SOTTO IL CIELO NIENTE DI INEDITO

SOTTO IL CIELO NIENTE DI INEDITO

Antologia di poesie minori + 1 testo inedito

Iannozzi Giuseppe

cadmo-armonia

ARMÒNIA

Tutte le donne
che un dì amai
fuggirono presto via
lasciando di sé
scia di profumo
credendo bastasse
a rendermi più duro,
nel pianto più impavido

Mai ti ho incontrata,
ma il cuore mio l’avevi,
l’avevi al tuo legato
ed eri Armònia;
cosi adesso mi chiedo io
dove ho sbagliato,
se nella poesia
che ho dato e non dato,
o sol perché
sono quel che sono
E se ci penso bene su
comprendo l’idiozia
del mio scavare,
il vano tentativo
d’un uomo di scavare
nel cuore d’una donna
perché emergano segreti,
inconfessate passioni,
quasi si potesse
con le reti dal mare pescare
i millenari tesori
nel profondo più profondo
per sempre sepolti

Così adesso so,
soltanto so il poco
che già ieri sapevo:
se a un uomo togli
la donna che ama
tutto gli avrai tolto,
molto di più della vita
che sbilenca in piedi
gli sta negli stivali
bucati e polverosi

PER CIELI E PER MARI

i cieli alti
non li tocchi con un dito
ma a guardarli ti cavi gl’occhi
i mari profondi
così salati, ne basta un sorso
per farti vomitar l’anima

e tu, tu mi dici che è facile
che oggi o domani t’incontri
e poi dirti così su due piedi
piuma al vento
o bottiglia alle correnti affidata
ma il tempo tutto porta
in altro tempo
rovesciando e sconvolgendo

non v’è certezza se non una
che a tacer mette dell’alma la poesia
la pazzia
forse perché vera tempesta
la sola per una vita intera desiderata
sospirata sognando immersi nella quiete
di secolari querce dalla primavera prese

MI RUBAVA LA GIOIA

la scuola mi rubava la gioia
la vita l’amore che non sapevo
imparavo sui banchi
i primi rossori e le sconfitte
chiudendomi
in una rima baciata
o in una più libera senza senso
ma sempre osservando
le acerbe forme di quelle donne
che un giorno sarebbero state belle
di passionalità mature

e non una – già lo sapevo –
sarebbe stata per me l’ancella
l’amante in un vicolo nascosta
sotto a un balcone con la pioggia
solamente le mie silenti lacrime
avrebbero dato anima
all’imago dell’amore
che giovane fioriva in me giovane

OCCHI ORIENTALI

A me non m’ami
nemmeno quanto il peso
d’una nuvola
attraversata dall’Immenso
del cielo
A me non ci pensi
se non distrattamente,
giusto un peso
sul cuore da scacciare
immantinente

Sì, in vero devo dire
che riesci a farti nera
più della tempesta
quando la testa
la lasci scendere giù
dalle nuvole
Le tue labbra
più a me non le porti
per un bacio distratto
o una disfatta carezza

Sopravvive però il ricatto
dei tuoi occhi orientali
che guardano lontani cieli
dove più bella di me è poesia

QUEL CHE DI NOI RESTA

Non me l’avevi detto
che saresti andata via
portando la valigia
e tutte le sette corde
della mia chitarra
Ma ancora ho il plettro
e il tuo pettine
per arrangiare una malinconia

Se c’è cielo di tempesta,
se ce n’è uno di sole,
per me fa lo stesso
Alzo il gomito e attacco
Faccio del mio meglio,
tento il colpo di bottiglia
Tento di spezzarmi il collo

Ti ricordo sì, eri bella
Non me l’avevi fatto mai
notare

Così adesso suono
i tuoi nudi passi
Così adesso sento
i tuoi nudi baci
Adesso suono e sento
E però è tardi assai
e domani devo lavorare
con la sbronza addosso
e i fianchi feriti
dalla solitudine
che hai lasciato a riposare
sul nostro letto

ANARCHIA

Non piangere ora
Le stelle alte in cielo
non han ancor perso
il loro lucore
Ma le tue lacrime
scivolano sulla rugiada
che il mattino bagna
Ma le tue lacrime
splendono sul verde
tutt’intorno,
mentre s’avanza il sole
col rosso suo divino
a romper dell’alba l’imene

Non v’è oblio
che l’amor non possa sanare
quando il vangelo
che nella mia mano leggi
si fa per te carezza
sul vergine tuo petto
dai singulti scosso

Così poi il tuo sorriso
ancor viene per spandersi
tra infinito e infinito

E felice sorridi al mio sorriso
come un’anarchia senza fine

FIORI PER CHARLES

Oh Charles,
perché versi lacrime e implori
quella Musa che tossisce,
che dentro alle tue vene
piano piano appassisce
come fiore
troppo presto colto
troppo tardi all’acqua dato…

L’anima è poi sol triste pensiero
che malato viene al malato
in guisa di vizio, pensiero maligno
più d’una superstizione
di bocca in bocca passato
per giungere alfine a quel dio
che tutto mette a tacere
la negra falce della morte dispensando
a ogni creatura del Creato
sia essa dall’uomo detta buona o cattiva

Oh Charles,
com’è facile impallidire,
cercare un vanto che dalla gola tolga
l’ombra stringente del cappio
della religione,
di quell’idea malsana che la vita è
– vita fragile, velenosa
più d’un capello strappato
dal capo di quel Lucifero
sì tanto vero ma mai disposto
a mostrarsi per quel che è
per intero!

IN ASSENZIO

Oh Charles, Charles
manchi al mio assenzio
Così d’assenza
ti sei fatto
fra le foglie dell’autunno
e il mio libro di poesie
aperto e morto
sulle aperte gambe

HUMPHREY BOGART

Non ti regalerò più niente
D’ora in poi voglio sentir la tua voce
che diventa di singhiozzi e lacrime
Non ti regalerò mai più una briciola
del pane che m’avanza nella màdia
Perché sono una scimmia cattiva
Perché sono un altro Humphrey Bogart
venuto tutto sbagliato
Lasciami quindi in pace e datti pace
Il nostro tempo è finito
sull’orizzonte delle mie labbra

Non ti regalerò mai più un sentimento
né un pentimento
perché possa tu farne il tuo pendente
da abbandonare in mezzo ai seni

Non ti darò più le mie labbra
Non prenderò più le tue tra le mie

Però sarai ancora in mezzo alle mie gambe,
come un apocalittico appunto,
giusto un segno rosso a matita sul calendario
Sarai ancora in mezzo ai miei giorni,
a quelli di lutto e a quelli che mi scappa un rutto

Di brutto te lo dico
che non ti regalerò più un Gesù
e nemmeno la parte più umana,
solo la scimmia che ghigna
Perché sono un altro Humphrey Bogart
venuto su tutto sbagliato

SPICCHIO DI LUNA

Andrai
a tener compagnia
a una spenta sigaretta,
o illuderai la nuda malizia
d’un canto gitano
E i tuoi veli, Luna
a chi li darai? perché sia la tua luce
segno di fortuna?

Ora serena
Ora straniera
Come un blues
in una nota spezzata
e nell’Infinito caduta,
sempre risorgi
e sei Spicchio di Luna
un po’ zingara un po’ triste

NELLA MIA BOCCA

Prendo l’anima tua
dentro alla bocca mia
perché possa sentirne
il sapore di dolore
di sangue, di rame
che stuzzica la punta della lingua
per una morte non eterna
e nemmeno d’un secondo
restando in piedi
davanti agl’occhi di dio
spaventato più d’un mortale
qual io sono e resterò

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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