Il Bastardo – Requiem per un morto – Capitolo uno – Iannozzi Giuseppe

Il Bastardo

Requiem per un morto

Un thriller di Iannozzi Giuseppe

Il Bastardo - Requiem per un morto - thriller di Iannozzi Giuseppe
Cap. I

Le persone cadono come birilli. Non c’è molto altro da sapere.
La prima volta che ti sparano addosso, credi d’esser morto. Non importa dove ti prendono, il primo colpo è il battesimo del fuoco.
Ne ho visti tanti morire. Ci sono più morti che vivi nella mia memoria. E nessuno ha granché da raccontare. Quando ti beccano puoi solo sperare d’avere un gran culo, sennò ci rimani. Una arma da fuoco non scherza, anche se chi la tiene in mano è un coglione. Questo ho imparato. E’ un brutto affare togliere la vita a qualcuno. Con un colpo gli togli tutto quel che ha.
Questa storia è un pasticciaccio ed è mia. Morire non mi fa paura, non adesso che ho sorpassato la soglia dei cinquanta. Non sono pochi cinquanta anni quando stai in mezzo a canaglie e pistole che sbucano fuori dal niente. Scrivere queste memorie è la peggio cosa. Avrei preferito che mi sparassero in pieno petto piuttosto che mettere nero su bianco questa manfrina. Il dovere, il dovere: per questo scrivo, non per altro. O forse c’è anche dell’altro, ma non sono ancora pronto ad ammetterlo. Sia come sia, cominciamo dall’inizio, cioè dalla fine, perché la mia cazzo di storia si compone di titoli di coda.

Da giovane potevo piacere, non dico di no. Entrato in polizia, nessuno mise mai in dubbio che la mia fede era una e una soltanto, per il Fascio. Negli anni Settanta andava di moda il mito del poliziotto buono e comunista. Mai incontrato un piedipiatti votato a Marx e men che meno uno che non abbia cacciato il suo uccello dove non avrebbe dovuto. I più fortunati si sono beccati lo scolo, gli altri ci hanno rimesso la pellaccia in qualche sparatoria. E’ facile far fuori chi ti sta sulle palle, basta inscenare una rapina o qualcosa del genere. Poi aspetti. E quando hai finito di aspettare e ti trovi davanti il disgraziato che vuoi seccare, bene, premi il grilletto e fine del cinema. Se poi ti dice bene riesci pure a farla franca, portandoti a casa il bottino, la tua diavolo di vendetta bell’e consumata.
Nel giro di poco, fra i colleghi, per tutti fui René, René il bastardo. Dicevano che assomigliavo a quello lì, a Vallanzasca. Le femmine cadevano ai miei piedi, nonostante fossi l’ultimo arrivato. Dicevano che era per via del mio fascino, quello d’un fascista di tutto punto, bello e tenebroso. In realtà non mi è mai interessato granché l’amore per l’amore.
Isabella la trovai nel mio letto. Non le chiesi mai come diavolo fosse riuscita a scovare la mia tana. Fatto sta che me la sono fatta. Si era presa davvero bene di me, pretendeva che la sposassi. L’avevo conosciuta in un bar anonimo, dove, a fine turno, i poliziotti amavano bere un goccetto di troppo o spaccarsi il muso. Isabella mi faceva la posta da tempo, poco ma sicuro. Non era il suo posto quel bar. Non è durata. Dopo averla mollata, l’ho raccolta morta strangolata in una notte di pioggia. Il suo corpo giaceva mezzo nudo in mezzo ai campi novaresi, vicino a un pozzo. Era una che faceva la vita e che si era illusa di poter cambiare la sua condizione mettendosi con uno come me, con un giovane poliziotto. Le aveva però detto male. Non aveva messo in conto che la rifiutassi. Ma sto divagando, non è questa la storia che devo raccontare, è un’altra.
Feci qualche mese nel distretto di polizia di Novara, dopodiché fui sbattuto a Torino. E qui cominciarono i casini, quelli veri. Di spettacoli osceni ne ho visti a bizzeffe. Torino sarà pure la piccola Parigi, sarà pure una delle tante città dell’amore sparate in mezza Europa, ma sarebbe forse più vero dire che è un postribolo a cielo aperto.

Le persone cadono come birilli, l’ho già detto. Quando entrai in polizia, ero sicuro che una pallottola mi avrebbe penetrato il cuore, ma non si muore quasi mai nella maniera desiderata. Mai avrei immaginato che sarei stato costretto ad abbandonare la divisa per motivi di salute.
Prima di scoprire che ero bell’e fottuto, prima di lasciare il corpo di polizia, stavo con una che avevo salvato dalla strada. Carla aveva fama d’essere una mangiatrice d’uomini. Gran tocco di femmina, lunghi capelli d’un bel rosso tizianesco, occhi verdi al pari del nobile berillo, fondoschiena e gambe da fare invidia a una pallavolista. Ma non era solo bella da togliere il fiato, poteva difatti vantare una cultura non indifferente che però si sposava a un’intelligenza mediocre; ciò nonostante, nell’insieme, senz’ombra di dubbio, era ben al di sopra della media, una bambola più furba d’una volpe, capace di rivoltare un uomo come un calzino.
Carla Millosevich aveva avuto un padre italiano e una madre russa. Dei suoi genitori non seppi altro, tranne che morirono in circostanze misteriose, in Ucraina, all’inizio della Rivoluzione arancione. Una volta, a muso duro, le chiesi che affari fossero mai andati a sbrigare in Ucraina i suoi; lei non si scompose, disse soltanto che si sarebbero dovuti incontrare con Viktor A. Juščenko, ma che non arrivarono mai a destinazione. Non aggiunse altro e non mi permise di farle altre domande. E a me non interessava conoscere i particolari. Per me era Carla Millosevich, una che era finita in una retata e che io, operando le giuste pressioni, avevo tolto dai guai a patto che diventasse la mia donna. Lei accettò di mettersi con me, senza neanche pensarci su.
A quel tempo non sospettavo d’avere un tumore, altrimenti Carla, forse, non avrebbe accettato così di buon grado di farsi vedere in giro con uno come me, con un poliziotto, con un fascista con un piede nella fossa. Lei odiava il decadimento della bellezza, della forza, del corpo. Carla nutriva la convinzione, neanche poi tanto sbagliata, che forza e bellezza non potevano non convivere.
Fu poco prima dell’ultimo Natale insieme, a seguito di una tosse che non accennava a diminuire, che Carla mi costrinse a farmi visitare. Il responso arrivò secco: carcinoma polmonare. L’oncologo non fece giri di parole per dirmelo: “Ha un tumore diffuso. Il polmone destro è andato.”
Non mi scomposi.
“Che si fa?”, volli sapere abbozzando un sorriso carico di disgusto.
“Signor Malaparte, sarò sincero, a questo stadio c’è ben poco da fare. Tenteremo una toracotomia per una resezione polmonare, ma…”.
“E’ arrivato anche al sinistro”, aggiunsi io.
“Temo di sì. Non sarebbe sufficiente la pneumonectomia.”
Tossii.
“Possiamo operare subito, nel giro di ventiquattro ore, dopodiché si procederà con la chemio per tentare di arrestare la neoplasia al sinistro.”
“Quante possibilità?”
“Non molte. Sotto il dieci per cento.”
Era stato categorico: anche intervenendo chirurgicamente, le chance di farcela rimanevano sotto la soglia del dieci per cento. Non ci pensai su due volte, mi sarei tenuto il tumore. La mia decisione non dovette piacere granché al dottore, che si fece più bianco d’un cencio. Gli pagai comunque la parcella, sicuro che avrei campato più a lungo se non fossi finito sotto i ferri.
Non dissi nulla a Carla, non avevo voglia di passare il Natale da solo, senza una donna nel letto.
Un brav’uomo quel dottore. Non si era fatto problemi a dirmelo duro in faccia che avevo quel che avevo, era però sbiancato quando gli dissi chiaro e tondo che non intendevo farmi massacrare sotto i ferri, per poi affrontare la chemio, con l’unica sicurezza che, al massimo, avrei forse guadagnato qualche mese in più di vita costretto in un letto d’ospedale.
Fu un Natale coi fiocchi, non migliore non peggiore di altri. Accompagnai Carla a far compere lungo Via Po. Non si risparmiò, comprò ogni cosa inutile esposta nelle vetrine. Si comportava come una bambina viziata e forse, a suo modo, lo era. Non reclamai. Cacciai fuori i soldi dal portafogli senza neanche interrogarmi perché fossi così ben disposto ad accontentare quella sua smania consumistica. Avrei dovuto tirarle un bel ceffone, invece quel 24 dicembre mi limitai a tener vivo il silenzio, mentre lei spolpava il mio gruzzolo. Cercai di tossire il meno possibile, inghiottendo il dolore e altro ancora. Carla non doveva capire che ero spacciato. Faceva freddo e forse avrebbe nevicato. Il cielo era di nuvole nere sopra la Mole Antonelliana alle nostre spalle.
In ultimo acquistò una bambola, un pezzo d’antiquariato. Credo che se ne innamorò perché le somigliava.
Glielo dissi il mattino del 26. Tossii apposta, perché vedesse il sangue.
Un leggero rivolo di sangue si dipartì dall’angolo sinistro della mia bocca, per scendere lungo il mento e più giù, fino a toccare il pomo d’Adamo.
Carla era più bella che mai nuda e impaurita, era d’una bellezza che solo alcune dee raggiungono. Faceva paura. Perdere una donna così avrebbe significato perdere tutto. Faceva paura leggerle in viso che un giorno sarebbe potuto toccare a lei perdere la salute e di conseguenza la forza e la bellezza.
“Puoi andartene”, le dissi asciugandomi le labbra macchiate di sangue.
Lei se ne stava riparata al di là del letto. Mi fissava coi suoi occhi verdi, freddi più del ghiaccio.
“Puoi andartene”, ripetei secco.
Lei continuò a fissarmi così come si fissa un appestato. Tremava come una foglia. Temeva forse che l’avessi contagiata.
“Non è un virus, non è tubercolosi. E’ un bel niente. E’ il tumore ed è solo mio. Mi spiace, non posso condividerlo con te”, le spiegai con voce robotica.
“Sei un poliziotto…”, balbettò impaurita.
Mio malgrado le regalai un sorriso paterno: “Non per molto.”
Lei capì e subito trasse un sospiro di sollievo.
Non mi aveva mai amato né rispettato. Mi aveva temuto però, perché ero un poliziotto, fascista per giunta.
“Fa’ una doccia, poi vestiti e vattene”, le ordinai.
Non fiatò.
Mi vestii. Aggiustai il ferro nella fondina ed uscii di casa, con la stessa naturalezza di Pilato dopo aver condannato il Re dei Giudei.

Lasciai il corpo di polizia. Mi rimaneva poco da campare, ma non intendevo sprecarlo. In quattro e quattr’otto m’improvvisai investigatore privato. Ma tutti oramai sapevano che René aveva i giorni contati. Non contavo di farmi degli amici o di tirare a campare più del dovuto. I potenziali clienti non ne volevano che sapere d’aver a che fare con un investigatore con due piedi nella fossa che non si decideva a tirar le cuoia. La polizia aveva poi fatto il suo sporco lavoro facendo circolare presto e bene la notizia che il fascista René stava per cadere fra le braccia dell’angelo della morte.

Carla Millosevich è morta. E’ stata la città a farla fuori! E la polizia adesso mi sta alle calcagna, sono certi che il colpevole sia io.
Caccio nel lettore cd una compilation di Johnny Hallyday, di quel diavolaccio amico Nicolas Sarkozy. La Renault Laguna tossisce dal motore peggio di me. Anche lei se la passa male, ma non ho né il tempo né i soldi per una revisione. Ho altro a cui pensare: risolvere il caso Carla Millosevich prima che Adriel mi soffochi fra le sue braccia.

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Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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4 risposte a Il Bastardo – Requiem per un morto – Capitolo uno – Iannozzi Giuseppe

  1. Lady Nadia ha detto:

    Molto realistico in prima persona e con il personaggio già ben delinato. domani vado avanti. Storia interessante.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Una storia senza fronzoli, guardando sicuramente a Léo Malet e Durrenmatt, i soli giallisti che a mio avviso si possono dire dei veri Scrittori, per la Letteratura, tant’è che i loro romanzi sono oggi più che mai vivi e inossidabili.
    Un personaggio controverso René, cattivo persino con sé stesso: ma come avrai modo di leggere, se lo vorrai, scoprirai che non sarà la morte il male peggiore. C’è molto molto di peggio anche per chi malato terminale, destinato alla morte. Un romanzo più nero della pece, senza nessuna morale da insegnare, senza nessuna speranza, nemmeno accennata o sospirata. Fondamentalmente esistenzialista. Spero piacerà a tanti. E se così non dovesse essere, non importa. 😉

    Beppe

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  3. Lady Nadia ha detto:

    Piacerà!

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ quel che spero. E’ un romanzo veloce, senza fronzoli, senza tutte quelle stupidità che si trovano in abbondanza in certi romanzetti “mordi e fuggi”. Attinge alla cronaca, a persone che ho conosciute, alla Storia (quella con la “S” maiuscola), etc. etc. Credo non deluderà i miei lettori. 😉

    Beppe

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