Il Bastardo – Requiem per un morto – Capitolo due – Iannozzi Giuseppe

Il Bastardo

Requiem per un morto

Un thriller di Iannozzi Giuseppe

Il Bastardo - Requiem per un morto - thriller di Iannozzi Giuseppe

Cap. II

San Salvario non è una bella zona. Se vuoi farti la vita difficile, in un quartiere così ci riesci alla grande.
Bachir è un maghrebino pelle e ossa. Si buca e spaccia la sua cazzo di porcheria alla luce del sole. I poliziotti lo sanno, lo vedono e passano oltre. Non è il solo che smercia droga in pieno giorno. Ognuno qui fa quel che diavolo gli pare. Non interessa a nessuno, purché non ci scappi il morto. La polizia interviene solo se comincia a sentire puzza di cadavere vecchio di almeno una settimana. Qui ci stanno tutti: ispanici, sudafricani, islamici, cinesi, rumeni, greci… E tutti hanno i loro traffici. Le negre la danno via sotto i portici. Non dispiace a nessuno.
Avevo messo qui il mio ufficio, uno in una zona più rinomata non potevo permettermelo. C’è di buono che in questa fogna a cielo aperto, chi ieri si presentava alla mia porta era quasi sempre un disgraziato che aveva bisogno di lavoretti semplici, forse troppo semplici.

Sul pavimento ci sono vistose tracce di sangue, quello di Carla Millosevich. L’ufficio è sotto sequestro. La Scientifica sta ancora facendo il suo sporco lavoro, perlomeno questo vuol far credere, ma per il Pm, la polizia e i giornalisti, l’assassino non posso che essere io.
Se mi beccano qui, poco ma sicuro che è finita.
Non posso far altro che confidare nella cecità della fortuna.
Dalle commessure delle persiane tirate giù filtrano lame di luce che mi feriscono in volto. E ricordo, ricordo Carla, il suo cadavere nudo e martoriato, adagiato sulla mia poltrona davanti alla scrivania.
Quando le dissi di andarsene via, quel 26 dicembre non mi aspettavo che mi restasse accanto. Non mi amava e io non amavo lei, ma forse sto mentendo. Malattia e vecchiaia giocano con il cuore, lo ingannano, lo arrestano! Uscii di casa con la pistola nella fondina e le manette attaccate alla cintura. Ero ancora un dannato poliziotto. Ebbro di una sicurezza innaturale, pur tossendo e sputando sangue a ogni angolo, me ne andai a zonzo, pronto a spaccare il grugno al primo che mi si fosse parato davanti. Non accadde, nessuno si frappose fra me e i miei passi. Lungo la strada incontrai solo ombre lunghe e il freddo pungente d’una città oramai ridotta allo scheletro di sé stessa.
Tornato a casa, di Carla non c’era neanche più il profumo. Nessuno avrebbe potuto dire che sino a qualche ora prima una femmina aveva abitato quello spazio insieme a me.
Con una mano mi lisciai i baffi oramai grigi guardando la camera da letto, le lenzuola all’aria, i cuscini in terra, l’armadio aperto e svuotato di ogni cosa. Fossi stato un altro sarei caduto in ginocchio, avrei forse spaccato vetri e soprammobili in preda all’ira…
Non avevo idea di dove Carla fosse andata né volevo saperlo. Non posso esserne sicuro, ma forse, in fondo al cuore, le augurai persino buona fortuna. Non immaginavo di certo che sarebbe finita male, pur sospettando che i primi tempi da sola non sarebbero stati una pacchia per lei.
Ricordo quel giorno che mi chiese perché ero diventato un poliziotto.
Passeggiavamo mano nella mano nel mezzo dei Giardini Reali. Lei era d’una bellezza che oscurava la follia del cielo agostano.
E glielo dissi.
“Perché non avevo scelta.”
Mi sorrise suo malgrado. Credo si aspettasse una risposta del genere. Carla non la potevi prendere in contropiede né era possibile imbrogliarla. Non mi chiese altro, fui io – e non so ancora oggi bene il perché – a spiegarle il motivo della mia scelta.
“Quando cresci in un orfanotrofio, non hai molte scelte, Carla. O entravo in polizia o mi davo in pasto alla malavita. Ho scelto di servire l’arma”, le dissi a bruciapelo. Non lo immaginava che fossi un bastardo.
“Non hai mai conosciuto i tuoi genitori?”
Rimasi in silenzio, serafico.
“Non ti dispiace?”
“No, non mi hanno voluto. Non m’interessa quale sia stato il motivo. Non li rimprovero né provo sentimenti di rancore.”
“Non hai mai provato a cercarli, a sapere qualche cosa di loro?”
“No, Carla. Crescere in un orfanotrofio o ti fa diventare presto grande o ti sgonfia le palle.”
Per un momento ebbi l’impressione che Carla provasse un minino di pietà per il bambino che non ero mai stato.

Dovrei farlo secco. Stranamente mi fa pena. E’ solo e non sembra se la passi tanto meglio di me. Lo lascio a sé stesso, libero di lasciare le sue tracce sulle macchie di sangue incrostato che dipingono il pavimento di quello che fino a poco tempo fa era il mio ufficio.
Non c’è nulla qui che mi possa aiutare.
E non c’è una vera ragione per cui sono tornato sul luogo del delitto. Mi aspettavo forse di incontrare il fantasma della donna, e invece ho solo sbattuto il muso contro un muro di solitudine.
Una volta fuori, Bachir mi fa un cenno: vuole che vada da lui.
“Non ho tempo”, gli dico in tono di rimprovero.
“Ti cercano, non ti agitare”, fa lui.
“Lo so. Non ci girare intorno, se hai qualcosa da dirmi, adesso o mai più.”
Bachir trema, come in preda a un orgasmo: “Bachir tuo buono amico.”
“Sì, certo, come no! Sputa il rospo.”
Allunga la mano.
Gli rifilo una sberla in piena faccia.
“Parla!”, gli sibilo in un orecchio sin tanto che è stordito.
“Bachir parla, parla, cazzo!”. Non scuce però fuori quelle informazioni che, chissà per quale strano caso della vita, ha.
Gli rifilo un pugno nello stomaco, che per lo sforzo fa più male a me che a lui. In bocca sento l’odore dolciastro del sangue. Stringo i denti. Quel disgraziato non deve rendersi conto che sono più di là che di qua.
“Parla! E’ l’ultima volta che te lo chiedo con gentilezza”, gli dico tutto d’un fiato, sputando veleno sulla sua faccia da topo di fogna.
“Bachir rischia e tu sei…”, sputa infine con un filo di voce.
Gli rifilo un altro pugno che lo piega in due.
“Senti, gran pezzo di merda, o parli o ti faccio secco qui.”
Gli lacrimano gli occhi, e non solo per via del dolore. Vedo bene su quella sua faccia da topo che non dubita che possa farlo fuori.
“Sei alle corde”, raschia con la gola. Dice così, ma se la sta facendo sotto.
“Parla!”
“Bachir parla”, capitola.
“Avanti, racconta… poi avrai quel che ti spetta.”
Bachir si apre in un sorriso tanto maligno quanto avido, poi sputa quel che sa: “I poliziotti ti vogliono. Ce l’hanno su con te, vogliono fartela pagare. Il perché Bachir non lo sa ma lo immagina.”
“Questo lo so”, dico io fingendo una pazienza che in realtà non ho.
“Bachir sa che la donna è stata portata dentro, nella tua tana…”.
“So anche questo. Chi ce l’ha messa? Lo sai questo, Bachir?”
“Bachir sa che erano in due. Non parlavano come me e te… ucraini o russi, sicuro.”
Inghiotto amaro. La faccenda si complica, troppo.
“Che altro sai?”
“Hanno fatto il tuo nome.”
“Li hai visti tu, con i tuoi occhi, Bachir, o ‘ste stronzate le hai sentite da qualche cesso come te?”
“Bachir ha visto e sentito, nessun altro. Solo Bachir.”
Non mi viene d’istinto credergli.
“Bachir, tu sei sempre fatto, non ti accorgeresti nemmeno se ti inculassero, non raccontarmi cazzate. Chi ti ha passato queste informazioni?”
Il maghrebino sbianca.
“Avrai quel che ti spetta, se è questo che ti preoccupa. Ma devi dirmi chi ti ha visto e sentito”, gli sibilo dritto sul muso.
“Salgari”, ammette in un sussurro appena udibile.
“Salgari, il venditore di Bibbie?”
Fa un cenno d’assenso con il capo.
Gli caccio in bocca due pezzi da cinquanta.
“Tieni il becco chiuso”, lo avverto prima di squagliarmi.
Non è buono, se c’è di mezzo Salgari, Carla doveva essersi cacciata in guai davvero grossi. E li ha lasciati a me.

(c) Iannozzi Giuseppe – Tutti i diritti riservati 

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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4 risposte a Il Bastardo – Requiem per un morto – Capitolo due – Iannozzi Giuseppe

  1. furbylla ha detto:

    seguo….
    Buongiorno
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E fai bene a seguirmi. 😉 Perché come ben sai, non resterà mica a lungo online questo romanzo.

    Buongiorno a te

    Beppe

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  3. Lady Nadia ha detto:

    Avvincente, non c’è che dire e scritto molto bene, dialoghi, azione… perfetti! Come anche levarie particolarità dei personaggi.
    Lo seguirò volentieri.
    Bravissimo. Ciao.

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Grazie, cara Nadia. Leggo molti thriller, ma come già ho detto soltanto Léo Malet e Durrenmatt sono per me Letteratura, perché non sono caricaturali, hanno invece i piedi ben piantati nella realtà, in una realtà di stampo esistenzialista. E se ci sto riuscendo o no, bene, questo thriller è tanto nero quanto esistenziale, quindi niente stupidità e macchinazioni improbabili, risibili. Sono personaggi, certo che sì, ma attingono a delle realtà, a delle persone che questi personaggi li hanno ispirati. Certo è che c’è anche l’immaginazione che gioca la sua parte, ma questa soggiace alla mia idea di una storia nera ed esistenziale.

    Beppe

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