Simulacri suicidi

Simulacri suicidi

Iannozzi Giuseppe

simulacro

Jenny, uscì dal Sindacato con in faccia stampata la sconfitta: Jenny la Replicante era stata più abile di lei a controbattere le sue argomentazioni, e alla fine di una lunga discussione di tutta dialettica, la filosofia della Replicante aveva avuto la meglio. L’Alto Prefetto, che aveva presieduto la causa Jenny contro Jenny, aveva commentato aspramente: “La sconfitta è sempre abuso della sicurezza che ormai la borghesia ha adottato in qualità di suo giudice difensore!” .Questa sentenza Jenny l’aveva sentita e pure la Replicante, solo che per la prima era una rampogna mentre per la seconda una lode. Eppure Jenny era la stessa persona!

Rammaricata per la figuraccia, decise di tornare nel suo loculo al 160mo piano. Pagò dieci crediti e acquistò un biglietto di linea per la sopraelevata. Solitamente si faceva chiamare una vettura privata, ma oggi aveva perso e sentiva il bisogno di stare in mezzo ai borghesi, mischiata a tutta quella genia malata di egotismo e di povertà, perché anche lei era – e si sentiva – un prodotto borghese. S’intrufolò nel bailamme della sopraelevata e se ne stette pigiata in piedi in mezzo ad ascelle e facce, in mezzo all’olezzo di sudore e fiati pesanti. Il seno siliconato a pera secondo i dettami della moda, le labbra turgide gonfiate di gelatina ricostituente, gli occhi a mandorla frutto della chirurgia plastica, i capelli alla maschietta corti e folti: tutto il suo essere era adesso schiacciato nella povertà del gusto borghese. La Replicante, se avesse potuto vederla, certamente, avrebbe riso di lei: probabilmente, era già a letto a scoparsi qualche vecchio industriale, a farsi succhiare il ‘terzo sesso’, una specie di appendice neutra molto di moda, che molte donne amavano farsi impiantare. Il ‘terzo sesso’ veniva impiantato proprio sopra la bocca della vagina ed era essenzialmente una cosa non più grande di un capezzolo; ma una volta raggiunto l’orgasmo, il capezzolo diventava una specie di tubo glabro e leggermente oleoso che l’amante – tenendolo bene in bocca – succhiava. E molti viziosi usavano il terzo sesso per più sofisticate pratiche, pratiche anarco-erotiche che da tempo il Sindacato aveva dichiarato immorali. E lei, Jenny, aveva perso proprio contro un’assurda causa che la vedeva implicata nell’uso del ‘terzo sesso’, anche se non c’erano prove reali che fosse colpevole d’averlo usato.
Non si puniva chi ce l’aveva, ma chi ne faceva uso.
Ora, lì, pigiata in mezzo al fetore dell’umanità, uno strano eccitamento la stava lentamente ghermendo: sentiva che il suo ‘terzo sesso’ s’inturgidiva. Completamente panicata, cominciò a sudare: se qualcuno si fosse accorto del suo eccitamento, presto sarebbe stata denunciata da un qualche anonimo benpensante e per lei sarebbe stata veramente la fine. Fino ad ora la causa, di cui non era la sola protagonista, fondava le sue accuse su delle illazioni, che per quanto gravi, non potevano essere provate. C’era un solo modo perché l’accusata diventasse a tutti gli effetti colpevole: l’accusa avrebbe dovuto dimostrare in maniera incontrovertibile che le illazioni potevano diventare realtà concreta. Ed era quanto già stava accadendo…
Combattendo contro la ressa, a forza di gomitate, scese alla prima fermata. Si trovò a vagolare in un dock malfamato, uno dei più poveri della metropoli; tutti i vicoli erano il buio stesso. Senza pensarci su due volte, si gettò nella profondità dell’oscurità e lì sfogò il suo eccitamento.

* * *

Il giorno dopo si svegliò: un fattorino robot stava piantato accanto al suo letto nel momento in cui lei, completamente nuda e rilassata, stava lentamente aprendo gli occhi. Il fattorino le augurò buona giornata e le trasmise il messaggio con voce metallica, mentre lei si strofinava fra le lenzuola con selvaggia licenziosità, quasi eccitata dalla voce metallica del postman, che mai avrebbe compreso la bellezza dell’eccitamento sessuale. Lo licenziò e si alzò: Jenny, la Replicante, le aveva fatto comunicare che nel pomeriggio si sarebbe recata da Lei. La cosa non la preoccupava più di tanto: in passato, di simili rapporti ne aveva avuti molti ed alcuni si erano risolti anche bene.
Nel pomeriggio sedeva davanti a sé stessa, con la fregola addosso. Scambiarono poche parole, e subito si gettarono nel candido conforto delle bianche lenzuola a godersi il loro ‘terzo sesso’ dando corpo a tutte quelle fantasie malate e illegali che il Sindacato proibiva, le stesse per cui Jenny era stata chiamata in causa. La Replicante non poteva essere accusata di niente: la legge – DURA LEX SED LEX – prescriveva chiaramente che i Replicanti non possono essere colpevoli di nessun atto criminoso e/o immorale perché vittime della loro condizione di essere dei ‘replicanti’.
Jenny sorrise, ammirando sé stessa addormentata: la Replicante, la sua accusatrice, era stata a letto con lei e non poteva denunciarla per questo. Ridicolo! Se fosse entrato un fotografo in quel momento, se avesse scattato centinaia di foto compromettenti mentre le due Jenny facevano all’amore, il Sindacato come si sarebbe comportato? Lei lo sapeva. Ed era assurdo che potesse accadere a lei. Per delle illazioni non dimostrabili – perché nessuna prova concreta c’era a suo carico -, Jenny veniva schiacciata contro il banco degli imputati, mentre dall’altra parte c’era la Replicante, sé stessa, l’Accusatrice e l’Amante. Cercò di ricordare quante volte s’era fatta scopare dal ‘terzo sesso’ con un amante che non fosse la sua Replicante; ricordò alcuni nomi e mille sensazioni, ma alla fine perse il conto. Inutile cercare di ricordare, era un po’ come rubare a sé stessa. Svegliò la Replicante e brutalmente, con tutta la forza della sua turgidezza rabbiosa, la penetrò a sangue, nel culo, fino a farla urlare di piacere e di dolore. E fu per la Replicante la stessa uguale sensazione che Lei, Jenny, aveva accusato di fronte al Sindacato.

* * *

I giorni passarono, ma l’accusa nei suoi confronti non cadde. Per Jenny difendersi divenne un lavoro come un altro. Alla fine, il Sindacato stesso acconsentì che l’attività di difesa doveva essere remunerata, a patto che Jenny lasciasse il suo lavoro, quello abituale, perché nessun individuo poteva avere un doppio lavoro. Jenny fu costretta ad accettare, e di buon grado si lasciò travolgere dalla sua nuova attività: un giorno vinceva, quello appresso perdeva, una monotonia questa che si protrasse per anni di orgasmi con la sua Replicante e che, col tempo, divenne meno di nulla.
Jenny sentì crescere la disperazione dentro di sé: da ormai un sacco di tempo, giorno dopo giorno, davanti al Sindacato veniva sconfitta dalle argomentazioni della Replicante. Ma più tragico della sconfitta era il fatto che la notte doveva andarci a letto e fare per la sua Accusatrice la parte della passiva, mentre la Jenny Replicante era ormai diventata la Regina Attiva della situazione, o meglio delle combinazioni di situazioni-posizioni! Jenny adesso cominciò a comprendere quale meccanismo perfettamente subdolo era stato macchinato alle sue spalle. Purtroppo se ne rese conto solo quando non poté più negare l’evidenza: accusata per delle chiacchiere riguardanti la sua attività sessuale, portata davanti al Sindacato, costretta ad accettare il lavoro come Avvocato Difensore di sé stessa, costretta ad andare contro la Legge possedendo la sua Replicante, ora, ora sapeva d’aver perso veramente.
Ci volle davvero poco perché davanti al Sindacato perdesse la causa: la Replicante portò davanti agli occhi di tutti le prove inconfutabili della sua colpevolezza, alcune foto di Lei, Jenny la passiva, a letto mentre si dava da fare con il ‘terzo sesso’ insieme a un giovane azionista. Il Sindacato subito le tolse il lavoro che le aveva dato e la condannò al carcere a vita, privandola di qualsiasi organo sessuale in suo possesso. Stessa sorte non toccò alla Replicante: la Legge voleva che la Replicante diventasse la vera, unica e reale Jenny. Il borsista implicato nello scandalo non fu sottoposto ad alcuna misura giudiziaria, in quanto intoccabile – tutti gli uomini d’affari godono dell’immunità internazionale illimitata e irrevocabile.

* * *

Una settimana dopo, Jenny a letto con il suo nuovo amante apprese dal fonogiornale del suicidio di un centinaio di detenute nel carcere di massima sicurezza dello Stato di *****. Il fonogiornale recitava:

“Il suicidio è l’estrema speranza
della disperazione
di molti reietti della società costretti
in una prigione dove l’unico svago concesso
è l’associazionismo in sette religiose,
fanatiche fino alla morte.”

Jenny era sicura che fra i morti ci fosse anche la sua accusata, l’altra Jenny. Fra le sbarre non resiste nessuno a lungo quando non c’è neanche la consolazione di una sega; subito si diventa fanatici di una religione fantasma negatrice della sessualità e del sesso applicato, sia esso declinato a favore dell’ amore, dell’odio o della filosofia. In breve il fanatismo settario diventa il surrogato della sessualità.
Jenny sapeva che, prima o poi, sarebbe toccato anche a Lei: era solo questione di tempo, come del resto per tutti i prodotti borghesi.
Solo una fottuta questione di tempo.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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