La Lebbra – Un libro di Giuseppe Iannozzi – recensione di Vanessa Sulpizi

La Lebbra – Un libro di Giuseppe Iannozzi

Recensione di Vanessa Sulpizi

La lebbra - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario

La lebbra – Iannozzi Giuseppe – Il Foglio letterario

Ecco un libro che mi ha colpita molto. Paragonabile, non per analogia ma per significato e profondità, solo al “Candido” di Voltaire. Qui il protagonista è Martino, la cui filosofia di vita è scandita dalle parole di Oriana Fallaci. Quel “Sermone” da cui Martino non si separa mai, che lo condurrà alla ricerca-consapevolezza della verità. Ma dovrà attraversare l’intera sua follia, l’illusione e la delusione di un amore, il confronto e lo scontro con una realtà terrificante. La sua e quella di un popolo ancora troppo ignoto e sconosciuto, ma pur sempre ben visibile agli occhi. Una lettura che consiglio vivamente a tutti, un libro di quelli da portare sempre con sé. La lebbra di Giuseppe Iannozzi (Edizioni Il Foglio Letterario),  una vera perla letteraria nell’oceano dei libri.

Incipit: “La lebbra” – Giuseppe Iannozzi – Il Foglio letterario

Poche masserizie nella stanza. Una lampadina da quaranta candele pendeva però dal soffitto disegnando sulle pareti di muffa e vernice scrostata chiazze di luce, lasciando nell’ombra larghe porzioni della stanza. Così illuminata non era dissimile da una prigione. In un angolo stava un buco coperto da un paio di assi di legno: era lì che Martino si liberava alla turca. Nell’angolo davanti a sé una piastra per cucinare, due fornelli quasi sempre spenti. Cassette vuote, rovesciate a terra, servivano da sedie e all’occasione anche da tavolo. Un materasso con sopra delle pulciose coperte raccattate dalla Caritas completavano l’arredamento del monolocale.

Un unico libro tenuto insieme da una copertina oramai senza più traccia d’alcun colore. Ilsermone. Lui lo chiamava così. Ma era indicato anche nella nota ai lettori che si trattava di un sermone e non di altro. In ogni caso Martino lo teneva a cuore cuore, per quanto gli fosse possibile. Non poche erano difatti le volte che si era venuti alle mani. Certe sere, con i compagni mezzo avvinazzati, se le suonavano di santa ragione. Martino ce l’aveva su, a morte, con i fondamentalisti islamici. Quelli del Partito prima cercavano di fargli cambiare idea con paroloni e ciance ripetute a memoria, imparate da qualche librone dimenticato, poi si finiva in zuffa. Martino sputava sul Corano, su Maometto, sulla Montagna, sugli Imam. I compagni lo legnavano. Neanche loro però sapevano dire perché Martino fosse a sinistra e non a destra. Alle volte il sospetto era che fosse un fasciocomunista. Altre ancora che fosse un fascio bell’e fatto o un anarchico deficiente. In realtà non sapevano bene che dire di questo giovane, eccetto che se la passava davvero male e che con i padroni non legava. Mangiava pane e acqua quand’era fortunato, Barbera in brick da un euro e poco altro. Non chiedeva l’elemosina. Non lavorava. Quando lavorava era per qualche giorno, poi finiva fuori a pedate in culo. Non era un ignorante ma nemmeno un pozzo di scienza. Era uno in mezzo ai tanti in quel diavolo di ghetto di San Salvario dove anche la polizia stringeva le chiappe prima d’entrare.
Martino era venuto su a Torino con meno d’una valigia di cartone. Giù al suo paese si poteva soltanto morire, per regolamenti di conti in pieno giorno. Uscivi di casa e ti affidavi alla fortuna pregando San Gennaro, che puntualmente benediceva camorristi e musulmani. Una volta morti i suoi vecchi, pensò bene di squagliarsela. Era già un uomo di trenta anni, non bello, non brutto, in salute, poteva dunque tentare altrove e levarsi dalla merda se gli riusciva.
Non gli era costato niente levarsi dalle palle. In paese non aveva mai legato con nessuno in particolare. Con le donne men che meno, tutte puttane. Preferiva una sveltina con una professionista fuori dalla città piuttosto che mischiarsi con la sozzeria delle paesane, buone a sparare calunnie da mane a sera, ad andare in chiesa anche più volte al giorno intrattenendosi con il parroco. Ne aveva anche beccate non poche di donnette del suo paese a battere in strada. Gli aveva riso in faccia. Non se le sarebbe fatte manco gratis a quelle. Troppo volgari. Troppo false anche solo per pensare di sbatterglielo dentro.
Non gli era stato difficile raccattare i pochi spiccioli che i suoi vecchi gli avevano lasciato… Si può dire che fatti i conti conveniva telare: debiti. Nient’altro che debiti. Erano stati dei cari genitori, troppo onesti per arricchirsi, avevano raccolto debiti e basta. Si erano spaccati la schiena nei campi fino a morire senza conoscere mai altro che la campagna circostante e il dialetto del paese. Non avevano mai fatto una vacanza, né sapevano scrivere il loro nome; ciò nonostante quando Martino era un bimbetto si erano fatti in quattro per dargli un’istruzione. A diciotto anni si era diplomato. Impossibile pensare di fare anche l’Università. Ma’ e Pa’ si erano dissanguati per mandarlo a scuola e non fargli mancare penne e libri. Il loro amore aveva fatto di lui una persona adulta. Senza un futuro davanti. Colpa del paese, arretrato e chiuso nell’ignoranza e nella superstizione. Martino aveva dunque riposto il diploma in un cassetto e aveva provato ad andare nei campi. Non aveva retto. Non era possibile che facesse la fine dei suoi genitori, gobbi e incartapecoriti, bestie da lavoro per chi gli dava un pezzo di pane.

Aveva mollato e si era arrangiato perlopiù con lavoretti sporchi, che non nuocevano più di tanto alla comunità, solamente a quella più spaccona e benestante. Era un ladruncolo. Aveva imparato per necessità. Con la morte dei genitori però vivere di piccole ruberie non era più possibile. Se non si fosse deciso sarebbe stato sepolto nella stessa terra che gli aveva dato i natali. L’idea di finire morto seppellito, ridotto a una bestia umana sotto padrone, all’età di venti anni gli scatenò il terrore.

La prima volta che era finito al Pronto Soccorso, il medico di turno – che si era fatto attendere, mentre lui credeva di morire in sala d’aspetto dove peraltro non c’era un cane, nemmeno un’infermiera del cazzo – l’aveva rassicurato dicendogli che si era trattato di un DAP. […]

La lebbra – Giuseppe IannozziIl Foglio letterario – ISBN 9788876064548 – Collana narrativa – Pagine 150 – Prezzo: 14,00 Euro

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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