Vecchio prete fascista. Racconto distopico

Vecchio prete fascista

Iannozzi Giuseppe

giovane-balilla

In paese aveva una brutta fama, dovuta perlopiù al fatto che voleva avere sempre la parola per primo e per ultimo. L’unica opinione che valesse, a suo dire, era la sua.
La Chiesa era scomparsa da anni e anni.
Non ne erano rimaste nemmeno le macerie, solo un vago ricordo che serpeggiava tra i pochi grandi vecchi ancora in vita.
Ed era rimasto lui, l’aristotelico marxista: in paese gli avevano trovato un nomignolo, il Canonico.
Era anziano, molto, ma di fibra forte: i capelli gli erano tutti bianchi, i baffi invece erano neri più della pece. Li portava come Stalin, l’Uomo di Ferro.
Era un Comunista, probabilmente l’ultimo ancora in vita.
Il mondo era ridotto a poche migliaia di uomini.
Erano sopravvissuti molti negri, quelli con la pelle molto ma molto scura.
I bianchi li aveva bruciati il sole, consumandoli nei tumori.
Il Canonico non era morto al pari di pochi altri compagni!
Mentre i grandi vecchi erano pieni di tumori esecrabili e putrescenti, e si tenevano nascosti come potevano, il Canonico si mostrava in giro tenendo su un’aria marziale. I tumori sulla sua pelle bianchissima non avevano attecchito. Era incartapecorito, ma non una macchia sulla pelle: ogni ruga lo rendeva più forte.

In paese la gente lo sfotteva. Però ne aveva paura anche.
In un mondo dove l’uomo era sull’orlo dell’estinzione, dove le ideologie erano state dimenticate e sepolte, solamente il Canonico si ostinava a blaterare di socialismo, di tessere di partito, di verità assolute.
Aveva una voce potente: teneva comizi in piazza, anche se non c’era nessuno ad ascoltarlo. Gridava. Non la sentiva la fatica.
Gridava.
Gridava parole. Fatti in mano non ne aveva.
Sapeva solo ripetere che il socialismo si era opposto al fascismo.
E nessuno sapeva chi fossero i fascisti. E nessuno sapeva se fossero mai esistiti veramente.
Tutti sapevano una cosa: il sole bruciava e uccideva.
Il Canonico un giorno gridò più forte del suo solito: “Voglio una donna. Devo dare un figlio bianco al mondo.”
Dietro agli scuri molte ombre presero ad agitarsi, poi scoppiarono in una risata glaciale, che avrebbe terrorizzato chiunque.
Il Canonico urlò più forte.
E la risata raddoppiò d’intensità.
Continuò ad urlare, sotto il sole cocente, per tutto il giorno, che voleva una giovane donna da ingravidare perché il mondo aveva bisogno di un figlio per il bene del Comunismo.
Andò avanti anche la notte e il giorno appresso.
Ci si convinse presto che il sole l’aveva risparmiato dai tumori prendendogli però il cervello.
Era impazzito: il Canonico era impazzito del tutto.
Non che prima fosse ritenuto sano di mente.
Però adesso con la storia della donna da ingravidare aveva valicato i confini della pazzia per non fare più ritorno…
Quello che era un paese di quattro anime, due già sul punto di spirare, si strinse nelle spalle e fece del suo meglio per tirare a campare.
In Canonico rimase per dei giorni a sbraitare in piazza.
Si concedeva una pausa solo per pisciare un goccio e un’altra per mettere qualche cosa sotto i denti.
I giorni passarono.
Gridava sempre.
Un mattino il grido del Canonico non c’era più.
La gente guardò in piazza cercandolo con gli occhi attraverso gli scuri.
E qualcuno lo vide.
Era in mezzo alla polvere.
Doveva essere morto. O gli mancava poco.
Non interessava a nessuno sapere.
L’avevano sopportato e invidiato: quella pelle così bianca e neanche un tumore.
Un corpo tanto forte per una mente tanto debole: Dio, se c’era, gli aveva tirato davvero uno scherzo della madonna al Canonico.
Ci mise giorni e giorni per schiattare.
Lo trovarono un mattino con la lingua di fuori che sembrava un pezzo di cuoio tanto era secca.
Una vecchia gli sputò addosso in segno di disprezzo, poi rivolgendosi a un po’ tutti: “Ma chi erano ‘sti fascisti?”
“Lui era l’ultimo. Forse! Adesso è crepato”, disse qualcuno.
“Ne siete sicuri? Lui diceva d’essere un Comunista…”.
Silenzio.
Un silenzio che valeva assai più d’un semplice.
“Allora se era un fascista non meritava nemmeno lo sputo, ‘sto fascista travestito!”, sentenziò la vecchia.
Poi, di nuovo, rivolgendosi a un po’ tutti: “Io sono giovane?”
Si strinsero nelle spalle e ognuno fece ritorno alla propria baracca.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, attualità, cultura, fiction, Iannozzi Giuseppe, letteratura, narrativa, racconti, società e costume e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.