Il Bastardo – Requiem per un morto – Capitolo undici – Iannozzi Giuseppe

Il Bastardo

Requiem per un morto

Un thriller di Iannozzi Giuseppe

Il Bastardo - Requiem per un morto - thriller di Iannozzi Giuseppe
Cap. XI

Dall’aeroporto Boryspil’ prendo un taxi che mi porti nel cuore di Kiev. La tensione è palpabile. Glielo leggo in faccia, il taxista teme che gli pianti una pallottola in testa. Spia dallo specchietto retrovisore ogni mio movimento. La mia faccia non gli piace e lui non piace a me.
Ci segue un taxi. E’ proprio dietro. E’ sempre lui, lo stesso scagnozzo che avevo alle costole a Torino e che si è imbarcato insieme a me. Non si è neanche preoccupato di nascondersi una volta sceso dal volo. E’ chiaro che vuole che lo veda bene, che sappia che non mi mollerà e che non dimentichi mai, per un solo istante, la sua faccia. Sull’aereo non ha fatto niente di niente, è rimasto spaparanzato al suo posto a fissare cielo e nuvole dal finestrino, ma si è anche scopato l’hostess che mi sono scopato io.
Potrei far fermare il taxi, scendere veloce, tirare fuori il ferro, avvicinarmi al suo cazzo di taxi e freddarlo. Sarebbe regolare. A ogni modo, per il momento non intendo seccarlo. Solo per il momento, anche se la tentazione di tirare fuori la Beretta e fargli un buco in fronte è forte.

Pago 200 Hryvne. Il taxista prende i soldi accennando un timido sorriso di circostanza e si squaglia.

Kiev è una città oscura, se possibile più di Torino. I volti della gente sono corrucciati, come se aspettassero di essere presi alle spalle da un momento all’altro. E lo sconosciuto, con quella sua cazzo di faccia da eterno studente universitario, continua a starmi dietro. Se lo freddassi adesso, nessuno se ne meraviglierebbe. Kiev è una città che sa tenere vivo il silenzio. Dopo la Rivoluzione arancione a sostegno del candidato presidenziale ucraino Viktor Juščenko, gli ucraini tacciono, non si perdono in confidenze. Piazza Lesia Ukrainka puzza ancora del sangue rappreso dei dimostranti.

Ho pochi indizi da seguire, anzi nessuno. So solo, per istinto, che devo avvicinarmi all’entourage di Juščenko, torchiare qualche uomo, farlo paralare, capire perché i genitori di Carla volevano incontrarlo. Carla: chiunque l’abbia voluta morta ha fatto in modo di farmela trovare nella maniera più sconveniente, facendo ricadere i sospetti della polizia italiana addosso a me. Poco ma sicuro che chi l’ha fatta fuori non era uno stupido. Penso che Carla Millosevich fosse immischiata in qualche traffico ben più serio della prostituzione; e io, purtroppo, non me ne sono reso conto, o forse mi ha fatto comodo chiudere entrambi gli occhi.
I palazzi di Kiev hanno occhi e orecchie. Le strade bruciano, c’è confusione.
Un poliziotto bardato di nero, sporco di sangue non suo, sta dando addosso a una tipa a terra. Non la finisce di pestarla a sangue. Inveisce contro di lei con parole all’acido muriatico.
Mi avvicino. Resto a guardare.
E prima che possa rendermene conto stoppo il poliziotto tutto denti e rabbia. Gli rifilo un pugno in mezzo ai denti. Cade giù. Non se lo aspettava un colpo così da uno di mezza età e soprattutto non immaginava che qualcuno potesse mettersi contro uno come lui. Mi fissa con occhi rabbiosi. Sputa sangue e denti. E’ incazzato nero.
Barcollando si rialza da terra.
Sbava e ringhia: “виродки!”
E’ un coglione, un coglione perso. Si crede un duro, ma è solo un vigliacco, una mozzarella acida.
Fa per caricarmi con il manganello. Non gliene lascio il tempo. Basta che gli faccia uno sgambetto perché finisca di nuovo con il culo per terra. E a questo punto gli schiaccio la testa contro l’asfalto godendomi il suo ringhio impotente, mentre con il piede libero prendo a tempestargli di calci la faccia. Lo vedo perdere i sensi insieme ai connotati. Non sono però contento: l’odore dolciastro del sangue mi inebria. Continuo a spaccargli il muso. Quando lo lascio più morto che vivo sull’asfalto nero e bollente, la sua faccia non ha più niente di umano.
Lo scagnozzo è alle mie spalle.
Si è goduto lo spettacolo.
Dovrei fargli lo stesso lavoretto che ho appena finito di fare a quell’idiota con la divisa.
“Tu, testa di cazzo, vieni qui!”, gli grido contro. “Risolviamola adesso e una volta per tutte la questione fra noi.”
Non si muove. Resta dov’è a fissarmi.
“Adesso vengo da te…”, ringhio carezzando con la destra la Beretta nascosta dietro la schiena.
“No adesso, amico. Hai fatto bel lavoro, okay? Raccogli ragazza prima di parlare noi e stammi dietro. Qui inferno fra poco”, dice serafico.
Il suo accento non mi piace, però ha ragione: qui si scatenerà l’inferno e nessuno potrà fermarlo.
Mi carico la ragazza in spalla e lo seguo.
Ho fatto una gran cazzata, non avrei dovuto immischiarmi. Solo il diavolo sa perché non ho lasciato che quel balordo nazista la ammazzasse a ‘sta troietta.

(c) Iannozzi Giuseppe – Tutti i diritti riservati

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, attualità, cultura, fiction, gialli noir thriller, Iannozzi Giuseppe, letteratura, narrativa, romanzi a puntate, società e costume e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Il Bastardo – Requiem per un morto – Capitolo undici – Iannozzi Giuseppe

  1. furbylla ha detto:

    quanti risvolti..
    buongiorno
    Cinzia

    Mi piace

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E siamo solo all’inizio. 😉

    Buongiorno

    Beppe

    Liked by 1 persona

I commenti sono chiusi.