Il Bastardo – Requiem per un morto – Capitolo dodici – Iannozzi Giuseppe

Il Bastardo

Requiem per un morto

Un thriller di Iannozzi Giuseppe

Il Bastardo - Requiem per un morto - thriller di Iannozzi Giuseppe
Cap. XII

E’ una corsa attraverso i vicoli.
Volti sconosciuti si sporgono da finestre e balconi per subito scomparire. La curiosità non tiene il passo alla morte che serpeggia in strada.
Volano bombe incendiarie sopra le nostre teste.
Ho commesso un grave errore, non avrei dovuto intromettermi. Penso che non ce la farò per molto, neanche stringendo forte i denti. La troietta pesa per i miei polmoni marci.
Mi fermo.
Penso che dovrei mollarla qui e farla finita con questa sceneggiata.
“Che prende te?”
Mi manca il fiato.
“Come ti chiami?”
Ci pensa su un secondo o due: “Chiama me Aleksej. Ora muovi culo.”
‘Fanculo.
Non gliela do la soddisfazione di chiedergli di darmi una mano. Stringo più forte i denti, inghiotto saliva e sangue e chissà che altro.
Continuiamo a serpeggiare attraverso i vicoli di Kiev, ma non c’è un angolo che sia sicuro qui. La città sta per esplodere e noi ci siamo dentro.
Aleksej si ferma un momento, si guardo intorno sospettoso, mi fa poi cenno di seguirlo ancora. Ho l’impressione che sappia dove andare. Per mal che vada ci rimetto la pelle, non ho altre possibilità, e in ogni caso sono un uomo con una data di scadenza.
Prima che possa rendermene conto cado in ginocchio. Raschio un ‘fanculo fra i denti.
Aleksej mi fissa in cagnesco: “Non andare bene così.”
Sputo sangue su sangue.
“Troppo sangue”, fa lui. “Così non funziona.”
Vedo doppio. La vista mi si annebbia.
Non posso perdere i sensi, non in questo momento. Non posso e non voglio. Aleksej riderebbe di me e poi mi farebbe secco oppure no.
“Dove stiamo andando?”, dico in un rantolo.
“Io sa. Tu stare dietro me. Quasi arrivati a posto sicuro.”
Mi rimetto in piedi con il mio carico sulle spalle, con una sconosciuta che pesa più del cancro che mi sta divorando.
“Andiamo.”
“Andiamo”, ripete Aleksej.
Finalmente arriviamo di fronte a un portone in legno massiccio.

Aleksej batte dei colpi secchi e precisi, poi fa un fischio particolare, sicuramente il verso di qualche uccello.
E’ una costruzione fatiscente e vecchia. Cade a pezzi. Non c’è niente che faccia supporre che dentro ci sia qualcuno.
“Fidati”, dice Aleksej.
Non ho il fiato per rispondergli che non mi fido e che mai mi fiderò di qualcuno, men che meno di lui.
Il portone si apre sputando polvere e ruggine e puzzo di benzina.
Ci infiliamo dentro. Nel buio.
“Attenzione a scalini. Qui buio.”
Lo vedo da me che non si vede a un palmo dal naso.
L’aria è stantia e spessa. Sa di vino andato a male e di cordite.
Inciampo più volte, ma anche Aleksej.
“Facile per nessuno. Questo posto segreto, molto. Governo non sa che noi qui.”
In fondo alle scale una debole luce.
Aleksej si ferma.
“Dare ragazza a me.”
“Perché?”
“Tu più morto che vivo.”
Dovrei spaccargli il muso.
“Andiamo avanti.”
Lui sbruffa.
Un’altra porta. E’ allarmata. Aleksej digita un codice sul tastierino della serratura elettronica.
“No importa se tu capito codice. Cambia sempre.”
“Sono tanti i numeri del diavolo”, dico io.
Aleksej ridacchia.
Entriamo.
La musica mi stordisce subito. Suonano i Pink Floyd. Non mi sono mai piaciuti.
Sembra di essere a un rave party.
Ci sono ragazzine mezzo nude ovunque e brutti ceffi barbuti seduti intorno a dei tavolini. C’è una allegria strana, corporea, fatta di schiaffi e pesanti palpate su tette e culi.
Le forze mi stanno abbandonando.
Sbatto la tipa su un tavolino facendo rovesciare diversi bicchieri pieni.
Qualcuno grida. La cagiara si spegne. Solo la musica dei Pink Floyd continua a perforare i timpani.

(C) Iannozzi Giuseppe – Tutti i diritti riservati

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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