PARADISI PERDUTI

PARADISI PERDUTI

Iannozzi Giuseppe

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PREGHIERA DEL SOLDATO

per tutti gli uomini caduti in guerra

Il sangue e le ossa la paura mi gela
Anche oggi cento volte muore un soldato
e non sa perché né dove casa sua è
Piccolo al mondo mi fa l’impotenza:
quante croci nel silenzio – quante! –
e non ce la faccio io a contarle tutte

Gracchia la pioggia assieme al vento
che sul comignolo del convento passa
fino a spingersi dentro alle finestre
di questa mia casa senza serrature
Cerco una qualche forma di santità,
e cerco la verità del popolo
Cerco gli occhi degli affamati
– per necessità di soldato
appartengo a loro con cuore quasi di pietra
e con anima leggera di nuvole di sogni

Spesso m’arresta il terrore il cuore in petto
Sufficiente è un momento per morire,
un capriccio del destino, una pallottola
che il verso fa al vento, al vento, al vento
Così poco basta per spezzare la sincerità
d’una vita appesa alla speranza
d’un domani non perfetto ma migliore

E cerco te, in un fiato sempre cerco te
per sentire un attimo di calore ancora
Per sentire la vita mia che fugge via
fra le tue dita bagnate di lacrime di sangue

Col primo raggio di sole gli occhi miei
non li dimenticare tu, o mio Gesù
L’amor tuo ancora non lo so
ma presto lo incontrerò, lo so
Lo incontrerò in quell’infinita preghiera
che m’insegnò mia madre da bambino
adesso che smetto d’esser soldato
per tornare a esser uomo, come te

SA DI DOLORE QUESTA TERRA

Non posso prometterti
che con la vita proteggerò
le tue bambole di pezza
Non posso prometterti
che il mio abbraccio basterà
a consolarti, perché ingenuità
più non c’è e nemmeno verità
che si possa dir briciola
o fantasia da violentare
Niente ti posso promettere
Sa di dolore la terra, di sangue
di uomini mandati al macello
che uccidono fratelli per tirar su
uno scempio da seppellire poi
in grasse fosse comuni
Davvero non posso prometterti
che sarà domani un giorno
per amarci
senza né razza colore religione
Sono soltanto uno, e il noi sociale
sottochiave negli Archivi di Stato

Vorrei poterti proteggere dal male
e da quel sole che gli uomini li brucia
fino a una sete mortale
Vorrei poterti dire che sono un angelo
e che sei tu tenera bambina di paure
Non tengo però il coraggio d’ingannarti
come tutti quelli che ieri a cuor leggero
le parole le han sprecate prima di me

Vorrei lasciarti in dono questa,
questa che è ben magra poesia
Ed è quel che in questo momento faccio:
non so pregare né ho la fede dalla mia
Ma lo so che all’impazzata ti batte il cuore
ogni volta che un’ingiustizia
si sostituisce a un attimo di dovuta gioia
Perché lo so che non chiedi molto alla vita:
soltanto un abbraccio e non un dio
per cui in guerra morire

VUOTA PREGHIERA LA POESIA!

Mai mi sono detto…
Confessa verità personali
la poesia,
mai e poi mai la realtà

Teneva viva un preghiera Gesù
e Giuda pure, forse più santa
Furono entrambi traditi
dalla stupidità d’un milione di sé
per finire fra pagine sacre
un po’ così e così – esasperanti

Non pregherò
per un serto un po’ così e così
o una corona di spine capovolte
A nessuno chiederò
dove l’anima l’ho gettata
Come vedi, come credi,
c’è che non m’interessa sapere
che infinita fine abbia fatto
E meno ancora m’interessa
se inosservata al mercato
o su una strada presa sotto:
ho la mia di stronza esistenza
ed è già abbastanza resistenza

Non pregherò
per le mie ginocchia stanche
Non darò via il sangue
seppur oggi freddo e acido
Sulla stessa bilancia
si bilanciano il torto e la ragione;
e umano, troppo umano,
in follia continuo
giorno dopo giorno,
poi solo accendo me,
un sigaro cubano,
un’altra inventata rivoluzione,
di santa ragione tirata su
come una poesia,
come una preghiera

Non voglio in eterno scrivere
per esser poi decifrato
estremo d’un’irreale eternità
Solo desidero me, e non di vivere
in eterno ché mai mi son detto
santo poeta o traditore

Quello che voglio veramente,
quello di cui non posso fare a meno:
sapermi tiranno come sempre
finché fiato nel fiato dentro ai polmoni
Finché avrà ragione di battere il cuore
in petto – uguale a umana bestemmia
dalla terra raccolta per riderla forte
in fondo alla terra, alla fine d’una guerra

AGLI AMICI HO CHIESTO

Agli amici ho chiesto pane
Agli amici ho chiesto acqua
E alla fine sì, ho ricevuto tutto:
grassa prodigalità fu apparecchiata
E il mio sangue a scorrere a fiumi
finché ogni calice colmo,
fino all’orlo colmo della vita mia

SIAMO POLAROID

Che fai? Il cappello magico
è quello che hai lasciato
sul pelo dell’acqua

C’è un bagno di sangue fuori
La gente si dà addosso
e cadono dal cielo i manganelli
sulle teste fracassate

Primavera non è
L’amore non è
Piovono occhi e disegni di Dalì

Che fai, resti lì,
o finalmente la mano mi tenderai
per portarmi via, via lontano
insieme a te?

Così siamo, polaroid,
così stanchi siamo
Colori su polaroid

Su polaroid a ovest di qui

VITA CONTADINA

Fra l’erba alta
immobili le lumache
al sole e all’ombra
se ne stanno
mentre un contadino
nel bicchiere versa il vino,
con mani tremanti
spezza poi il pane;
e negli occhi tiene
del prato tutte le età
E all’ora del vespro
fra le rughe
gli si distende un sorriso,
e tutto d’un fiato butta giù
il vino, e alla salute di Dio
l’ultimo bicchiere

IN GINOCCHIO

L’ultima volta passeggiavi sui tacchi alti
e m’hai guardato in modo strano
E da quel momento in poi l’ho capito
che da me volevi una cosa e una sola:
mettermi in ginocchio ai tuoi piedi
per baciarteli meglio, senza fiatare

COMANDANTE IN GONNELLA

Pungente io,
Comandante?
No e poi no,
che vai mai pensando
Sol dico quello
che la lingua pensa,
vien poi anche
un poco di cervello
Ma pungente no,
Comandante

La gonna al vento
ed è già bandiera bella
un po’ da amare
un po’ da chiacchierare
E lieve lasci il sorriso
fra l’Himalaya
e le spumose onde
al di là di Magellano

Bel Comandante,
in gonnella no,
non si fan le guerre
E però non so se le rose,
se le rose mai il male
lo portano seco
così come van dicendo
gli amanti
ai quattro venti cardinali
e poi di più,
fin su sulla Luna

Ma io, mio dio,
che dio che sono
per i quattro venti

Per i quattro venti,
bel Comandante,
mi credi pungente
e così sia

A TE LASCIO

A te lascio
in eredità un bacio
da qui che è posto lontano
dove riposo da tempo
da sempre a sempre
cogli occhi chiusi sul buio
ma rumor di passi aperti
sopra di me
dove gente cammina
tra foglie svolazzanti
e autunni senza fine

I TUOI BACI SU ME

Mancavano
i tuoi baci su me,
il tuo rosso di labbra di passione
Mancava la vita

E vivevano lacrime
sul confine degli occhi
aperti sì, ma non svegli

Mancava la voglia
di risorgere
e scalzare il destino
dal freddo vuoto letto

Ma quella
gelida impronta
come negro addio
su le vergini lenzuola:
il peso lasciato
abbandonato
del corpo dell’anima
fra piega e piega
fra ombra e ombra lì
là, fin su vicino troppo
al cuscino

Mancavano
i tuoi baci soffocanti
su le mie labbra tremanti
per ridarmi fiato, vita

CAMMINERO’ I TUOI DOLCI FIANCHI

Camminerò i tuoi dolci fianchi
Segnerò la morbidezza delle tue curve
Sognerò dentro ai tuoi occhi di stelle
un orizzonte più profondo
di quello che si profila davanti
ai nostri sguardi di ieri
– in questo universo
che pallido si fa
quando le mani si perdono
in giochi di ombre cinesi
E camminerò,
camminerò finché avrò tempo
e tu ne avrai per me
E volerò, con te volerò
sognando un domani migliore
grande quanto tutto l’amore,
straripante come le lacrime
nei tuoi occhi addormentati addosso a me

IN QUESTA NOTTE DI NEON

In questa notte di neon
di taxi gialli che van veloci
di cuori solitari senza pace
In questa notte
che non si vede la propria ombra
che non si sa se il passo conduce
alla tomba
In questa notte di sax
di sirene d’ambulanze in lontananza
In questa notte di jazz
di trombe di poesia ma dimenticate
In questa notte sospesa
fra Louis Armstrong e Chet Baker
vengo stringendo i denti
e poi piano sol ti lascio un bacio
su la candida fronte

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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