Sogni di un clown triste

Sogni di un clown triste – Antologico

Iannozzi Giuseppe

clown triste

clown triste

LO SPETTACOLO

Se abbiam perso
l’amore,
a l’amore donato
e castigato
son tornato
però in ben misera
foggia di lemure,
giusto per spettacolo
stringendo
indarno
fra le mani
la polvere
e la sabbia
che ‘l tempo
ha messo su noi,
sprofondandoci
in un’identità
che eoni ed eoni
non basteranno
a svelare a niuno

Mia bocca
Tue labbra
Così si tace
per sempre,
per infinito castigo
strappando ali
a falsi angeli
caduti
che diedero
troppo presto
loro benedizione
su la fragilità nostra

Così è
che fu per noi:
superna
condanna
che nemmeno Dio
potrà mai slegare
raccogliendo
degl’uomini
l’inumana preghiera

Questo lo spettacolo
che è dabbasso
raccolto, sin tanto
che ‘l vento
avrà impeto
di carezzare
le mani giunte
Sin tanto
che ‘l soffio di Dio
avrà coraggio
di benedire
più liete anime

TRA L’ARNO E IL PO

Ricordo ogni giorno
anche se son stati due soltanto,
uguali a gabbiani prigionieri
dei riflessi su l’Arno

Di sassi le tasche piene
Difficile il cammino
e ogni giorno un’accusa
o solo una scusa
col sole in faccia
e l’angoscia a spremer la faccia
d’angoscia e altre sciocchezze
simili, quasi uguali a carezze
che nessuno vorrebbe su sé

Ricordo ogni giorno
E sì, oggi comprendo
che sbagliavo:
Florence, un giglio
e una strada strappata,
di ciottoli fra le mani
come grani d’un rosario
sparsi
– fastidiosi

Ricordo sì, ogni giorno
e un dormire di poche ore
su una branda vicino all’abbaino,
il tetto spiovente e la luna puttana
a contarmi le età sulla faccia
di salse lacrime piovute
per chissà quale futile distrazione

Ricordo un giorno
a camminare sotto il primo crepuscolo
con gl’occhi di cispe e la bocca di nicotina
Muti i pochi volti mi passavano accanto
mentre allungavo il passo e accorciavo
tiro dopo tiro la cicca fra le labbra

Troppi grilli in testa;
e però quando ce li hai dentro
a cantarti amore, non lo capisci
che stai perdendo la bussola
oltre alla dignità d’esser uomo,
o solo un più comune stronzo

Perché tutti, prima
o poi, sogniamo quel che sogniamo:
una disperazione
e una fine con occhi acerbi
– crudeli, uguali a noi pensati
innamorati
Tutti pensiamo
a quella morte che si dice
avrà occhi ciechi fra le pagine di Leucò

Ti svegli poi una mattina
scoprendo che l’urlo non c’è,
che finito è il tormento
così com’era iniziato
quasi per amore, quasi per scherzo
E scopri d’aver un sogghigno cinico
che ti rende attraente
a quel mondo sì tanto insofferente

Ti dici che è stato un tempo sì,
ma giusto appunto un frammento
E poi nulla più

E prendi una nuova strada
– che conosci da sempre –
con l’occhio buttato
su i riflessi che sul Po
sconfinano…
col fiato buono
lasciandoti indietro
sassi cenere e macerie,
cicche: le apparenze d’una gioia
che fu di due giorni appena

TU ERI

Eri tu
che compravi le mie notti
Eri tu
che vendevi i miei sogni
E ora
che la polvere copre
lenzuola e fantasmi,
mi rimane il tempo
di guardarmi intorno
Mi rimane ancora
da capire l’errore
che ci ha fatto allontanare
schiacciati
dal nostro stesso fiato

Eri tu
che gridavi
non è finita
finché non finisce

Eri tu
che ti tagliavi
le vene nel silenzio gocciolante
d’una vasca di sangue
respirando lentamente
il ritmo d’un rubinetto
spanato

Eri tu
Eri soltanto tu
a respirare la vita mia
per buttarla via
in mezzo alla polvere
dei ricordi

Tu eri, tu eri
Ma mi rimane il tempo
di guardarmi intorno
per finirmi per sempre
in altro uguale inganno

FANTASMI IMPICCATI

Allora ti aspetterò come tutti
Aspetterò che il tuo cuore
sia di nuovo aperto
e non consumato dalla piccineria
di quei cattivi che per il mondo
s’aggirano saturi della loro boria
– della cattiva coscienza
fantasma che impicca le ombre loro
ai muri quando pesante cala la sera
su ogni cosa umana e disumana

Allora aspetterò che l’immaturità
di quegl’uomini – che del male
t’hanno fatto – rimanga cadavere
in putrefazione dentro a una nera
nera bara piena di pidocchi e vermi,
di spruzzi di sperma del diavolo
come sola ferale benedizione

IDEALI

No, gli ideali no
Tradiscono
gli ideali,
al pari
delle donne innamorate,
degli uomini destinati
a innamorarsi
Son bandiere
ed estremismi
utili solo al fanatico
E quando muoiono
ti lasciano
il loro cadavere
in eredità,
perché
ti possa tu ricordare
che altri sono ancor vivi
ma solo per esser
da te traditi

IL MAESTRO E MARGHERITA

Beata te
che hai un diavolo
per capello
Io solo un cappello
e un ombrello
per quando il sole
o la pioggia
a riempirmi gl’occhi

Io vado in giro così
senza troppe pretese,
senza fare spese

Le tasche bucate
sempre vuote
da sempre
Ma un bianco mimo
sulla strada
m’indica l’amore
col gesto d’un ceffone
E rimane che il dolore
seppur finto
lo sento fitto e tutto
penetrar la carne

Il termometro segna
sotto lo zero
Domani,
poco ma sicuro,
nevica di brutto
C’è un tempo
che è un inferno di ghiaccio:
i cuori son lenti lenti,
e non uno sguardo
a portare un breve calore
su me

C’è un tempo
E che tempo!

Beata te
che hai un diavolo
per capello
Io solo un ombrello
e un cappello
e poco poco cervello
Perché amo,
amo ancora te
che nemmeno sai
di me

Di me
che cerco e cerco,
e mai trovo
la fiamma dei tuoi capelli
raccolti in sogno
nell’incavo della mia spalla

Morirò sì,
coi reni congelati
sotto la bianca neve
di domani,
Margherita mia

ELVIS IN PARADISO
(nel tuo nome)

Paradiso! Lo sai o no,
che Elvis è ancora lì
che aspetta
l’ultima chiamata?

Pronuncio il tuo nome
Mi scivola sulla lingua
M’incastra le parole
pensarti presa dal fuoco
della timidezza
E pronuncio il tuo nome
finché non mi strozzo
col pomo d’Adamo
Ti chiamo per nome,
con quel nome liquoroso
che hai
mentre suono due corde
di chitarra e aggiusto
il plettro sul tuo nome

Ti pettino sul cuore
perché Elvis è lì
che aspetta ancora
la tua voce
Ti pettino nella gola
perché immagino
la linea delle tue calze nere
E mi fa male sapere
che presto dovrò morire

Per ora aggiusto il plettro
per cantare il tuo nome,
per cantare una canzone d’amore
Perché per questo amore bello,
ridicolo come una storia kafkiana
non bastano… non bastano mai,
non bastano mai tutti i guai,
tutti i sogni del mondo

Ma Elvis è il Paradiso
che aspetta… che aspetta l’ultima,
l’ultima chiamata nel tuo nome

L’ultima chiamata di guai
nel tuo nome, nel tuo nome,
nel tuo nome…

ROSE ROSSE

Rose, tante rose rosse per te
Rose, solo rose meritano le rose
Queste rose sulle tue gote
Queste rose rosse per te
Per te rosse, per te rose
di spine, di petali
Rosse di vita, rosse di gioia
Rose di nostalgia quando vai via
Rosse rose, rose rosse, sempre rose
Rose su ogni stilla di miele
che dalla tua bocca alla mia
Rose, rose colte per te
che arrossisci da una vita intera
Quante e quante rose, Bella Mia

FIORI DI FERRO

Il pettegolezzo,
anima del mondo
che si dà via
in un così sia
Che si porta sul Calvario
a puntellarsi mani e piedi
Più gente allo spettacolo
più grande sarà il miracolo
gridato della resurrezione
L’importante è crederci
Una questione di fede
Se poi non accade niente
l’importante è crederci,
è continuare a parlarne
a chiunque sotto tiro

Il pettegolezzo,
anima del mondo
che lo fa girare
Che a noi fottuti mortali
ci fa solo girare le palle
E però ci stiamo bene
a dirlo e a ridirlo
sempre sedendo alla destra
del Padre nostro
che non ce l’ha un cielo
Che non ce l’ha un cielo
E però ci sentiamo bene
a condannare questo e quello
finché non tocca a noi

Corona di spine,
fiori di ferro,
pettegolezzo e aria da basso
E l’anima vola in alto
a toccare la punta del naso di dio
E noi testimoni che sì,
che è vero, che è vero…

IL VOLO

Le ali
quando voli alto
o basso
le perdi in un momento
Basta un’incertezza
e perdi le piume
per sempre

Voli alto
Voli basso
Non fa differenza
In un momento
rischi di perdere
tutto quello
per cui una vita
non è stata sufficiente
a darti sicurezza:
che sarà per sempre
il volo

Fragile il corpo
che s’abbatte
a peso morto
su strada d’asfalto
o su lo specchio del mare
Si spacca
Si macella
in un momento appena

Così fragili
ma preziosi
in ogni battito di ali
i sogni che accompagniamo

Uguali ad angeli
sfidiamo di dio
la paura per una più forte
che sia coi piedi per terra
e la testa fra le nuvole

SULL’ACQUA

Sull’acqua
suona il mio nome
perché si diffonda
per un momento
in cerchi evanescenti
simili a punture di pioggia
sulla pacifica superficie

Suona il nero e il nero
e il bianco e il bianco
Suona sempre,
se vuoi che un nome
io, imperfetto, abbia
a ripetersi sull’acqua

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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