Dall’Alba al Tramonto – Antologico con inediti – poesie di Iannozzi Giuseppe

Dall’Alba al Tramonto

Antologico con inediti

Iannozzi Giuseppe

dark sky

Tra i corridoi dell’Ospizio

Le prime volte la porta era scucita in un filo d’ombra:
avevi tutti i tuoi giochi a portata di mano e un Babau
– i tuoi ricordi più belli, gli stupri da giovane subiti
Non hai adesso più niente a parte quel femore rotto
che accarezzi come un figlio – come un aborto dovuto
Dove sono finiti gli amanti che ti presero d’assalto,
dove le angosce che ti resero stella?
Negli anni che sono passati inesorabili sbattendo la porta
Negli anni che nel profondo freddo ti hanno sepolta

Eri da tutti corteggiata, eri da tutti regalata ad altri uomini
che dalla tua figa di miele e seta pretendevano il meglio
Eri da tutti guardata con invidia, eri porcellana perfetta
Ma non riuscivi a essere contenta mai, sempre volevi di più
E che cosa ti rimane oggi? Un fuoco fatuo, le ali strappate
d’una farfalla, mentre fra i corridoi dell’Ospizio zoppichi
in cerca d’un bicchiere d’acqua e d’un dottore che ti spogli
per una radiografia da appiccare in faccia alla carta d’identità

Sant’Elena

Sant’Elena cos’è?
Un posto che c’è e non c’è
Un dove e un nessundove
per un dio pagano,
per un ubriaco Odisseo cristiano
Un cuscino dove un tiranno riposa,
e un film porno anche
e un’avaria d’amore,
e un’eclisse di sole e una di luna
Sant’Elena un segreto per te
Soltanto un posto segreto,
una guerra eterna soltanto

L’abisso anarchico richiusi,
e il caos districai:
la Rivoluzione ripulii,
i popoli consolidai e i re nobilitai,
tutte le emulazioni eccitai,
tutti i meriti premiai,
e della gloria i limiti allargai (*)

Ma anonimi tra anonimi
nascono tutti e muoiono tutti
A Sant’Elena tutti uguali,
al ritratto delle passioni
in seno nutrite uguali
Sant’Elena che c’è e non c’è,
osceno segreto, Eterno insano

(*) Riadattamento di alcune parole dette da Napoleone Bonaparte, Longwood (Sant’Elena) 1° Maggio 1816

Alla Corte del Re

A Corte córte abbiam le gambe:
“Accorti, accorti, in piedi
o tutti giù per terra! Alé Buffone,
tu che della Corte sei il Preferito,
fa’ un po’ vedere come li metti
in riga ‘sti volgari impenitenti
con le tue belle palle volanti”

A Corte lunghi abbiamo i nasi,
ma la lacrima facile a divertire:
“Avanti, avanti, in ginocchio
o alla pecorina! Buon Dio,
Buffone mio, che fai? le braghe
ti cali proprio davanti a me
che son la tua più alta Maestà?”

A Corte sempre un gran casino:
“Che volete, Altezza! Le scudisciate
mi dannano al male come bestia
infernale; e alla fine sol mi resta
di prestarvi di me la parte più bassa
allargandola in un gran sorriso
perché almeno Voi possiate ridere
di quello che avete sotto al naso!”

Un tuo bacio

tornata durante la notte
perché non hai bussato
alla mia povera porta?

oh, l’aria si muove
nuvole e lampi e tuoni
e un dio che se la ride
oh, per un tuo bacio
all’inferno il mio cuore

perché un momento addormentato
non hai bussato alla mia porta
ma io mi giuro insonne per sempre
se un tuo bacio, se un tuo fuoco

Se un torto

se un torto
non credere
non pensare
che io pronto
a dimenticare
in un tramonto

sensibile
alle lusinghe
prima
che all’amore
ma
non insensibile
fino
al punto che
non ti
restituirei
a te stesso
se un torto

Mortali

nasciamo angeli
soltanto perché
l’età adulta
ci sveli diavoli,
poveri mortali

Marmellata di Dio

Li chiamammo giorni di gloria.
Li dicemmo belli e di più quei giorni oggi lontani, impossibili da credere.
Fummo davvero troppo fedeli a noi stessi, perché non fosse la sconfitta a prenderci; ma ognuno di noi continuò ad ergere inutili barricate, di ferro e di carne, nel vano tentativo di tener fuori il Nemico.
Lo sterminio ci prese in casa nostra, spargendo sangue sulle illusioni – sulle realtà erette con la sola forza della volontà, della speranza.
Gesù un pederasta. In un cesso di quart’ordine l’hanno beccato con le mani compromesse nella Marmellata di Dio: molestie su una bambina più piccola e innocente di Maria.
Se solo fossimo stati onesti, quei giorni li avremmo detti, da subìto, di sconfitta senza neanche tentar di viverli.
Se solo fossimo stati civili, oggi i morti – che noi indegni sopravvissuti raccontiamo ai nostri figli – siederebbero insieme a noi brindando con del buon vino rosso. Ed invece son soltanto fantasmi dati alle stigmate del conformismo – alle lagrime di sangue delle Madonnine di pietra.
Oggi se fossimo veramente civili, quei giorni lontani non li crederemmo belli nonostante tutto, e non li ricorderemmo.

Scrivere – un aforisma o quel che è

Scrivere è un delitto malfatto ma commissionato e pagato, e sempre (o quasi) conosciamo sin dall’inizio l’identità del malvagio scrittore; il suo nome campeggia in copertina, ma soprattutto tra le pagine culturali… peccato non sia quasi mai anche tra quelle della cronaca nera.

Senza titolo – I

Dammi la mano e il bianco tuo guanto
Ho da tempo la ghigliottina pronta
Aspetto soltanto di scrivere la parola fine
nel rosso sangue per un amore criminale

Senza titolo – II

Sbandato amore giovanile,
di tragedia ti ricordo vestito:
perché rifiutasti il passo mio
accanto al tuo di danza drogato?

Senza titolo – III

In fondo alla valle dormiremo
Insieme eternamente moriremo
La fragilità che fu nostra dolcezza
la lasciamo oggi al mondo morente
perché in futuro sia ancora seme
per una vita d’amore o una di niente

Senza titolo – IV

T’ho aspettata
completamente nudo
finché vita e speranza
in petto pulsanti schiave

T’ho amata così,
sempre spogliando
il pensiero mio di te
in un leggero petalo
maldestramente affidato
alle vorticose leggi
del vagabondo vento

Senza titolo – V

Rapite nel pallore furono quelle rose
che ci vestirono di vitali dolori e colori,
quando morte per sempre ci avvolse
nel prepotente suo abbraccio d’amore

Senza titolo – VI

Nude rose di rosa,
da sole sempre viveste
per esser petali
sotto la sferza del vento

Nude rose di rosa,
spoglie doglie rimaneste
per troppa fretta
d’incontrar libertà

Ma felicità non c’è
senza la puntura
delle carnali spine
su gli steli della vita

Vent’anni fa

Vent’anni fa un coglione
E sì, ci tornerei indietro
a fare quegli sbagli che poi,
a ben guardare, son gli stessi
di oggi – ma d’argento vestiti
Vent’anni
e sentir il mondo in mano
anche se, a ben guardare,
non è per niente vero
Le birre le reggevo però bene;
e la testa non sballava quasi mai
e le donne ridevano serie
quando il naso mio affondava
nelle generose loro scollature;
volava poi un ceffone o due,
e insieme a loro ridevo pure io
Già, vent’anni fa un coglione:
spiavo in ogni angolo di strada
e fra i filari d’uva mi perdevo
per raccogliere acidi rosari,
una bestemmia e un dolore
che avrei presto dimenticati
A ben guardare, quegli anni
lontani adesso li sento, ancor
uguali a un cerchio alla testa
che non se ne vuole andare!
Così credo che quegli anni
siano cambiati poco o niente,
forse solo il loro colore
agli occhi della gente però
che ancor m’incontra
e a tratti mi riconosce
o fa finta di niente
proprio come nei vent’anni

Lasciati andare

Dammi la mano, andiamo lontano
dove con un dito terra e cielo si toccano
Dammi la vita, andremo lontano
dove giacciono insieme paradiso e inferno
Non ti leggerò il futuro,
ti dirò soltanto quel che so:
son morti fra i tarocchi gl’angeli
e non ha più voluto che saperne
la Morte per l’eternità
S’è fatto Dio prigioniero sull’Olimpo
e da mane a sera con Zeus gioca
E continuano a fare i diavoli
pentole e coperchi ma male sempre
– giusto dei mercenari,
dei poveri di spirito
Così dammi ascolto, lasciati andare
e vieni via con me, anche se ho molto
poco da offrirti, la mia favola
e le sue pagine che prendono il volo

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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