note
dei ricordi

Se mi vieni in sogno
ti vedo in punta di piedi
Vesti un sorriso birichino
e una luce strana negli occhi
Se mi vieni a cercare
nell’oblio del sonno
sei sempre come allora,
impossibile: eppur t’amo
come non si potrebbe di più

Così taccio all’alba
e segno sulla lavagna
un’altra urlante ferita

Charlie, Charlie, Charlie!

Mi stai forse suggerendo
che una vita di clausura
senza mai incontrare alcuno
che ti dia una noia,
una passione buona o cattiva,
che una vita così
non sarebbe poi male,
di sicuro non più malvagia
d’un vivere tutti i maledetti giorni
l’incertezza che speme domani verrà
a portarti un cuore umano
– solo un poco alieno e corrotto –
da condividere accanto al tuo
finché morte non vi separi?

Stanno i ragni negli angoli
a riposare in vuote ragnatele:
non una mosca si sente volare
Di piombo l’aria dentro ai mantici
dei polmoni soffocati dall’edace
tumore serale sulla linea dell’occàso;
e di silenzio tutto l’intorno
come se il mondo mai fosse nato
ai bordi dei nudi marciapiedi
Le lucciole han disertato,
e i fari delle auto a vuoto
giocano giostre di coiti interrotti
Ma in ospedale un altro feto abortito,
abortito per la gioia di Charlie,
di Charles Manson – in carcere
senza neanche l’ombra
d’una chimera per una futile libertà

La preghiera di Charlie

Ho pregato
Ho pregato a lungo
La croce davanti
e Dio alle spalle
Ho pregato
fino a consumare
i palmi delle mani
Ho pregato
anche quando non c’era
più alcuna speranza
Ho pregato
Volevo essere buono
Ho pregato,
per cantare
fuori dal coro
Ho pregato
durante i giorni in viola
Ho chiamato
Ho chiamato
più d’una volta
perché lassù
qualcuno desse un segno
Ho chiamato,
ho sognato un sogno
ed allora ho capito
che avrei dovuto
fare tutto da solo

Il vecchio dandy
se ne va in giro
con le scarpe slegate
Quella vecchia checca!
Scarafaggio
ha tirato le cuoia

Ecco perché prego
Ho le mani di sangue
e il cervello in acqua

Fra me e l’Infinito

Sempre resterò a te accanto
uguale al canto del vento
nelle notti di infinite paure
quando si fa bruna la Luna
e il naturale suo pallore giù

Al mio petto ti stringerò
perché una scheggia d’eternità
la possa tu accarezzare
colle tue lacrime silenti
– gocce di stelle perse fra me
e l’Infinito che ogni cosa sovrasta

Non ho granché da offrire;
forse solo il nudo filo della spada
che vien fuori dal letargo
ove la relegai tanti anni or sono
pregando che minaccia
più non fosse in questa Galassia

Non sentirai pronunciare
dalle mie labbra parole d’amore
e un lieto fine
Sol posso tentar di tenerti a me stretta
sfidando della Morte l’urlo inumano
E lasciarti poi viva alla tua libertà
per costruire un’Alba migliore
di tutti quei giorni di battaglia
che ci hanno destinati insieme
come…

Ma sempre resterò a te accanto
come una scheggia d’eternità

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a FRA ME E L’INFINITO

  1. furbylla ha detto:

    fantastiche.
    Buona notte
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sapessi quanto sono vecchie queste. In alcuni casi ho rivisto alcuni versi che non erano proprio perfetti, ma un lavoro di poco conto in verità.

    Grazie, Mamma Lupa ❤

    Buona serata a te

    Beppe

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