La truffa come una delle belle arti. Filosofia truffaldina e ricerca della felicità nel nuovo romanzo di Gianluca Barbera

La truffa come una delle belle arti 

Filosofia truffaldina e ricerca della felicità
nel nuovo romanzo di Gianluca Barbera

Iannozzi Giuseppe

La truffa come una delle belle arti - Gianluca Barbera

La truffa come una delle belle arti – Gianluca Barbera

L’arte: una beffa, o più specificatamente una artistica forma di truffa, inutilità dall’uomo creata nel vanaglorioso tentativo di essere come Dio o perlomeno a esso più vicino. Ne sapeva qualcosa Andy Warhol il cui pensiero si può riassumere con le sue stesse parole: “Il problema con i classicisti / è che quando guardano un albero / non vedono altro / e disegnano un albero”. Per Warhol “l’arte non diventa nuova prima che siano passati dieci anni”, questo perché “solo allora essa appare nuova”. Warhol diceva anche che sarebbe andato all’inaugurazione di qualsiasi cosa, anche di una toilette, questo perché l’arte non si può pensare di farla, necessità impone infatti che venga fatta e basta; sarà poi il pubblico a decidere se trattasi di roba buona o schifosa; e mentre il pubblico ci pensa su, bene è che l’artista e che tale si ritiene continui a spacciare sul mercato altri tentativi artistici.

La truffa come una delle belle arti di Gianluca Barbera (Aliberti compagnia editoriale) è un divertissement che, per qualità e sostanza, aspira a essere (o a diventare) un classico. Gianluca Barbera narra le gesta piccoline, che sempre mettono a soqquadro il quieto vivere, dei catanesi Lopiccolo, dal 1842 a oggi. I Lopiccolo vivono di espedienti, amano donne barbute e si danno non poca pena per essere dei Don Chisciotte rovesciati tanto assurdi quanto picareschi. Petrus Lopiccolo, detto Pepè, porta avanti un circo di freak, peccato però che questi fenomeni da baraccone siano tutti più o meno acciaccati e svogliati, ridotti all’osso o al lumicino, ne consegue che per Pepè tirare a campare si fa, di giorno in giorno, più difficile. Che fare? Se i freak non sono più quelli dei bei tempi andati, c’è una sola soluzione a portata di mano: portare al pubblico creature immaginifiche che nessuno abbia mai visto davvero. Niente di più facile, perché il pubblico ama essere truffato scucendo dalle proprie tasche monete sonanti per vedere, ad esempio, l’impossibile sirena delle Galápagos. E’ in realtà la sirena un banale innesto fra tra la testa e il torso di uno scimpanzé e la coda di un tonno essiccato, questo però la gente non è in grado di capirlo né di immaginarlo. Pepè sciorina mezze verità a un pubblico divertito e poco incline a porsi delle domande. Solo quando sua maestà Ferdinando deciderà di vedere la sirena con i suoi occhi, Pepè si fa prendere un mezzo coccolone. Ferdinando non brilla per cultura, e forse nemmeno per acume, ma se c’è una cosa che non ama è di essere preso per i fondelli. Che dice Ferdinando di fronte alla sirena di Pepè? “Iiiiihhh, quant’è brutta! Maronna mia. È perfino peggio ’e mi suocera… E comm’ è fetusa! […] Cetto che bella bella non è… Però ce farebbe ’nu figurone, a palazzo. Vorrei accumprarla. Sarei disposto a paga’, diciamo… che ve ne pare de ’nu mijaio de ducati?”. A questo punto Pepè capisce che non può portare avanti il gioco. Ferdinando è disposto a pagare salato per avere la sirena, peccato sia un falso e che sua Maestà voglia prima farla esaminare da alcuni esperti affinché ne stabiliscano l’originalità. Non è possibile. Pepè nicchia, poi la sirena la fa finire male, in un rogo che non lascia della sirena creata ad arte una sola lisca. Un maledetto incidente! Pepè Lopiccolo se l’è vista brutta, certo che sì, però adesso deve ingegnarsi a trovare un altro motivo di attrazione per il suo circo.

In La truffa come una delle belle arti, Gianluca Barbera par quasi suggerire al lettore, occasionale o no, che la vita è poi solo una truffa e che la truffa più riuscita è l’arte, per non dire poi di chi l’arte la fa e sul piedistallo più alto si pone sfidando di Dio l’ira e la sua immortalità. In un passato che oggi ci appare davvero tanto tanto lontano, uno come Pepè truffava chi voleva essere truffato proponendogli freak e creature da bestiario, mentre oggi sono i Pokémon ad attirare l’attenzione del pubblico (di quello più scafato anche) e dei sociologi. I Pokémon sono entrati a forza nell’immaginario e nel mondo, così tanto da meritare l’attenzione di giornalisti, scrittori, psicologi, sociologi e chi più ne ha più ne metta. L’enciclopedia libera Wikipedia, alla voce Pokémon: “Pokémon (ポケモン Pokemon, [ˈpɔkemon]) è un media franchise giapponese di proprietà della The Pokémon Company e creato nel 1996 da Satoshi Tajiri. Esso è incentrato su delle creature immaginarie chiamate Pokémon, che gli umani possono catturare, allenare e far combattere per divertimento. Il franchise nasce come coppia di videogiochi sviluppati da Game Freak e pubblicati da Nintendo per la console portatile Game Boy. L’enorme successo ottenuto in tutto il mondo ha portato alla creazione di ulteriori videogiochi, anime, film, manga, un gioco di carte collezionabili, libri e innumerevoli gadget e giocattoli”. Piuttosto inquietante o no? A inventare i Pokémon è stato un giapponese, un informatico, Satoshi Tajiri. E i Pokémon sarebbero creature che gli umani possono catturare. Ieri c’era la sirena delle Galápagos, oggi invece ci sono i mostriciattoli made in Japan. Satoshi Tajiri è anche conosciuto con il soprannome di Dr. Bug (Dottor Insetto): Satoshi ama gli insetti molto di più degli esseri umani. E non è meno inquietante venire a sapere che Dr. Bug, stando ad alcune voci, sarebbe affetto dalla sindrome di Asperger.

Gianluca Barbera cavalca a bella posta un illuminismo rovesciato proponendo personaggi che candidi non lo sono affatto. I Lopiccolo sono dinastia di truffatori: una ne pensano e cento ne fanno. Barbera applica il pensiero di ragione sufficiente leibniziano tirando su un teatrino di macchiette che se la ridono, che mai o quasi fanno dietrofront: i Lopiccolo possono essere tali ed essere inseriti nella società soltanto come truffatori. Consapevoli che a ogni causa corrisponde un effetto, i Lopiccolo si danno un gran daffare affinché la loro causa produca gli effetti che loro desiderano: “Lei è sempre così… pieno di frasi sibilline. Niente d’importante, in verità. Mi riferivo al fatto che anche la famiglia Lopiccolo alla fine, con l’ultima della nidiata, è riuscita ad arrivare in cima alla scala sociale… Per lei si tratterà di un’inezia, ma per me, vede, è tutto. Un sogno che si corona, dopo tanti inseguimenti… Parlo, naturalmente, di mia figlia Janet che, dopo aver scalato le vette impervie dell’alta finanza senza mai farsi cogliere in fallo, è entrata in politica: prima deputato e ora ministro”.
I Lopiccolo sono così, sornioni, si adeguano ai tempi, fischiettano l’aria de Il Padrino, sono degli autodidatti, sanno un po’ di tutto in una maniera a dir poco abborracciata e sciorinano discorsi senza né capo né coda, e però, alla fine, ottengono sempre quello che vogliono. Hanno imparato che la truffa è la forma suprema di qualsiasi vantata arte, perché soltanto giocando sporco, ovvero facendo leva sulla credulità del prossimo, è possibile mettere i piedi in testa a re, finanzieri e politicanti di ogni risma. Ben prima di Satoshi Tajiri, la dinastia dei Lopiccolo ha compreso che al mondo c’è davvero tanta gente che solo aspetta di essere truffata, perché non può davvero fare a meno di credere che esista una sirena delle Galápagos o un esercito di Pokémon da catturare.

La truffa come una delle belle arti di Gianluca Barbera è un romanzo filosofico (di filosofia truffaldina a onor del vero!), è una avventura, è una ironica dissertazione sulla ricerca della felicità, un romanzo che non si fa mancare davvero nulla, neanche una bella bandella firmata da Giulio Mozzi: “… Gianluca Barbera racconta le vicende di una dinastia di truffatori, i catanesi Lopiccolo, dal 1842 a oggi, intrecciandola con le vicende storiche italiane ed europee, ed evocando pian piano un’immagine del mondo come grande coacervo di truffe, d’illusioni, di millantature, di finzioni condivise o fintamente condivise…”. A lettura ultimata, sopravvive nel lettore il sospetto che Barbera e Mozzi ci abbiano truffati per benino facendoci riflettere e divertire non poco.

Gianluca BarberaGianluca Barbera è nato a Reggio Emilia nel 1965 e vive a Siena. Ha compiuto studi giuridici e filosofici. Lavora in ambito editoriale da anni. Ha pubblicato racconti su riviste («Maltese Narrazioni», «Fernandel», «’tina», «Achab»,«succedeoggi») e in antologie (Giovani cosmetici, Sartorio, 2009, a cura di Giulia Belloni). Suoi scritti di attualità e cultura sono apparsi su il «Corriere della Sera» e «il Resto del Carlino». Ha all’attivo diverse pubblicazioni, tra cui il romanzo Finis mundi (Gallucci, 2014) e i saggi Il dittatore utopista (BE, 2011) e Storia di Anna Frank (Rusconi, 2013). Attualmente collabora con le pagine culturali de «il Giornale».

La truffa come una delle belle artiGianluca BarberaCompagnia Editoriale Aliberti – Collana: I colibrì – ISBN-10: 8893230593 – ISBN-13: 978-8893230599 – Pagine: 224 – prezzo: 17 Euro

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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