Lucciola in croce. Un racconto contro la violenza sulle donne

Lucciola in croce

Iannozzi Giuseppe

Contro la violenza sulle donne,
contro la drammatica piaga della prostituzione.

prostitute

Quando vai con una lucciola, non t’interroghi, non ti stai a preoccupare se ha sentito freddo, se lo sente ancora. Stai solo attento che sia in carne e che non abbia in volto i segni d’una malattia venerea. La vedi sul ciglio della strada, e se non sorride, passi oltre. Tutte, o quasi, calzano stivali in pelle che arrivano fino al ginocchio, e camminano su tacchi vertiginosi: sculettano provocatoriamente, e lentamente muovono pochi passi da un punto all’altro del marciapiede che è la loro casa. Quando vai con una lucciola non t’interroghi se ha i piedi freddi e non ti preoccupi dei tuoi: solo vuoi fare e venire bene, e poi scappare nella notte.

Gabriel s’ammirò nello specchietto retrovisore. La macchina parcheggiata, sprofondata nel cuore della notte, e solo la debole luce della sigaretta fra le labbra e il pallore della luna alta in cielo, obnubilata però da un pesante alito di nuvole e nebbia. Riusciva a vedere a malapena l’abbozzo del suo sorriso: gli bastava per sapersi vivo e maschio, vanitoso.

* * *

“Tu, Giuda, mi hai già tradito. E mi hai già amato.”
“O Gesù, perché dici questo? Sei crudele.”
“Perché tu sei il mio preferito, il fratello che porterà la croce dell’Umanità, una croce ben più pesante della mia.”
“O Gesù! Ho fame.”
“Prendi un po’ di pane.”
”O Gesù! Ho sete.”
“Bevi un po’ di vino.”
“O Gesù, non basta! Non riesce l’anima mia a saziarsi mai.”
“Allora baciami.”
“Baciarti?”
“Io, così vile, dovrei baciare il mio Maestro? No, non posso farlo.”
“Allora lo farò io. Per te!”

* * *

Gabriel s’aggiustò la patta: era orgoglioso di sé. La Lucciola era tornata sul ciglio della strada: sculettava cercando d’attirare l’attenzione d’un altro cliente. Lui l’aveva pagata per stare quindici minuti con il suo corpo. Non s’erano detti una sola parola. L’aveva presa alla boia d’un giuda, in piedi, fra le fratte dove aveva nascosto la macchina; poi l’aveva sbattuta sul cofano ancora caldo. Era venuto e lei aveva finto d’avere un orgasmo; stava bene così, perché queste erano le parti assegnate a lui cliente e a lei prostituta. Le loro anime non s’erano curate d’incontrarsi, neanche per finta… per distrazione. Che importava tutto il resto? Niente. Lui aveva goduto, lei aveva finto. ‘L’uomo è un animale, prende il suo piacere, non si cura di quello dell’amante comprata sul ciglio della strada, né si preoccupa di usare delicatezza alcuna o di chiederle di sé, se si sente bene o male, se ha i piedi freddi o caldi.’ Così pensò Gabriel mentre infilava la chiave e dava gas: il motore era ancora caldo, non era stato spento troppo a lungo, e la macchina non faticò a uscire dal folto delle negre fratte. ‘Boia d’un Giuda, il cofano era quasi più caldo di quella dannata puttana. E’ così che dev’essere.’

La strada davanti a sé: premere sull’acceleratore, sterzare prima a destra e poi a sinistra e ancora e ancora, e respirare e inspirare e sentire il cuore battere in petto.

I lampioni scivolavano oltre la vista, e si ripetevano in continuazione: sembrava che non dovessero finire mai. Con le mani sul volante, sorrise a nessuno: era quasi arrivato a casa. Si sentiva bene. Presto avrebbe abbracciato la moglie, Maddalena: le avrebbe sussurrato qualche frase dolce all’orecchio e dopo, prima d’addormentarsi, lo avrebbero fatto. Si sarebbero stretti l’uno all’altra; e che il mondo di fuori andasse pure a puttane, perché a loro bastava stare insieme abbracciati al caldo, avvolti dalle lenzuola, dalle coperte.

Maddalena gli aprì la porta di casa: “Sei in ritardo…”
“Traffico, sempre traffico”, si scusò Gabriel, “non puoi neanche immaginare quanto.” E la baciò sulla bocca. Lei, subito, si ritrasse disgustata.
“Sai di dolciastro.”
”Che significa?” Ma aveva già strabuzzato troppo gli occhi perché la moglie non notasse la paura sul volto dell’uomo.

* * *

“E tu che le hai raccontato?”
“Niente.”
“Come niente?”
Gabriel buttò giù l’ultimo sorso del suo whisky, poi s’accese una sigaretta e ne offrì una all’amico.
Rimasero in silenzio per un po’, coi volti muti quasi sprimacciati sul bancone del bar, mentre il barista si dava da fare dietro ai clienti, sbraitando contro la cameriera tutta sudata per via dell’aria stantia e del fumo, che stagnava e pareva nebbia.
Petrus era un mezzo russo, robusto, quasi completamente calvo: la mascella era squadrata, troppo, e lo faceva sembrare un po’ tanto stolido. Si passò una mano sulla pelata e puntò contro Gabriel l’indice: “Tu la devi mollare. Quella è una baldracca.”
Gabriel continuava a tacere. Solo tirava boccate di fumo.
“E’ una di quelle, lo sai meglio di me. L’hai sempre saputo.”
Gabriel si limitò a svolazzare un gesto nell’aria, un gesto con la mano che solo poteva significare qualcosa d’indefinito.

* * *

“Padre, perché io, perché proprio io dovevo essere tuo Figlio? Non potevi scegliere un altro? Giuda, per esempio. Lui sarebbe stato quel figlio perfetto che sempre hai desiderato. Ma tu no, tu hai voluto che fossi io a doverti pregare per aver salva la vita. Perché? perché la Croce? No, Padre, non è giusto. Non è questo che volevo, essere tuo Figlio. La mia vita non conta forse nulla? Tu muto resti come le pietre che hai creato, come quelle che m’hai insegnato a prendere sulla schiena: il dolore però, quello resta anche se il livido, col tempo, passa. Credi forse che potrò dimenticarlo? No, non potrò. Ecco come m’hai ridotto: un uomo che parla a uno che non risponde. Le uniche risposte che ricevo sono l’eco della mia stessa voce. Oh, non c’è bisogno che t’invochi! Se solo lo volessi, potrei fuggire lontano e accompagnarmi ai passi di Maddalena. Oh, se solo non fossi io! E io non sono io: capisci? Io sono tuo Figlio… tu non mi rispondi però, ne deduco che sono niente per te. Se così è, chi o cosa m’impedirebbe mai di prendere una strada che sia ben lontana dalla Croce? Tu, forse? No. Tu non hai potere. Solo io posso decidere se restare o partire. E allora io decido che è tempo d’andare lontano dove non ci sarà più la mia eco a rispondermi in tua vece. Ecco, prenderò la strada e lascerò Giuda. Prendi lui. E’ un figlio perfetto. E’ arrivato al punto di tradirmi per assecondare i tuoi piani. Io non ti tradisco, non più di quanto abbia già fatto Giuda con me. Ecco, Maddalena mi piange. Sento il suo pianto nelle vene e il mio cuore solo chiede di spegnere quel pianto di fuoco che tormenta la donna e l’anima mia.”

* * *

“Andrai a Lucciole anche stasera?”
“Sempre a fare domande.” Gabriel s’abbottonò l’impermeabile. “Sta cominciando a piovere.”
Petrus lo squadrò torvo: “E tu a evitarle!”
Scoppiarono entrambi a ridere: Gabriel aveva trovato divertente quel evitarle e anche Petrus, forse per questo ridevano. Mica ne erano sicuri!
“La lascerai?”
Gabriel si limitò ad alzare le spalle. “Sei il solito cinico”, continuò Petrus, carezzandosi pensieroso la mascella: “indendo…”
“Stammi a sentire”, l’interruppe Gabriel leggermente infervorato, “non intendo mollare Maddalena solo perché m’ha buttato fuori di casa per un po’ di dolciastro. Sarà pure una di quelle, ma non lascerò che sia qualcun altro a scoparsela. T’è chiaro il concetto? Tu dimmi pure cinico quanto cazzo vuoi, qualunque cosa possa significare, vedi però di non rompermi le palle.”
“Non c’è mica bisogno di scaldarsi tanto!”
“Io non mi scaldo, Petrus. Mai. Hai capito?”
Petrus mise su una faccia davvero poco raccomandabile: “Come cazzo vuoi tu, amico. Io dicevo solo per il tuo bene.”
“Lo so da me qual è il mio bene.”
Silenzio fra i due.
“La mia macchina è a due passi.”
“Sì, capisco!”, sbottò Petrus. “E’ ora che mi levi dai coglioni.”, aggiunse, passandosi una mano sul cranio pelato, bagnato.
“Ci si vede.”
“Certo.”
Gabriel lasciò l’omaccione da solo, immobile sotto la pioggia. L’osservò giusto il tempo d’un secondo: se ne stava piantato come una statua, mentre l’acqua gli scivolava addosso. I loro sguardi s’incrociarono per un breve momento, poi Gabriel prese a camminare con passo spedito. Raggiunse la macchina parcheggiata. Ed era già sulla strada a bruciare semafori.

L’autoradio gracchiava musica e parole: “I’ll tell you all my secrets/ But I lie about my past/ So send me off to bed forever more”. (*) Gabriel ripeteva le parole masticandole in bocca, mentre gettava rapidi sguardi, a destra e a manca, incontrando i volti delle Lucciole. Ne voleva una bruna che gli ispirasse fiducia, che fosse fintamente donna e bambina.
Ne adocchiò una: doveva essere molto giovane. Fermò la macchina.
“Come ti chiami?”, sparò con voce di rasoio.
“Lucilla.”
Spense il motore. Andava bene: era lei che cercava.
“Lucilla…”, ripeté addolcendo la voce, quasi facendo rotolare il nome della Lucciola sulla lingua, come una caramella al miele.
“Lucilla, quanto?”

L’aveva lasciata piangente e sanguinante in mezzo alle fratte. Ad un certo punto una rabbia belluina l’aveva investito: e una gragnola di pugni s’era scatenata sul fragile corpo di Lucilla. Mentre la tempestava di pugni e calci, le aveva gridato più e più volte: “Sei una puttana, solo una lurida puttana, come Maddalena.
Pestarla a sangue non gli era bastato: la rabbia nelle vene era ancora accesa.

Era di fronte all’uscio di casa. Quasi l’abbatté a forza di pugni. Nessuno venne ad aprire. Alla fine la sfondò con due possenti calci.
“Maddalena!”, gridò. Neanche l’eco della sua voce in risposta.
Entrò in camera da letto: le narici gli si dilatarono per assorbire l’odore dolciastro che era sparso in tutto l’ambiente. Era di sangue l’odore che penetrava in lui e lo feriva a morte. In un angolo c’era la sua donna pestata a sangue, più morta che viva. S’avvicinò a lei senza dire una parola e s’accucciò accanto a lei: e la strinse a sé in un doloroso abbraccio.
“Che è successo…?”, biascicò. Non c’era più rabbia nel suo sangue, solo una pesante stanchezza.
“Ho… voluto provare…”, mormorò, e tossì, sputando sangue e frammenti di denti: “Provare come ci si sente… a fare… la puttana…”.
Gabriel le passò una mano sui capelli arruffati, sporchi di sangue e sputi.
Non voleva sapere altro. Non ce l’aveva il coraggio d’accendere la luce per vedere meglio il volto della sua Maddalena. La fissò nel buio: era ridotta davvero molto male. Era sicuro che non avrebbe riacquistato mai più la bellezza d’un tempo: i lividi sarebbero guariti, ma sul suo volto sarebbe rimasto stampato per sempre il dolore.
La strinse più forte a sé: “Con chi?”
“Il tuo amico… Petrus…”. E chiuse gli occhi.
Sul volto di Gabriel due grosse lacrime presero a scivolare lentamente. Poi i singulti, forti, gli scassarono il petto; e altre lacrime, un vero stillicidio di dolorosa stanchezza.

Era quasi l’alba: una flebile luce penetrò attraverso la finestra. Gabriel abbracciava ancora Maddalena profondamente addormentata nella prigione del suo corpo di donna. La luce del sole gli inondò gli occhi ormai aridi dopo troppe lacrime.
“Padre, perché mi hai abbandonato?”, gridò come animale disperato: “…perché? Solo perché io ho abbandonato te?”
Tossì e pianse un’ultima lacrima: “Non avresti dovuto tradirci così, per Giuda!”

(*) Da Tango Till They’re Sore, Tom Waits (Rain Dogs, 1985): “Ti dirò tutti i miei segreti/ Ma mentirò sul mio passato/ E tu mandami a dormire una volta per tutte.”

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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