Mille solitudini mille sconfitte – poesie di Iannozzi Giuseppe illustrate da Valeria Chatterly Rosenkreutz

Mille solitudini mille sconfitte

Iannozzi Giuseppe

loneliness by Chatterly

loneliness by Chatterly

loneliness by Valeria Chatterly Rosenkreutz

HO ASPETTATO IN PIEDI
IL TUO AMORE A SEDERE

Ho aspettato laggiù, quasi in fondo all’uscita
Dalle loro stesse battute divorati ridevano i comici
E di loro ridevano sgraziate le donne fumando
sigarette mentolate, lanciando distratti sguardi
a destra e a manca in cerca d’un cavaliere

Ho aspettato laggiù, dove s’accalca la folla
quando lo spettacolo è finito e rimane il fumo:
in sala non c’era più anima viva tranne la tua
Ero nel foyer e sulle lancette contavo la noia
Aspettavo che tu facessi il primo passo
e corressi da me per abbracciarmi
o con un pianto e una risata schiaffeggiarmi

Ho aspettato una vita, sempre, pur sapendo
che s’era perso il nostro amore
fra le fila dei posti a sedere

Ho aspettato una vita per una tirata infinita
che potesse risorgere dall’ombra l’amore
Tutto fu invano; non è bastato affatto
che m’improvvisassi infantile comico
dentro alle scarpe troppo grandi di Chaplin

Ho aspettato perché avevo tempo e sapevo
che il tuo stringeva e fra le paillettes ti soffocava
Ti sapevo lì, a spettacolo finito, in sala
Mai ho avuto il coraggio d’arrivare
fino in fondo al tuo sguardo; temevo di trovarmi
di fronte al tuo pianto, e questa è la realtà – la verità –
anche se adesso rido al pari d’una scimmia
lasciandomi prendere in giro da comici e donne

Ho aspettato tutta la vita, sempre, pur sapendo
che s’era perso fra le fila dei posti a sedere l’amore,
perché io solo riuscivo a stare in piedi
nell’ubriacatura coatta di mille chiacchiere a vuoto

In piedi ho aspettato il tuo amore a sedere
Troppo a lungo ho aspettato di pizzicare
un’ultima volta la rotonda bellezza del tuo sedére

In piedi ho aspettato il tuo amore a sedere
Il nostro tempo l’ho sprecato e tu sei ancora lì,
invecchiata e con mille sogni ridotti a pezzi

BEETHOVEN E WAGNER

Che strano, amica mia!
Non ha frenato il mondo la sua corsa
e si stringono strette strette le coppiette
e gli piove addosso il cielo,
la stella di Betlemme e un Niagara

Che strano, amica mia!
E’ tornato a casa il soldato
e non ha trovato nessuno
pronto a raccogliere la sua ferita
Ha acceso una sigaretta,
il niente è rimasto ad ascoltare

Che strano, amica mia!
Ha sorriso Gesù sulla croce
ed era solo un uomo col suo dolore
Gl’han voltato le spalle i poeti,
ma prima la fine gl’hanno inferto
con un spugna d’aceto

Che strano, amica mia!
Usa mio padre ancora la cinta e il ferro
con mia madre stanca di morire ogni giorno
per un tozzo di pane e un vecchio pesce
Ma brillano le stelle in cielo
e fingono sia normale,
fingono sia normale

Che strano, amica mia!
Ho nel cuore una musica
e un’altra nell’anima,
e non vanno d’accordo mai

Che strano, amica mia!
Partirò domani per un posto lontano
Cercherò me a ogni ciglio di strada
sempre sbattendo le ciglia per stupore
o per quattro spiccioli battendo

Amica mia, amica mia
Strano forse che ti dica che è vero,
che così è l’uomo? insaziabile e vile,
sempre in compagnia di Solitudine?

Amica mia, Beethoven e Wagner
ancora cercano botte a notte fonda,
e non posso io cambiare la musica
E non posso io voltargli le spalle

OCCHI DI FIAMMA

Salii sull’altare
incontrando
la bocca tua muta
Salii a incontrare
il prete nero
che ci avrebbe uniti
per tutta la vita
fino alla morte
E con occhi di fiamma
mi pregasti tu
di recitare una preghiera,
di scacciare ogni dubbio
e ogni diavolo dalla mente
Con timidezza quasi
ti presi allora sull’altare
la bellezza e la verginità
E pianse la croce
lacrime vere
uguali alle nostre
Solo il prete rimase strano,
morto stecchito,
con occhi spaiati, annegati
in due coppe di sangue

CULLA I MIEI BACI

Se i baci miei di fame li ami,
se davvero li cullerai
per farne fiamme e camino,
allora sì, seguirò il tuo cammino,
perché è tondo il mondo
e da sé va a fondo
e più non ho voglia io
d’affondare da solo

DOVE VOGLIO ANDARE

Dipende da dove voglio andare
C’è qui un pezzetto di paradiso
e un tappeto rosso d’Inferno
E briciole del mondo sono, lo so
E tanta fame ho e altro non ho,
solo il poco che passa il mondo
Inutile girarci attorno
Dipende, sì…
da dove voglio andare

SUL CORPO DELL’ADDIO

Un uomo gentile pareva
Quando sulla sua strada
incontrò te,
teneva una mano nuda,
e un guanto bianco
lo stringeva nell’altra

Un paio di guanti aveva
– uno bianco, l’altro nero –,
le mani e il cervello
A tutti diceva
che amava così,
che non conosceva
un modo migliore
per accusare le sconfitte
e prendere l’amore
Era un uomo
che ne aveva viste tante
In chiesa ci andava
solo per confessare
d’aver dimenticato Gesù
quand’era ancora innocente,
un bambino

Un uomo gentile pareva
E un giorno gli spararono
in pieno petto
regalandogli una rosa rossa

Sulla bara non uno pianse
Nel nero erano abbottonate
le donne, e i fazzoletti bianchi
sventolavano al vento
come un capriccio
che rideva sul corpo dell’Addio

UNA STORIA NERA QUESTA

Una storia nera questa
Ero ancora bambino
quando me la raccontarono
E un uomo sono adesso
Non è cambiata la verità
E alla notte abbaiano i cani
E urlano bestemmie i dannati
E piangono le madri i figli
in guerra andati e mai tornati

Sbrendolo il peccatore
all’incuria del tempo affidato,
all’incubo di Giuda impiccato

E’ una storia nera questa,
sbrendolo di cui già segnata è la fine
E si manifesta in piazza per la libertà
E ciechi si ammazza per la bandiera
E tengono su gli uomini facce sì terribili
che persino Dio ne tiene paura
E in strada abortiscono le donne
un peccato e un figlio sfamato di fame
Ma della terra mai sazio è il grembo

E’ una storia questa a mille altre uguale
I vecchi alla mia famiglia la raccontavano
E’ una storia nera questa, uno sbrendolo:
in piedi non si regge e in cielo non sta,
e sempre trova il modo di mieter vittime

E’ una storia vera questa
Ero ancora innocente
quando le ali me le strapparono
e quaggiù mi precipitarono
E come tutti sono oggi un uomo
e non è cambiata la verità
Attaccano la rabbia al giorno i cani
e il sole accecando gli uomini pure
E piangono le giovani spose i consorti
alla guerra comandati e mai tornati

E’ una sporca storia questa,
storia che non si dimentica
E a mio figlio la racconto anch’io
cercando di metterlo in guardia da sé
E’ una storia nera come la notte questa
E’ una storia vera come il sangue questa
In piedi non si regge e in cielo non sta:
uno sbrendolo il peccatore
all’incuria del tempo
e all’incubo d’un uomo impiccato affidato

E’ questa una sporca storia,
una sporca storia davvero
perché mi hanno quaggiù precipitato
rendendomi uguale a chi prima di me,
costringendomi a essere rabbioso,
ad avere un figlio con la mia faccia
per sola eredità

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
Questa voce è stata pubblicata in amore, arte e cultura, attualità, cultura, Iannozzi Giuseppe, poesia, società e costume e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...