Vecchie nuove idee – poesie di Iannozzi Giuseppe

Vecchie nuove idee

Iannozzi Giuseppe

Alberto Moravia

Noia del morire

ricordando Alberto Moravia

Tutte le colpe della vita, tutte più una
La pistola e il desiderio al sangue uguali

E Parigi, Parigi in festa, così disonesta,
feroce di ombre e saffici distratti diletti
tra fasci e cesàree smanie comuniste
impossibili, impossibili da tagliare
sotto il volo d’una bianca colomba
mai libera di morir come gli conviene
ché d’un cielo di piombo prigioniera

Il proiettile e l’idea nel sangue uguali
Lino Seminara, tutta la colpa e la vita

Festa di jazz

ricordando Marco Pantani

Solo ti posso portare con me,
tra i fumi del jazz, tra note di sax,
tra la gioia della nostalgia
con una poesia lontana lontana,
perché Odisseo
non ce l’ha ancora una casa
né un cieco che lo racconti
al mondo con voce di tabacco

Pantani morto da solo
Dicono una brutta storia
di alcol e di droga, chi lo sa!
Tirava però bene in salita
Tirava la solitudine e la vita
per la coda,
ma del diavolo è dei gatti la coda,
è di fuoco che ti accende
… che ti schianta

E tu che a questa festa m’inviti
non osi ballare l’amore,
neanche osi pestarmi
il piede malato

…quando le donne alzeranno le gonne
perché si possa noi uomini arrossire
senza esser visti, senza doverci
vergognare dei passi dell’amore?

Così avrei adesso bisogno
d’una notte di cronaca nera,
e del tuo sorriso di rosa sbocciata,
o d’un’idea che si faccia
vera di fronte alla mia faccia
O forse d’un coma instabile
come le mie gambe a ritmo di jazz

Per questa festa, per questa festa
ho le spalle che mi cadono ai piedi
Mi muovo in stanchezza
per un altro po’ di jazz
che metti l’accento tutto
tutto sulla “a”, sulla “a”, questo jazz
Per questo jazz, per questo sesso di jazz
tra le scale in bianco e nero del piano-
forte, del piano-forte, del piano piano
Del forte forte, del forte forte piano

Nel pianto crudele

Del mio sorriso ardente
così nudo alle Vostre labbra
non rimarrà che un infinito niente
pria che lo possiate anche sol pensare
E gl’occhi che in Voi si persero
come stelle tra l’India e il mare
s’affogheranno nel pianto crudele
di quel dio inumano che pregaste
perché voce mi fosse presto tolta
Così per sempre resterò alito sbattuto,
eco di bronzo che dal campanile
sino al cuore a Voi a indicarvi la via,
la via solamente

Dove l’amore

Dove l’amore?
dove, dove, dove
gridiamo noi
invano
E l’Amore
spaventato
da sì tanto rumore
si nasconde a noi
nel più profondo
del cuore
perché niuno
lo possa scoprire

L’Amore
una carezza
che se presa
con la forza
subito muore

Ogni inferno

Ogni inferno ci paura, soprattutto quando siamo noi che ce lo creiamo secondo i nostri sogni che cangiano tosto in incubi a occhi aperti. Ogni inferno è il metro perfetto che sta sulla superficie dello specchio, su quel vetro che fa prigioniera l’imago del nostro corpo mortale. E indarno cerchiamo di scoprire in quella imago almeno un labile segno che l’anima esiste e ci è dentro, o accanto come ombra compassionevole.

Oggi piove

Oggi piove, vien giù
Sembra che pianga dio
le ultime lagrime dell’Inverno
Fa freddo oggi,
anche fra le mura
di questo affitto
Ma devo uscire
e fra la folla in strada
perdermi

Non sarà bello incontrare
visi avvolti nelle sciarpe
e occhi nudi e lacrimanti

Aspetto che torni la notte
Finalmente potrò poi riposare
e dimenticare
d’esser stato vivo

Nella nebbia

Negl’occhi d’una donna
soltanto cercano
l’egoismo d’uno specchio,
cercano sé stessi riflessi
ignorando la femminilità,
quella divina eternità
così a portata di mano
eppur immensamente
distante

Per questa ignoranza
muoiono gli uomini
come uccelli schiantati
contro vetri di finestre
di case abbandonate,
per sempre
nella nebbia dimenticate

Veramente

Se veramente mi ami
dovresti imparare
a dimostrarmelo più spesso

Se veramente mi ami
dovresti indossare la vita mia
completa in un cielo di stelle

Se, come dici a tutti gli amici, mi ami
dovresti graffiarmi il cuore a sangue

Se mi ami e poi preghi per la passione
dovresti darmi il cuore
perché possa portarlo a letto con noi

Addio

Senti,
vengo qui col sorriso sulle labbra
e solo trovo un biglietto che tu non ci sei
Che non ci sarai mai più
Ti porto una modesta rosa
E tu, tu che fai? Mi tradisci,
al pari di tutte le altre,
per far fronte a una tua debolezza.
Per dedicarti a un capriccio strano
rifugiandoti in un dire che è poco,
che è quel che è: “Sono sbagliata,
forse inadatta!”
Mi verrebbe la voglia di prenderti
a schiaffi, ma farei troppo male
a me e a quel sorriso
che m’è andato di traverso
– boccone amaro in gola
là dove prima stava il pomo d’Adamo

E mi metti l’anima in pace,
ci tenti, con un “Buona vita a tutti!”,
come fosse facile la vita
E non lo è mai stata per nessuno
E non sei tu una bambina
anche se il cuore ti è rimasto uguale a ieri
E allora ti vorrei amare
per dare una rosa alla rosa,
un po’ di rossore alle guance
Ti vorrei dire che le parole
non bastano mai né all’addio
né a quel dio che, per debolezza,
abbiamo immaginato a nostra somiglianza,
perfettamente sbagliato e ingiusto

Però taccio
accorgendomi d’aver detto
e d’aver troppo osato

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, attualità, cultura, Iannozzi Giuseppe, poesia, società e costume e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.