Perfetto postumo nell’eternità dorata – Poesie di Iannozzi Giuseppe

Perfetto postumo nell’eternità dorata

Iannozzi Giuseppe

Jack Kerouac

KEROUAC

ricordando Jack Kerouac

Colpo basso
Alto
il tasso alcolico

Non hai idea
di come ci si sente
senza il pallido
affogato
volto di luna
Per due righe
che scrivo
perdo
una vita intera
Così sol ti chiedo
di non tornare
a bussare
alla mia porta:
sono occupato a sprecarmi
su i tasti danzanti olivetti

La mia donna
ha lasciato l’impronta
sul letto disfatto
Non ho tempo
per questo,
per questo terremoto!
Lasciami
come mi hai trovato,
un livido
– perfetto postumo
perso
nell’eternità dorata

DULUOZ

ricordando Jack Kerouac

Piagata,
arresa esplosione
Il tempo di ieri
vomita sangue
e debiti
Poche carte
in mano
Non le trattengo
Cadono
lentamente,
e sfiorano
in ginocchio
il negro pavimento
di croci su croci

La vena tagliata,
il mazzo male:
si bara alle carte
I demoni ridono;
sanno molto,
molto più di me
E fuori i soldati,
la bandiera alzata
e scoppi di fucile,
“onore alla memoria!”
E’ sottoterra
nascosta, la bara

Trema,
trema l’anima
presa in mezzo
al Re e alla Regina
Trema
per esplodere
in arrendevolezza
S’imbratta di anima
la mia brandina

Dio santo,
questa volta
non ne verrò
fuori
tutto d’un pezzo

S’imbratta di anima
la mia brandina

Addio,
leggenda
di Duluoz

Fratellino
morto,
amato sempre,
sono morto
anch’io

TUTTO IL ROSSO

Fa presto il rosso
a fluir via
tutto dalle pallide vene
La vita, quella vita
che avrei voluto con te
Perché solo il freddo
morde l’anima mia?
perché questo silenzio
d’attorno, così innaturale?
Pace, terribile pace
che profuma di dolciastro
Che sa il colore della Morte
Eppure non volevo arrivare
all’Estremo, non veramente

E’ dunque questa l’assenza,
l’amor che si perde
e ti lascia in attesa
finché vita più non è

Bianche nuvole passeggiano
al di là della mia vuota testa,
che si riempie dell’aria dolce
della morte
Presto sarò un corpo morto
– vuoto di battiti di calore
Ma il dolore eterno
resterà a sbranare
le mie stanche carni
fino a incidere il bianco
delle ossa

Con tutto il mio amore
Con tutto il mio rosso
che si perde via, Amore

FRAGILI

Fragili siamo, fallibili
al mondo – che ha rubato
il nostro primo grido
seguito al taglio
del cordone ombelicàle

Tanto fragili siamo
Come il mio cuore
che al tuo si sposa
per non morire ancora

di fiato senza fiato

di battito senza battito

Fragili siamo, fragili carezze
uguali a foglie d’autunno
spazzate via dalla ruvidità
d’una ramazza invecchiata
in-seguendo l’inesorabile ritmo
di chi da sempre è sua padrona,
la Morte

PASSI NELLA NEVE

Quando qui nevica, nevica come dio comanda:
la sciarpa te la leghi al collo per strozzarti
e sopravvivere così alla tormenta che ti taglia
la faccia. C’è poco da fare. I piedi affondano
ben bene nella neve, e il ritorno è sempre
un po’ più difficile: quella che era vergine
non lo è più dopo poche ore, è invece mota
che fa un rumore cattivo, come di carapaci,
di scarafaggi schiacciati. La neve è grigia,
è sporca, e quando la notte inesorabile cade
neanche te ne accorgi che le strade
non sono le solite, di catrame. Le lattine
e le cicche riposano sepolte, e ogni tanto le pesti,
però non te ne accorgi mica. Non credi in dio
e le campane – lontane – hanno il suono
che sai, quello di sempre, quello di quand’eri
ancora un bambino timido timido, quasi simile
a un angelo. L’intorno è quasi vuoto: scivolano
accanto a te ombre, bianche; ti danno un saluto
breve, e veloci vanno via verso il suono
che è di bronzo. Qualcuno ti avvicina,
imbarazzato e infreddolito, chiede:
“Hai d’accendere?”; e tu scuoti il capo,
lui ti sorride e pensa chissà che cosa,
poi ti saluta con la mano alta e aperta,
sussurrando alla notte: “Dio sia con te, stronzo!”
Passi oltre, e i passi che ti sei lasciato dietro
sono già stati calpestati da un cane randagio
che t’abbaia manco fossi tu il peggior iscariota
mai apparso su questa terra così, un po’ complicata
e nulla affatto divertente. Con l’alito pesante,
con l’ossigeno sporco e freddo nei polmoni,
chiudi la giornata e apri la porta di casa
con la vecchia chiave arrugginita da cent’anni
di solitudine: accendi la lampadina da venti candele
appesa a un filo di suicidata speranza, leggi gli occhi
fissi del crocifisso – che era di tua madre morta
proprio in quella stanza –, prendi poi a spogliarti,
a slegarti la sciarpa. Sul tavolo un pezzo di pane
e uno di formaggio, come sempre non mancano mai.
Sfogli le lenzuola vuote, tristemente bianche:
non ce l’hai la forza per una sega, da tanti anni ormai,
e il sonno fatica ad arrivare. Aspetti che finisca la notte
e che il giorno sia ancora, come sempre. Come sempre.

UN VECCHIO SCRITTORE

Quella fu una giornata di gala davvero strana:
le donne ballavano e gli uomini le accompagnavano
con il sorriso in mezzo ai denti, e l’orchestra suonava
vecchi valzer e qualche nota di rock a stonare
– a mischiarsi con le risate di gola, di nervosismi
neurovegetativi. Tacchi alti per le dame e stivali
per tutti gli altri, anche per i nani e i giganti
decisi a scavare trincee fra le nuvolette azzurre
dei sigari cubani accesi, uguali a autodafé d’altri tempi.
Ad un certo punto tutto cessò e si fece il silenzio,
ordinato, apparecchiato sulle labbra di dio:
un vecchio corvo prese in bocca il microfono
e invitò tutti gl’invitati a prestargli ascolto.
Era brutto e vecchio, calvo, grossi baffi staliniani
e una dentiera bianca che parlava meglio di lui.
Si raschiò la gola, e quasi tirò le cuoia nell’atto
infame: “Siamo qui, per…” Nessuno sorrideva più.
Lo stettero ad ascoltare, l’applauso poi scrosciò,
e il vecchio scrittore, fingendo imbarazzo, per poco
non sputò la dentiera insieme alle cateratte
che gli lacrimavano dentro al bicchiere d’acqua tonica.
Un po’ di moccio gli s’appiccicò ai baffi ormai bianchi:
nessuno glielo fece notare quello sbaffo. All’uscita
tutti si misero le mani sulla chiappa destra là dove tenevano
nutriti portafogli; raccolsero fra le mani una copia almeno
del libro e pagarono il triplo del prezzo di copertina,
e le donne lasciarono sorrisi a trentadue denti per mancia,
stando bene attente a non perdere d’occhio i loro cavalieri.
Quando tutti se ne furono andati, il vecchio corvo era lì
a contare i danari raccolti; l’avvicinai per due domande,
ma quello era già al di là dei suoi pensieri. Si trascinò via
uguale a un vecchio buddha perverso, lasciandosi alle spalle
l’odore violento d’una bomba a gas troppo a lungo rattenuta
nell’intestino. Restai in piedi con il bloc-notes in mano
aperto su pagine bianche; me lo cacciai, dopo due minuti
di pensieri fra me e me, in una tasca della giacca, e feci
per squagliarmi anch’io. All’uscita c’era una copia abbandonata
del libro scritto dal vecchio scrittore: la presi in mano la copia,
lessi il titolo, “Lo sbaffo”. Lessi la prima pagina
con attenzione sufficiente a farmi sbadigliare;
quella copia la conoscevo, era da quarant’anni almeno
che circolava, sotto titoli diversi per ogni ristampa. Sorrisi.
Fuori nevicava. Arrivai fino a una cabina telefonica
e feci una chiamata. Dopo dieci minuti
una macchina mi raccolse: “Com’è stata la serata?”
La mia donna era annoiata ma non scontrosa.
Le risposi con piena sincerità: “Come avevo previsto.”
Lei allora mi baciò sulle labbra, felice: “Non sbagli un colpo.”
La tenni fra le mie labbra per un minuto almeno,
poi ci staccammo: “Dovresti imparare a guidare.”
Non era un rimprovero; le dissi di divertito
con un cenno della testa, e lei premette sull’acceleratore,
lasciando dietro di noi, sulla neve, larghi sbaffi di neve,
di fango, delle cicatrici praticamente.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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