All’inferno per una donna – Estratto dal romanzo “Il Tormento”

All’inferno per una donna – Estratto dal romanzo “Il Tormento”

Iannozzi Giuseppe

manifesto-Rsi

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Non aveva che un chiodo ben fisso in testa, trovare una donna uguale, o quasi, a Claretta Petacci. Per quanto non ci fosse giorno che non si preoccupasse della sua salute, Fernando era ben deciso a trovare una donna: il perché non avrebbe saputo dirlo con certezza neanche lui, però il solo pensiero di non riuscire in detta impresa lo gettava in uno stato di sconforto simile al panico. Non sapeva dove andare per trovare una donna, una mezza fascista, ma di certo non l’avrebbe mai incontrata restando nei limiti della Ciociaria e men che meno l’avrebbe trovata continuando a lavorare nei campi insieme al padre, che, giorno dopo giorno, vedeva diventare più vecchio e cocciuto. Zappava la terra con ostinazione, senza più curarsi di alcunché: il mondo d’attorno, semplicemente, per lui non esisteva. Anche a cena, di fronte alle figlie e alla moglie, non spiccicava parola e quasi non si faceva sentire, rimaneva tutto concentrato, con chissà quale idea in testa, e non fiatava. Era una statua di sale, impossibile da offendere o destare. Oramai pareva fosse diventato insensibile a tutto e a tutti. Non gl’interessava più che Donna Diavola sbottasse e lo fucilasse a colpi di male parole: queste non entravano neanche nella tromba dell’orecchio. Mangiava in silenzio il poco che trovava nel piatto, mosche comprese, poi, trafelato, se ne usciva, si accomodava su una vecchia sedia a dondolo proprio di fronte alla porta di casa e si dondolava fino a fare la mezzanotte; infine s’infilava nel letto, dava le spalle a quella botte ch’era la sua consorte e piombava in un sonno simile al coma.

L’opportunità gli si presentò quando Donna Diavola lo comandò d’andare a Veroli a prendere un ciuco, che sarebbe dovuto servire per lavorare meglio la terra.
“Fernando, ascolta, qui ci sono le Lire… e bada bene di non perderle, vai giù a Veroli e fatti dare l’asino da mastro Geraldo. Gli dai le Lire e torni di filato…”.
Fernando, a testa bassa, fece un cenno d’assenso, cercando di mascherare l’emozione per quella fortuna insperata: finalmente avrebbe potuto scollarsi dal paese, almeno per un po’, e immergersi nella civiltà. Suo malgrado un mezzo sorriso gli sfuggì, e la madre se ne accorse: chissà però e perché tacque tenendo bassa la mano, che sempre era pronta a rifilare uno o più scappellotti.
A Veroli, Fernando ne era sicuro, avrebbe incontrato la donna della sua vita, e non era detto che non sarebbe riuscito a sganciarsi per sempre da Santina, da quella donna che lo odiava, che lo trattava peggio d’un asino.

Veroli non era proprio a un tiro di schioppo, non per uno come Fernando che passava il tempo con la testa fra le nuvole scorgendo in ognuna di esse l’improbabile profilo della Petacci.
Entrando in Veroli manco si accorse che la città era in subbuglio, presa d’assalto dai repubblichini che, scalmanati, tiravano saluti fascisti a destra e a manca sotto gli sguardi allibiti della gente, perlopiù anziani con uno o due denti in bocca e bambini con addosso dei malandati calzoncini.
Entrando nel mercato, gli ci volle un niente per perdersi del tutto; preso com’era dai suoi sogni, Fernando non portava attenzione all’intorno, camminava al pari d’un automa. Se solo avesse prestato occhio un po’ a destra e un po’ a manca, si sarebbe reso conto del clima disperato che sovrastava sopra il capo d’ogni uomo e donna. Fernando invece sorrideva, non si accorgeva che la gente lo guardava storto per subito dirlo fuori di melone.

Altezzosa, Sofia sfidava le bocche delle comari; più d’una aveva motivi per avercela su con lei, e tutte concordavano che fosse una poco di buono. Sofia non se la prendeva, non lo dava comunque a vedere: si compiaceva, si beava anche d’essere quel che era, una donna di facili costumi; dentro di sé diceva che lei sì, se lo poteva permettere di cambiare uomo ogni santo giorno così come si cambiano i calzini. In camera da letto teneva la foto del Duce e il ritratto di Gesù Cristo in croce. Per entrambi nutriva una uguale adorazione: erano loro a guidarla, anche se, a onor del vero, Cristo finiva poi sempre con l’essere disposto in secondo piano rispetto a Benito Mussolini. Per nessuno o quasi non era un segreto che se solo le fosse capitata la fortuna, al Duce gli avrebbe dato tutto, anima e corpo, perché potesse abusarne nel migliore dei modi. A quelle che la indicavano in malo modo dicendola fascista, Sofia replicava che era proprio così e che al Duce lei gliel’avrebbe preso in bocca, a Dio piacendo. Quando la foto di Piazzale Loreto, del corpo esanime di Benito crivellato di pallottole, coi calzoni che quasi gli si sfilavano, arrivò in prima pagina a Veroli, Sofia non riuscì a rattenere le lacrime, diede in una crisi isterica che la sentirono bene fin giù all’inferno. Il suo sogno era morto, era morta la speranza che un giorno, per chissà quale assurda ragione, lei potesse diventare l’amante del Duce. Ma disperarsi le servì proprio a niente. Le malelingue misero presto in giro la voce che, per in onore del martire, la Sofia s’era masturbata con il matterello, prima nella fessa, poi nell’ano. La voce non tardò ad arrivare alle orecchie di Sofia, la quale non replicò, mostrando in pubblico solo un cipiglio indecifrabile, quasi da vedova inconsolabile.

E la vide, bella come la desiderava, quasi uguale alla donna del Duce. Cacciava le mani dentro a mucchi di stoffa, mentre donne cenciose, brutte e laide, raccolte intorno al bancale, la fissavano forse invidiose, di sicuro con sguardi maligni. Il mercato era un trionfo di colori, di voci che si legavano correndo di orecchio in orecchio. Fernando vedeva solo il bello, non si rendeva conto che il vociare prometteva vendette trasversali. Con la mente obnubilata e il cuore preda d’una perversa lussuria, non gli riusciva proprio di vedere oltre la punta del proprio naso. In mezzo al mercato un romanaccio gli s’era fatto alle costole puntandogli il coltello al fianco, ma Fernando, temerario e stupido come un ciuco, manco sentì la punta affilata portandosi subito oltre, confondendosi tra la folla.
Maldestro ed eccitato, si fece sotto alla femmina adocchiata ghermendo con la mano quella di lei che in mezzo alle stoffe scavava: “Bellissima!”.
Sofia gli sarebbe scoppiata a ridere in faccia, non si fosse accorta per tempo che c’era qualcosa di strano in quello straniero, una luce negli occhi porcini che suo malgrado la frenò.

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Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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