Sogna il tuo angelo, Angela

Sogna il tuo angelo, Angela

Antologico – poesie riviste e corrette

Iannozzi Giuseppe

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SUL TUO GUANCIALE

Troverai poesie
sul tuo guanciale
per ricordarti
che ce l’hai un cuore

Troverai il tempo
che è passato
lasciando dietro a sé
schiaffo di vento
sul braciere oramai
già quasi del tutto
spento, di quella casa
che lasciasti sì presto
E che però mai riusciti
del tutto a dimenticare

Troverai una scala
fra squarci di sole
e labbra di nuvole,
e cento scalini
che conducono di là
dal mare, per sognare
che vita nuova ancora
è possibile fra le stragi
d’un sorriso senza nome
e d’una lacrima appena

Troverai tutto questo
E sarai scontenta uguale
oggi come allora
E allora forse capirai
che nulla è eterno,
nemmeno il ricordo
che di noi serbiamo
nascosto dentro al riflesso
dello specchio d’accanto

Ma avrai corte di poeti
a farti l’inchino e l’omaggio
col sorriso beffardo
e la speranza di farti ostaggio
della loro impazienza,
quella sì tanto triste
d’eternarti nel nome
di loro gloria

COME IN UN AMORE DURATO TROPPO A LUNGO

Quando la mia donna morì
noi tutti lo sapevamo che sarebbe successo,
non facemmo un gran fracasso
– quasi tutti in silenzio o lontani
come in incubo senza senso,
come in un amore durato troppo a lungo.
Il mio più vecchio e odiato amico
mi raccomandò di scriverci su un libro:
mi batteva sulla spalla una mano e rideva piano
aggiustando la bocca in una mezza smorfia.
Rimanevo io davanti a lui, di sasso,
e non osavo dirgli che non avrei messo
mano alla penna. Un caffè mi offrì al bar sotto casa:
me ne feci fare uno di quelli forti, l’addolcii però
con una bella dose di panna bianca. Ci salutammo poi,
mi promise lui che m’avrebbe telefonato:
non lo fece mai. Più niente seppi nei giorni a venire.
Quando si fu fatto una sua famiglia,
moglie e due bambini, alcuni anni dopo,
venni a saperlo per puro caso:
era un uomo felice, non ricco ma felice,
perlomeno così si espresse il barista
con gl’occhi ancora fatti di sonno.

COME VEDOVA

Ti vorrei baciare ancora una volta
per farti del male come tu l’hai fatto a me.
Ti vorrei strappare quei vestiti di dosso
per farti capire che ancora sono di te innamorato.
Ti vorrei portare in bocca
come una preghiera e una bestemmia
per ricordarti che la bocca tua
una volta ha incontrata la mia
con piena dolcezza.
Ti vorrei far vedere tutti i fiori
che sono qui sul mio davanzale di freddo marmo
e che non ricevono più una sola goccia d’acqua
da quando mi hai lasciato: ci sono solo salse lacrime
a infiltrarsi nella terra fino alle loro radici.
Di questo passo temo moriranno del tutto,
resteranno forse rigidi steli sotto il capriccio del vento
di questo autunno di brune foglie che non finisce mai.
Ricordi quando siamo andati al cimitero
a incontrare quel mio amico che nelle notti insonni
veniva a tenerci compagnia? Ti raccontavo di lui
e di quante ne aveva passate, di come il destino
gl’aveva strappato via le ali per volare. Tu spremevi
una lacrima, m’abbracciavi poi stretto stretto al tuo seno
quasi temessi potessi perdermi in meno d’un momento.

Ed eccoti qui, mentre tutto ti confesso, senza ritegno.
E tu solo ti strappi in un sorriso di disprezzo. E le mie labbra
frementi, morse dai tuoi denti, sanguinano un mare di sale.
Sei oggi vera o allucinazione? Mi sto facendo del male,
o sei tu che con il tuo odio di oggi me ne fai?
Ti vorrei strappare alla vita e alla morte
per farti capire che ancora sono di te innamorato.
Anche se qui fa freddo e la mia carne è stata quasi
del tutto mangiata dal tempo e dai vermi.

OLOCAUSTO D’AMORE

Sono andato
in un paese
non lontano
non vicino
Sono andato
e tornato
non cambiato,
arrabbiato sì
non con te però,
con l’amore
che s’è ubriacato
e m’ha lasciato
il conto tutto
da pagare
di tasca mia

Volato via
spiegando ali
di olocausto,
di uomini
condannati
al macero
il tenero amore
nella sua agonia
spiegato

PRIMO GRANDE AMORE

I.

primo amore,
tornerò da te
a mani vuote
a gambe aperte,
come puttana

mio più grande amore,
tornerò da te
perché non sia pietà
a devastare gl’occhi
che penetreranno
i tuoi di bugiarda verità

perché le domande
son mutande al vento
quasi uguali a bandiere
senza senso
ma imbollettate d’argento

II.

mio primo grande amore,
volo ad ali chiuse
euforia d’infinito,
come puttana pronta a morire

tornerò poi a guardare
un cielo di nude ragazze

tornerò a scrivere poesie
ma non per te

e in ultimo al tramonto
me ne andrò al diavolo
non senza però aver prima
mandato a cagare chi di dovere

SPAZIO, PAURA E TERRORE

I.

La paura e il terrore
scacciali via, mandali lontano
dove scioglie il ghiaccio il fuoco
in lacrime d’infinito spazio
a urlare che gli sia diverso grembo
per nuova vita – o duratura morte
Con un bacio francese, uno solo
ben dentro al cavo orale, ancora
amore sarà, ancora dolore sarà

II.

E cercami
oltre le parole
E taci se mi ami
Taci in profondo
sfidando la mia bocca
che la tua lingua cerca
Taci e non piangere:
tengo in petto un cuore
e tanti sogni in tasca
Ma adesso bacio te
E d’altro non ho bisogno
in questo sì tanto piccolo
vasto mondo di dure leggi
sacrificali

GREMBO DI MADRE

Nel nome di dio
Nel nome di io
che Esseno fui
e sono,
nel nome mio
io comando
alla terra il sangue
che nelle vene
lento lento scorre
– perché tutti
abbiamo bisogno
di carezze e croci

Nel dolore
che si fa pazzia
(politica dannazione)
guardo gli occhi tuoi
perché si eternino
in aurore siderali
Perché l’imago mia
si perda per sempre
nel niente
che da sempre spazia
in altro atro niente

Tu, Madre,
che farai ai miei piedi?
Piangerai dolente
e mi seppellirai
nel tuo grembo
Come ogni storia
che si ripete
Che si ripete
in nome dell’Amore

NON MENTIRMI MAI

Non mentire, non mentirmi mai
Non lo fare, non lo fare
In un danno senza dio e rimedio
mi farai perdere e dannare
E’ dunque questo che vuoi?
Il mio cuore che si spezza
in due per eterna pazzia?
E’ questo che vuoi, che vuoi

Diviso in eterno in te e in te
il pensiero mio tutto vola a te
Ma non lo sai tu raccogliere
come fiore da lasciar riposare
sul tuo piccolo cuore per ore
ed ore

Mi hai tradito, non mentire
Sol più un reietto dal paradiso
scacciato, sol più un viso
senza la pace d’un sorriso
E tu me lo chiami vivere
E tu me lo chiami amore
questo amore che se ne muore
nella pazzia per te

Mi darai presto alla morte
E nemmeno te ne accorgerai
che ero il sole sulle tue labbra
quando solo il freddo mordeva
il fiore del tuo primo rossore

Mi farai morire così, in un istante
che sarà condanna tra le stelle
Che sarà eterna lacrima distante
destinata a perdersi nella valle
del tuo grembo a me ormai negato

TROPPE DONNE

Troppe donne mi amano
Troppe mi ammaliano
Troppe mi ammalano l’anima
Non posso però davvero farne
a meno del loro duro cuore,
non posso dimenticare
che sempre ho dormito
sul tenero loro seno
quando cieco brancolavo
al buio cercando me

…e il calore amante
complice
dei perversi miei giochi
d’amore, ché d’amore
si vive e si muore
una volta sola e non di più

SPOSA D’UNA ROSA

Un giorno tornerai a me
sposa d’una rosa rossa
raccolta e nel petto nascosta,
e mi dirai che son vecchio
Sospirerò sul tuo seno
nascondendo una lacrima
in una finta risata di cuore
perché non ti sia noia
la mia triste triste gioia
di vederti sempre più bella

Una notte te ne andrai
lontano lontano da me
lasciandomi l’impronta
del tuo corpo nel letto,
e l’ombra d’un bacio
sulla fronte mia di rughe

E mi sveglierò nel freddo
da solo, come sempre,
dimenticando che sogno
e sogno troppo spesso
di non averla data alle spine
questa breve vita mia
senza amore né un cielo
da piangerti negl’occhi

TU, IMPOSSIBILE PAZZIA

Donna, Amor mio perduto,
di te sempre il ricordo ho serbato
e il desio di te di più l’ho temuto
perché mai l’ho negato all’alma
che una brutta cotta mi son preso
proprio quando credevo d’averla
a posto messa la testa, una volta
per tutte
E invece nella vita mia sei entrata
e nulla è stato più uguale a prima

E adesso che raccolgo fiori di ferro
per scavare la piaga di dentro,
riappari e sei di nuovo magia,
nostalgia, impossibile pazzia
da sostenere – e non posso non amare
la follia tua che m’è tenera carezza,
mia sola unica ricchezza

Eppur fa male saperti qui e lontana
Ma t’amo come allora, come allora
Donna, Amor mio perduto

Così ti prego, non metter sul piatto
una promessa;
sol schiantami con un bacio,
con un unico bacio che mi tolga
per sempre il fiato

IL TUO ANGELO, ANGELA

Cercami, mi troverai
uguale ma cambiato
Cercami, mi vedrai
di bianco e di nero
Troverai di me
ogni cosa che la mente
ti metterà in bocca
Troverai di me
un fantasma che esiste
ma che impalpabile è

Cercami oltre quei confini
che non conosci
Non osar d’andar oltre
perché ti perderesti,
e non sarebbe bello
Io lo so cosa vuol dire
non avere eppur essere
per qualcuno o nessuno
un soffio tra mare e terra

Mi puoi baciare
per un fine stordimento
o per darmi al vento
che in un soffio rappresento
Mi puoi uccidere
in un giorno di festa
e non dirò una parola
che ti possa ferire
O puoi venire a trovarmi
dove riposo con un epitaffio da poco
a tenermi eterna compagnia
Ma i clown han sempre sorrisi
anche ai funerali di Stato,
ce li hanno per tutti;
sono così, uguali imperfetti gesù
che vivono di elemosine quaggiù
E però quando smettono il cerone
tornano ad esser uomini di lacrime
che si turano gl’orecchi con il cotone
per non sentir più la vita
I più coraggiosi ingoiano veleni
e si chiudono le caverne di echi
con giovane bollente cera

Mi amerai fino all’infinito
Fino a quella misura inconcepibile
uguale a un fantasma, a una fantasia
Mi amerai per un giorno di mescalina
E domani sarò scomparso
tra il batter leggero delle tue lunghe ciglia

Allo specchio cercherai me
Nell’Occhio del Sonno mi dirai poeta
Un po’ mi disprezzerai
Il rossetto poi tirerai su le labbra
e sorriderai al dì che è di nebbia

Così sì, sarò sempre il tuo piccolo
insignificante angelo, Angela

SOGNO EROTICO

Non tagliare i tuoi lunghi capelli
così belli, neri più della nera notte
Non tagliarli per legarti mani e piedi
al letto e far felice il piccolo Eros
Ci son troppi desideri che non nascono,
son di più quelli che si ritagliano
un’edicola e un’arrogante santità

Non cucire la tua bocca
per non incontrare la mia lingua di serpente
Lasciami vivere per un momento appena
come una fragile curiosità
Dimmi di sì, dimmi di sì, dimmelo
che mi vuoi bene, che senza di me non vivi

Anche se è banale non ti vergognare
di scioglier i lunghi capelli al vento

E portami via con te, dammi quella saliva
che è Ostia, che è un po’ del tuo corpo
Dammela con la tua bocca e ti darò l’anima,
ti darò l’anima mia che sai non si può vedere
La potrai solo sentire, la potrai però sentire
forte e delicata uguale a un sogno erotico

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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