Raccolta di poesie con la gobba

Raccolta di poesie con la gobba

Iannozzi Giuseppe

Giacomo Leopardi

EBREO

Perché ami proprio me?
Son tutti pronti a uccidermi
nel loro letto con una croce:
un bacio di giuda
e una buona dose di gas letale
E tu invece mi ami,
tu ami proprio me
come se fossi il Cristo risorto
Ma io sono solo una gamba storta
e un paio di occhiali rotti,
un naso aquilino, un ebreo
E tu ami me,
e allunghi le tue gambe
per farmi vedere com’è una donna
Così ti amerò per sempre
a dispetto di tutti gli attentati
terroristici all’amor della vita,
sempre ricordando
quel che c’è stato fatto

DIO BAMBINO

dio è morto
e questa volta
non risorgerà
tra il silenzio
e le urla
dei tanti
affannati di rabbia
cogl’occhi di lacrime

dio è morto
e questa volta
non guarderà
in faccia l’assassino
che l’ha preso
tradito
soffocato
annientato
a tradimento
nel tempo infimo
d’un batter di ciglia

è morto
se n’è andata via
Innocenza,
tutta l’Eternità
che eppur
anche il mortale aveva

ché quella razza
che non sa difendere
i suoi propri figli
dalla crudeltà di sua natura
destinata è a mangiarsi
le grifagne unghie,
ad artigliarsi i capelli
nella fossa
che da sola s’è scavata

dio è morto negl’occhi
che gl’erano splendenti,
che al mondo guardavano
per possibilità
ora che possibilità
più non c’è
né fede a cui prestar
un’ombra di verità

dio è morto
e aveva un anno
e qualche mese appena

CENERE D’UOMO

Le vedi le mie rose!
Sì, sì che le vedi
Prendono fuoco
Sono lacrime dall’inferno
che non si asciugheranno mai
Che non ti perdoneranno mai

Le mie rose vedono cogl’occhi tuoi
Sanno tutto quello che c’è da sapere

Domani mi porteranno lontano,
lontano a fare da concime alla terra
Ma prima mi taglieranno i capelli,
mi faranno dimenticare
d’esser stato un uomo
Sarò un numero fra i numeri,
una croce gialla in una doccia di gas
Sarò un corpo in mezzo ad altri uguali,
ridotto a meno d’un’esistenza annullata
nel sonno dilaniata torturata mortificata

Sarò in una gabbia di treno
a pensare al tempo perduto
e a quel poco che ho davanti
e che non passa mai avanti a me
per dimenticarmi, per salvarmi

Le vedi le mie rose!
Sono sbocciate tutte
sotto i raggi del primo sole
Sono lacrime
che piangono il Paradiso
Che non si spegneranno mai
perché l’inferno peggiore resiste
laggiù, dove le torri di fumo
spargono nell’aere cenere d’uomo

ULTIMO GOCCIO DI TE

A un aperitivo
non posso rinunciare,
come alla vita
che dalle tue labbra
alle mie, deposte
sulla tua bianca pelle
più della neve
a imbiancare incanti
negl’occhi di noi
violenti sognatori

Scioglierò
calde lagrime
e un sorriso appena
quando capirò
che sei davanti a me
solo per lasciarmi
andar lontano, via
dal tuo sguardo
E sentirò in bocca
ancora il tuo sapore
che un tempo fu amore,
freddo e caldo,
uguale a quell’inferno
che dal cuore della terra
ai poli irrompe

Aperitivo estremo,
l’ultimo incontro bevuto
nel cristallo lucente
che presto s’infrangerà
nel cuore acceso
d’un camino di solitudine

GIACOMO LEOPARDI (R.I.P.)

Se leggo il Leopardi
mi prende presto l’angoscia
come in una giornata di sole,
sconsolata dentro a una tempesta
di lacrime, di sale sulle ferite aperte

Se l’avessi qui davanti
non esiterei un sol momento:
sì, gli sparerei in pieno volto
per far centro, un buco tondo
perfetto in fronte
E allora un po’ soddisfatto
me ne andrei bello bello
a costituirmi libero colpevole
con in faccia tutto il sole
dell’amore stuprato sciupato
sui bianchi fogli, pallidi,
tali e quali a cadaveri dissanguati

Quanta polvere lascerei
volar via, e quanta cenere!
Aprirei le mani e urlerei di gusto
Ti direi qualcosa di banale,
tipo “io t’amo veramente”
E mi schiaffeggeresti tu la faccia
con un risata piena di cattiveria

Se leggo il Leopardi
mi vien la gobba,
m’assale quella triste voglia
di non muovere un solo dito
Mi prende il negro pensiero
che solo una corda al collo
cancellerebbe l’universo intero

ETA’

Nostra età
quella che la terra
raccoglie in sé
Altra vita non c’è

Soltanto siamo
nell’Umano
per non essere
mai più,
per sempre

RONDINI UGUALI A TE

E allor ti porto il volo
di tutte le mie rondini
perché questa domenica
sia la più bella Primavera,
quella che non si dimentica
e che muta i sogni in realtà
da carezzare per fuggire
dalle carceri del quotidiano,
di quel vivere sempre uguale
giorno dopo giorno per vederci
tristi rintanati nascosti
nelle nostre egoistiche fobie
e nulla amistade per il prossimo

E allor ti lascio la rude mia mano
perché la possa tu nella tua stringere
e renderla un po’ più gentile…
uguale a te

RONDINI E DISORDINI DI PRIMAVERA

Avanzano i soliti disordini
Ecco il Gatto e il suo amico Volpe
Consigliano pochi zecchini
Dicono che conviene buttarli
in mezzo all’occhio del ciclone
e non pensarci più

Svevo fuma e fuma, Joyce scrive e scrive
Da qualche parte arriveranno tutt’e due
Però noi che siamo terra terra
non capiamo niente dei loro giochi
di testa e ombelico

I grilli fanno festa quando la notte
Non lasciano dormire neanche dio
e Goethe c’ha un diavolo per capello
Foscolo ha invece una brutta cera
da quando ha preso su di sé la croce
dei cimiteri e della poesia
E i grilli rompono già al crepuscolo
e i postriboli son sempre pieni di seme,
d’un sapor dolciastro che si diffonde
nell’aria tra echi e odor di lavandaie,
di saponi, di acqua colata nei tombini

E tu, sognante ragazza mia, che farai?
Lascerai che quel poveraccio si spari
o gli consiglierai forse
d’andar prima a confessarsi
dall’arrotino col coltello in mano?

E tu, ragazza mia che non sei mai mia,
neanche come estrema consolazione,
che farai stasera? il profilattico e la croce
o una botta di vita a letto, e domani sia
quel che sia?

Son disordini
che arrivano con le rondini
E’ la primavera che ci sveglia
e che ci addormenta di brutto
Son briciole
che lasciamo in eredità
a chi dopo di noi
E poi niente più, niente più

MOSCHE D’ANGELI

Sei un completo disastro
Mi dici un “ti amo”
come fossi un Gesù in croce,
mi dimentichi poi per il silenzio
Dormi e respiri su nuvole altrui,
su tatuaggi
che non m’appartengono

Sei un completo disastro
Mi dici un “ti amo”
e credi di potermi far fesso
su tutti i fronti dell’amore
– o dell’odio di dio
Mi resta così niente in mano,
giusto un pugno di mosche bianche
– angeli infetti di gelosia –
e in bocca un sospiro d’addio
in un silenzio spero uguale al tuo

CIELO ROSSO

Vivo sotto questo cielo rosso
Ogni giorno trascino i piedi
per portarmi avanti d’un metro
o due, cantando una canzone
un po’ stonata e incantata
quasi uguale a me
che la testa, sì, ce l’ho
ma sempre fra le nuvole

Vivo sotto questo cielo di albe,
di tramonti che non sanno confini
Non dimentico un fotogramma,
una storia, l’amicizia nascosta
fra gli spaventi di dio e dell’età mia

COMMOSSA DAL VENTO
(PICCOLA GEISHA)

Piccola Geisha,
ieri hai incontrato
me zingarello
Avrei voluto prenderti
e darti subito un bacio
perché lo sentissi
su la tua lingua rossa
come un’accusa d’amore
– uguale a una puntura
vitale di bene e di male
M’è mancata la terra
sotto i piedi
e sono rimasto a guardarti
stravolto mentre aspettavo
il semaforo e le sue vicende
su le bianche strisce pedonali

Ti ho vista
che stringevi i pugni
nelle tasche della gonna
commossa da un vento
un po’ caldo un po’ freddo
Ti ho vista
diventar rossa rossa
quando una troppo forte carezza
te l’ha alzata
fino a toccarti le labbra
aperte in un semplice “Oh!”

Piccola Geisha,
ti ho vista in una visione
impossibile
E di te follemente
mi sono innamorato
mentre le auto stiravano via
tutti gli sconci sogni miei

ANGELO D’INFINITO

Si accende un’altra luce
Si spegne un’altra vita
E il cielo rimane in sé uguale,
pacifico, così pieno di vuoto,
di nuvole per il tramonto e l’alba
Solo di rado un po’ di pioggia
o come dio comanda
Rimane in sé, di vuoto in vuoto
perché lo possano occupare gl’angeli
con le loro efebiche voci,
perché la corda spezzata dell’arpa
sotto l’arroganza dell’eleganza divina
possa simular bene il tuono e tutta l’ira
che l’inferno dabbasso

C’è strano viavai di uomini presenti
assenti in uno sbadiglio all’ora di cena;
orecchi non sentono alcunché
e gl’occhi sono già d’indifferenza
per il tutto che eppur si consuma
in strada, giusto un poco più in là
di dove lo sguardo resta annegato
nelle pozzanghere
di pioggia del giorno prima

Ci siamo dimenticati
tra gli sguardi rapidi
più d’una distratta carezza d’un angelo
perso a piedi dopo un infinito cammino
fra uomini incapaci d’ascoltare amore,
ma pronti ad abbracciare poeti
di lacrime perverse
– di glaciali posizioni

Quante notti bianche e quante in bianco!
Ma il cielo è sempre più blu dice il poeta
Solo si accende un’altra luce
Solo si spegne un’altra vita
Ma il cielo è sempre più in alto lassù
E angeli non vengono con rose rosse quaggiù

E però quando lo sguardo tuo incontro,
torno a vivere nonostante il brutto
che scava fosse in lungo e in largo
per questo mondo tanto tanto stretto
se ci pensi un po’ su a fondo

Tu, Angelo d’Infinito, sei come me
Così ora lo so che pietà non è morta,
non del tutto e così sia

AMANTI

Bell’Amore, che fine m’hai fatto fare
a quell’amore che reclamavi grande,
a tutto quel dolore che origliavi
accostando l’orecchio alle pareti?

C’era fuori solo il pigolare della pioggia
Ma tu sentivi soltanto quello del materasso
degl’amanti, fra scoppi di risa e amplessi

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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