Alla mia pazzia non lasci niente

Alla mia pazzia non lasci niente

Antologico – poesie riviste e corrette

Iannozzi Giuseppe

King Lear - Iannozzi Giuseppe

IO KING LEAR

I miei sudditi, – ah, me tapino! –
li dovrei tutti fustigare,
e metter poi a pane e acqua
così che possano sentire
pure loro il morso feroce
che m’è dentro allo stomaco
Un morso sì forte
che non lo si può domare
con carezze o preghiere,
con magie di streghe e diavoli
Perché un Re, come me Pazzo,
soltanto ha sudditi che mettono
avanti a sé l’inchino
e in bocca il ghigno più feroce,
illudendosi di nasconderlo
al vuoto mio sguardo
Come se fossi da sempre orbo,
i miei sudditi, così illusi sono!

Se solo sapessero
tutto quello che ho visto io
al mio cospetto allora tremerebbero
e non oserebbero mostrar i denti
col favore delle ombre e dei ventagli
Se solo sapessero, i miei sudditi!
Se solo… Ma niente sanno
Solo da vicino conoscono
la solita oppiacea nebbia
che li porta di campo in campo
a inseguirsi senza mai toccare
alcunché

Se solo… allora sì che la fronte
gli cadrebbe a toccar il freddo
pavimento di pietra millenaria
E come me tacerebbero
E come me il morso allo stomaco
lo morderebbero cogl’occhi loro

A ME NON LASCI NIENTE

E a me
non lasci niente?
Non lasci
un tuo bacio
dalle tue labbra,
un bacio rosso,
come il fuoco
Un bacio
che possa toccare,
che possa annusare,
che possa fiutare,
che possa amare
Che possa dimenticare
per amore e odio
Un bacio immaginato
in una capriola uguale a te
che vieni e vai via
in punta di piedi
dalla vita mia,
che lo sai val poco
ma è tutto quel che ho
per me e per te
Perché altro
davvero non c’è

E tu che mi guardi
E tu che mi piangi
E tu che mi ridi
E tu, tu che tutto sai di me
Adesso chissà che penserai
veramente
Io non lo so
che pensare di me
Non lo so
né di me né di te
So solo che,
che i cuori battono
e finché continueranno
a martellare il gioco della vita
dentro ai nostri petti,
non si potrà dire
che dio o la vita
ci ha visti sconfitti

CUORE VAGABONDO

Il cuor mio,
lo sai,
è vagabondo
Lo sai
che se ne va
in giro
troppe volte
senza di me

E lo sai
che ama più di me
perché mette
tenerezza in quello
delle donne

Per questo motivo
con le donne
non tengo il tempo

Il cuor mio
è più bello e tenero
di me
E tu che ti struggi
d’amor per me,
tu che ti disfi al sole
come neve presa
a tradimento da troppe,
da troppe solari carezze,
non dovresti piangere
una sola lacrima
Né dovresti pensare
che ti ho dimenticata:
solo il mio cuore,
l’anima mia no, mai

Perché sì, lo senti
che t’amo oggi
come allora

SE ALLA MIA SPORCA VITA

Non lasciare baci
Sono con Giuda
a scolarmi una cantina
Sono pronto a tutto,
a tradire il Diavolo anche

E tu, gentil donzella,
non puoi davvero capir di più
di quello che vuoi oggi capire

Dovresti imparare
ad amarmi malato
come sono, come sono
Ma se non puoi
– te lo giuro su dio! –
non ti capirò io
né ti perdonerò

Non lasciarmi il cuore
se alla sporca mia vita
un poco ci tieni

Non lasciarmi il cuore
nell’ubriachezza del tuo
perché tutti gl’anni
dell’insana gioventù
vadano in aceto
Non raccontarmi storie:
ne ho già sentite tante
– quasi tutte sante –
e nessuna vale niente
Non dirmi
che dovrei cercare
di cambiare, perché
sono fuori con Giuda
a impiccarmi l’ombra
a un salice piangente
sotto le carezze dell’autunno

E tu sì santa,
non puoi farci niente

Non baciarmi,
non baciarmi
se ancor ci tieni
alla sporca mia vita

CATTIVO RAGAZZO

Non dovresti proprio frenare
quella che è la passione
Perché mai? Perché ami?

Gioca, giocami l’amore
Giocami all’amore
Poi vedremo
Ce l’hai un cuore?
o solo volevi vedere
se t’avrei baciata…

Poi vedremo
se piangerai una lacrima
o maledirai il mio nome
per darmi a un altro inferno
di fiamme invadenti tentatrici

Non dovresti proprio frenare
quella che è la passione
Perché mai? Perché ami?

Non dovresti frenare la passione
Non dovresti illudermi che è vero
Che è vero che sono un bambino
in tuo completo potere

Non dovresti farmi piangere l’anima
Non dovresti scorticarmi la luce

Oh, non dovresti proprio
lasciarti amare se alla fine lo sai
che mi scoprirai con gl’occhi aridi,
arresi alla pioggia delle tue lacrime

Perché a mio modo, a mio modo
so essere un cattivo ragazzo anch’io

PERSO NEL TUO NOME

Mi son perso
tra gl’ombrelli
che cadevano nel vento
Mi son ricordato
del tuo volto,
e ho pianto tanto
sempre cadendo
insieme alla pioggia,
dentro a ogni pozzanghera
che su i Campi Elisi

Con amore infinito
mi son domandato di te
Come un poeta fallito
ho capito
che l’unico poeta buono
quello preso nell’inganno
dell’eternità sottoterra

Ma quanti qui cantano
uscendo dai bar a mezzanotte
E io nemmeno un franco
per sedurre il peccato
che nella notte scivola
dentro ai tombini
tracimanti il rosso e ‘l nero
di questa piccola vita

E lo ammetto
con dolorosa facilità
che da quando m’hai lasciato
non c’è stata più luce alcuna
a incontrare il buio,
a marcire nei miei occhi
In quegl’occhi bambini
che conobbero l’accesa bellezza
delle tue lunghe bianche gambe

E lo ammetto
con affannosa complicità
che ho perso il respiro nel tuo
da quando m’hai lasciato a me
Perché sì,
in quella bocca mia smaniosa
– che moriva
lungo la linea della tua schiena
liscia innocente e seducente,
uguale al primo fiato benedetto
e condannato –
sempre e solo il tuo nome

GIULIA

Giulia, Giulia, Giulia,
così bella, così tanto
impossibile
Così mia e così lontana,
imprendibile
allo sguardo predatore

Giulia, Giulia, Giulia,
mastico il tuo nome
in bocca
immaginando sia la tua
Illudendomi d’aver catturata
la farfalla più tenera,
la tua piccola lingua di bimba

Poi un freddo refolo
m’accarezza la schiena
e torno sveglio
come mascella abbandonata
scarificata dal tempo e dallo spazio
E rimango uguale alla morte,
unica amante mia e quasi santa
E continuo a incidere poesie
su ogni avello che m’è lontano
o vicino, come sempre

EVA

Pazzo,
uguale a passo
di danza
al limite
dello sballo
Pure chi al rogo
lo può tentare,
pria che le fiamme
se lo divorino tutto
nell’inferno
che gl’inquisitori
gl’han messo
ai piedi

Così pazzo,
così tanto
per Piccolo Regno
solo immaginato;
e però per sempre
condannato
alla volontà
degl’uomini
che osai sfidare
con la parola
e colla spada
mai al fianco
legata

Per Nome di Donna
mi lasciai
in eterna cenere
al vento gettata
quasi uguale a insulto,
a non mai udita
preghiera, Eva

FALCHI GLI OCCHI

Gridano
come falchi gli occhi
S’arrampicano impotenti
con sguardi rostrati
sul corpo tuo nascosto
– che immagino
di saporoso velluto
E mi gridano
in ventosa pazzia,
“Quale e quale poesia!”

Gioia
se ne va via
pria che tu l’abbia
anche sol sfiorata
– sfiorita
per un momento appena
di ritratta noia

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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