Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Iannozzi Giuseppe

Cesare Pavese

Cesare Pavese

Una donna che non sia stupida, presto o tardi, incontra un rottame umano e si prova a salvarlo. Qualche volta ci riesce. Ma una donna che non sia una stupida, presto o tardi, trova un uomo sano e lo riduce a rottame. Ci riesce sempre.

(Cesare Pavese – Il mestiere di vivere – 3 agosto 1937)

Quella doveva essere una serata uguale a tante altre, la solita monotonia.
Il crepuscolo, un grande occhio nero proiettato nell’infinito; a Cesare niente avrebbe cambiato l’umile sua brutale esistenza… Ormai era certo che sarebbe invecchiato senza combinare nulla di buono nella vita. Con le donne non ci sapeva fare. Gli amici gli avevano appiccicato addosso il triste destino d’esser un misogino bell’e fatto, un destino – e non una semplice etichetta – che ricusava con violenta impotenza pur riconoscendo, nell’intimità della sua sessualità sprecata, che non era davvero nella posizione di sfuggire alla sua vera natura. Non rare erano le volte che si provocava scarificazioni di ogni tipo, giusto per sentire che ancora era vivo; e non di rado la frustrazione finiva in eccessi di violenza gratuita contro la sorella. Per un nonnulla l’accusava d’essere una zambraccia: bastava che si pittasse con un po’ di rossetto perché Cesare montasse su tutte le furie; e allora volavano schiaffi, e le lagrime di lei si consumavano nei singulti, nel silenzio della sua camera. Simili scenate di gelosia, quasi incestuosa, avevano luogo soprattutto alla sera quando Cesare sentiva opprimente il peso d’una solitudine non voluta: il telefono non squillava mai per lui e questo fatto lo faceva andare in bestia. Odiava la sorella che si preparava per uscire: dentro di sé avvertiva forte la pulsione di farle del male, di possederla in qualche modo; e non fosse stato per quella moralità cattolica, che suo malgrado in seno nutriva, le sarebbe saltato addosso per darle il fatto suo. Poi la rabbia scemava e la debolezza lo faceva prigione della sua verginità mai sciupata. Sbattendo la porta della camera della sorella, Cesare trovava rifugio davanti alla finestra, cercando indarno di rattenere le lagrime. Nella mente mille immagini si sovrapponevano in una confusione che non poteva non scatenargli una forte emicrania nervosa: non negava a sé stesso d’aver paura della sua fragilità, e l’apparente quiete del cielo, spiato attraverso il vetro macchiato dai fumi della città, era per lui ulteriore conferma che l’essere umano soltanto era un errore biologico prodotto e riprodotto nel corso dei secoli.
Come negro sudario la notte l’avvolgeva e Cesare a peso morto si buttava sul letto. Il peso del suo corpo lo spaventava, ma in un certo senso era piacevole sapere che, da un momento all’altro, un qualsiasi inopinabile evento avrebbe potuto porre fine alla sua vita, magari a quella di tutto il genere umano.
Sul giradischi lasciava che i vecchi 33 giri dei Doors esplodessero nel loro lamento; ogni tanto compulsava le poesie di Arthur Rimbaud, in un libro ormai consunto, l’unico che aveva in casa e che il padre gli aveva lasciato prima d’andarsene per sempre con la nuova compagna. Odiava Rimbaud, quello spirito leonino e ribelle, che per narcisismo paragonava a sé stesso; guardandosi allo specchio non poteva fare a meno di pensarsi anche lui tale e quale a un angelo caduto. E la fantasia gli suggeriva che, da qualche parte, nel mondo, esisteva forse un suo gemello. Poi la musica cessava e Cesare usciva. S’infilava nella vecchia Cinquecento rossa che il padre gli aveva lasciato e lasciava che il traffico di Torino gl’ingolfasse l’anima.

* * *

“Allora che facciamo?”, gli chiedeva Giovanni, un tipo in carne, rubizzo, sempre con un cachinno e la battuta acida pronta, a bruciapelo, fosse o meno l’occasione adatta per scherzi fra amici.
Cesare non si scomponeva: da troppo tempo era avvezzo a questa accoglienza e se non oggi, domani si sarebbe risolto a lasciar naufragare l’amicizia che teneva con Giovanni, quell’amicizia che tanto tempo addietro Cesare aveva tradotto in una sorta di privata amicizia adatta a un confessionale. Alzava le spalle, bofonchiava poi il nome d’un locale e in silenzio partivano. Entrambi non avevano più niente da dirsi: le loro conversazioni erano frammenti di vetro, bagliori di lucida reciproca cattiveria; e quando parlavano era sol più per abitudine, mai per la naturale necessità di stabilire un contatto umano. Parlavano soprattutto di motori: la tecnica e tutti quei principi fisici, che fanno funzionare le macchine, erano diventati l’interesse principale di Cesare, che nella fisica, nelle macchine, sperava di trovare una risposta ai suoi dubbi esistenziali. Giovanni gli dava corda, sin troppa: si prendeva gioco della sua depressione; tuttavia Cesare pure a questa cattiveria s’era ormai abituato da tempo. Premeva sull’acceleratore, senza quasi far caso alla segnaletica stradale, convinto che la morte non lo avrebbe preso di certo incastrando le sue carni in una scassata Cinquecento, un motore che conosceva come le sue tasche e sul quale aveva lavorato più d’una notte.
“Andiamo a beccare Beppe?”
Giovanni sbuffava, Beppe non gli piaceva: riteneva fosse un intellettualoide, noioso per giunta.
“Lui c’ha i soldi… Gli si scrocca qualcosa. Non c’è neanche bisogno di chiederglielo. E’ lui a farsi avanti: credo provi una sorta di piacere masochistico a farsi svuotare le tasche.”, diceva allora Cesare per convincere Giovanni.
Le serate si risolvevano in una noia assoluta. Scoccava la mezzanotte e Giovanni s’alzava, ingollava quel che restava della sua birra e si congedava. In un modo o nell’altro riusciva sempre a tornarsene a casa da solo: “Non preoccupatevi per me. Con calma torno a casa e mi sparo un porno in videocassetta!” Non diceva altro, stringeva la mano a Cesare, a Beppe poi, e si defilava inghiottito dalla notte.
“Non esiste più l’amicizia.”, attaccava allora Cesare. Per qualche indecifrabile attimo rimaneva assorto in sé, perso a fissare una delle tante ragazze indaffarate a servire i clienti che stavano dietro al bancone, poi sospirava.
Beppe era tipo che non si scomponeva per simili constatazioni; anche lui, come tutti del resto, ci aveva fatto il callo alla depressione dell’amico, e, poi, non aveva alcuna intenzione di farlo inalberare. Si accendeva una sigaretta e se ne stava quasi sempre in silenzio, sicuro che Cesare avrebbe cominciato a confessarsi. E ogni sera le parole erano uguali a quelle dell’ultima volta, un rito.
“Cosa vuoi che ti dica? Si nasce, si vive e si muore da soli: è l’esistenzialismo. O se preferisci è la vita, punto e basta.”
Cesare rimaneva sempre scontento dopo questa risposta, per lui troppo filosofica: “Cazzate! Preferisco un motore su cui metter le mani. Almeno quello sai come funziona, e se non lo sai ti ingegni da solo e alla fine capisci, diavolo se capisci!”
Beppe a questa replica si lisciava i baffi, rispondendogli che la vita è la vita, la poesia una vergine sfondata utile a catturare unicorni inesistenti, mentre i motori roba inventata dagli uomini, quindi comprensibili avendo le dovute conoscenze tecniche. Non aveva intenzione di smontarlo, si rendeva però conto che gli portava delusione: l’amico gli chiedeva una risposta alla vita e lui gli sfasciava la testa con delle stupidaggini filosofiche e poetiche, che alla fine si concretizzavano in un cazzo di nulla. Allora, quasi per scusarsi, Beppe aggiungeva: “E’ un serpente che si morde la coda, di più non so.” E la questione su cosa fosse la vita finiva lì, almeno per il momento.

* * *

Fuori, l’aria di Torino era sempre pesante, indipendentemente dalle stagioni. Cesare e Beppe si caricavano all’interno della piccola Cinquecento e la macchina andava per conto suo. Cesare inforcava le strade senza curarsi troppo della destinazione: quasi sempre si finiva su Corso Unità d’Italia dove le ragazze della notte si vendevano a chiunque avesse due soldi da sganciargli senza farsi troppi problemi. Cesare osservava lo smercio di quella umanità, sempre maledicendo i papponi e tutta l’organizzazione della prostituzione; non riusciva proprio a capire perché delle ragazze tanto belle dovessero vendersi, anche se erano costrette per non essere ammazzate dalle mafie organizzate. Era sua convinzione che fosse preferibile farsi ammazzare piuttosto che vendersi. Soprattutto condannava i clienti delle ragazze della notte: “Le puttane sono puttane perché ci sono i puttanieri, sono loro il vero marciume.” Beppe lo guardava con pietà: Cesare condannava, non osava andare con una di quelle ragazze, ma intanto le guardava con occhi assatanati e sulla dura strada d’asfalto ci faceva morire gli occhi per quella carne in svendita.
“Anche mia sorella è come loro…”, sbottava a un certo punto, quando ormai s’era stancato di recitare la parte del voyeur. E Beppe restava in silenzio: era terreno minato che non voleva sondare. Rimanevano in silenzio per dei minuti che, per entrambi, erano infiniti anni di solitaria rabbia.
“Non ci si può fare niente. Nietzsche diceva pressappoco così: In una società civile non si può fare a meno della prostituzione. Da sempre, sin dalla notte dei tempi, lupanari e postriboli hanno fatto parte della società. Sin dalla notte dei tempi… E’ una cosa sporca…” A questo punto Cesare si animava e contestava: “Dici che è un fatto antropologico?! E va bene… Ma per me è solo cultura fascista.” E così dicendo prendeva a ringhiare una risata, mezzo divertito, mezzo allucinato.
“Tu sei un mistico…”
“E questo cosa significa? Non vedo quale nesso.”, controbatteva Beppe, accarezzandosi il cranio rasato a zero per nascondere l’incipiente calvizie.
“Significa semplicemente quello che ho detto. Tu sei pieno di rigurgiti culturali che non valgono ‘na sega.”
“Mi stai dicendo che potrei benissimo vestire l’orbace e non saperlo? che non so riconoscere il bene dal male?”
“No.” Silenzio. “Piuttosto direi che sei un romantico, più di me. E questo non va bene. Tipi come noi non fanno strada.”
Beppe sprofondava per qualche secondo in un silenzio ironico quanto isterico: si sentiva offeso, non poteva negarlo ma la situazione era di serie B, vero e proprio kitsch dannunziano.
“Non credo di assomigliarti. Io la mia vita l’ho letta perlopiù sui libri, tu invece l’hai imparata sulla strada. Insieme ci completiamo, punto e basta. Non abbiamo nulla in comune tranne l’amicizia. Non sono il tuo gemello e nemmeno il tuo riflesso in uno specchio, il tuo Dorian Gray.” Un sospiro. “Posso accendermi una sigaretta?”, sputava allora Beppe, ma l’aveva già accesa: anche questo era un rito.
“Basta che apri il finestrino…”
Restavano di nuovo in silenzio, ognuno perso in sé stesso, come sempre. Ogni volta che si frequentavano lo scambio di battute fra i due era pressoché uguale, solo qualche piccola variazione intorno a un abusato canovaccio, giusto per non assomigliare troppo a degli automi.
Le strade di Torino si fondevano in una ragnatela di umane contraddizioni: a un angolo uno spacciatore, a quello opposto un mendicante, poi un santo e un bob dylan a strimpellare malinconie.
“L’umanità è un errore biologico: sono convinto che è così. Prima o poi qualcosa o qualcuno la cancellerà.”, usava asserire. Con profonda mestizia Cesare osservava la città che gli turbinava attraverso i finestrini della Cinquecento, che tossiva fra gli ingranaggi non proprio regolati alla perfezione.
“Ho bisogno di fare benza!” Beppe sapeva già: tirava fuori un deca e lo metteva quasi di prepotenza in mano a Cesare. Quasi umiliato, ma non troppo, Cesare finiva con l’accettare quei soldi, scuotendo il capo, bofonchiando che non era giusto; ma lo andava ripetendo da così tanto tempo che Beppe aveva scordato la prima volta che l’amico aveva parlato dell’ingiustizia sociale di cui si credeva vittima esclusiva.

* * *

Un giorno Beppe gli disse dell’uomo inteso come possibile discendente d’una civiltà aliena. Cesare si limitò a dire che si trattava d’un retaggio cristiano: “Siamo soli e questo mi basta. Non sono né un poeta né un mistico o un uomo di fede. Simili fandonie lasciale stare agli esegeti. E’ un consiglio.” L’argomento non venne più toccato nei giorni a venire. Beppe mai riuscì a intuire perché tanta acredine nel cuore di Cesare: semplicemente si rifiutava di prendere in considerazione qualsiasi teoria fantastica o sballata che fosse circa l’evoluzione umana. Per Cesare l’umanità non poteva che essere un errore e neanche poi tanto poetico. Eppure molte volte gli aveva confessato d’esser convinto che ogni uomo è semplicemente una scatola, un contenitore che nel mondo non può non avere un suo doppio. Questa sua ossessione patetica, almeno a giudizio di Beppe, non poteva che riassumere grezzamente una maledetta visione poetica.

* * *

La famiglia a Cesare stava davvero stretta: si sentiva come costretto in una camicia di forza e s’immaginava pazzo, romantico, genuino come il protagonista di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Sempre più spesso aveva da ridire con la madre e non si risparmiava di rinfacciarle che stava viziando troppo la sorella, che gliele lasciava passare tutte lisce, mentre lui veniva accusato di tutto anche quando non c’erano colpe da espiare, da distribuire come pane e pesci. Questa situazione un giorno deflagrò quasi in tragedia: Cesare prese un coltello da cucina e lo puntò alla gola della sorella, ma qualcosa lo trattenne, forse perché così sarebbe stato troppo facile. Lei crollò in un pianto isterico, mentre Cesare furibondo, con belluina rabbia d’incompresa solitudine, si piantò la lama dentro il retto femorale: il muscolo s’inturgidì per il dolore. Un rivolo di sangue gl’inondò la gamba rifugiata nella stoffa dei jeans: il sangue piangeva sangue, piangeva la vita ferita. Un conato di vomito gli salì alla gola. Lanciò un urlo rauco come animale ferito, cacciò via la lama e sbattendo la porta scappò via di casa per una settimana.

Era notte quando Cesare andò a chiamare Beppe. Era zoppicante e gli raccontò tutto senza omettere troppi particolari: “E’ successo in fretta… Ho pensato che fosse la cosa migliore da fare. Ho pensato anche di suicidarmi, così, per dispetto. Qualcuno non l’avrebbe digerito questo mio ultimo gesto… Sarebbe stato comunque inutile. Alla fine l’avrebbero avuta vinta loro. Non ci credo al suicidio per protesta, non ci credo alla vita vestita di rivoluzione. Il fatto è che non credo a niente…” Cesare raccontava le sue vicende in un turbinio confuso di immagini; quasi singhiozzava cercando di mantenere un contegno virile, incapace di comprendere se stesse vivendo un sogno o un più volgare conflitto esistenziale. Beppe lo ascoltava e rimaneva muto, cercando di capire ciò che di un uomo non si può mai capire veramente. Tentava di capire l’anima dell’amico: un’impresa tutt’altro che facile.
Lo ascoltava con benevolenza. Con pietà, anche per sé stesso.
Lentamente si apprestarono alla Cinquecento.
Incurante della ferita, Cesare prese a guidare, continuando a raccontare senza domandarsi dove stesse andando. Ogni tanto intercalava il racconto con una bestemmia, rimaneva in silenzio qualche secondo, poi con voce febbricitante riprendeva il racconto. “Quand’ero piccolo ci ho pensato tante volte alla morte. Alla religione. Che cazzo bestemmio a fare se non ho nessuna fede in cui barricarmi? nessuna bandiera di partito? Beppe, io ci ho provato a lavorare, ma non ce la faccio proprio. E’ più forte di me. Non riesco a stare sotto padrone. Certe volte vorrei avere un’officina tutta mia dove poter riparare biciclette: mi piacciono le biciclette, non inquinano, ti portano dove vuoi se ci sai fare. Basta aver fiato da spendere, polmoni. Ieri ho incontrato una mia vecchia fiamma: quando la conobbi a scuola non mi aveva mai degnato d’uno sguardo. Mi ha riconosciuto perché zoppicavo, mica per altro! Mi ha detto che anche a scuola una volta m’ha visto zoppicare. Mi ha fatto male, tu non sai quanto!”
Le strade scivolavano nel buio, tutte uguali e anonime: Beppe si sentiva uno straccio, otto ore a scaricare cassette della frutta ai Mercati Generali per pagarsi l’università. Rimase tutto il tempo muto ad ascoltare la vita masticata fra i denti rabbiosi dell’amico, mentre Torino scivolava via attraverso i finestrini: la stazione di Porta Nuova – arrivi e partenze -, il quartiere San Salvario – razzismi e amori impossibili -, Via Roma – vetrine e manichini in carne e ossa tutti ubriachi di luci e colori -, la Mole Antonelliana, la Basilica di Superga… Mille leggende s’affollavano nella mente di Beppe, nessuna però gli sembrava degna d’esser raccontata a Cesare, a quell’uomo ormai distante dall’ideale dell’amicizia, definitivamente proiettato in sé stesso, chiuso e perso nel suo personale dolore.

* * *

Beppe lo rivide dopo un mese che non aveva più sue notizie. Si presentò che era già sera fatta: un colpo di clacson, il suo tipico modo d’annunciarsi. Nel momento in cui lo vide, Beppe si rese conto che l’amico era fatto perso di dolore: gli occhi iniettati di sangue erano due spilli incastonati nel cranio smunto. Gli raccontò cosa aveva fatto durante tutti quei giorni di assenza: era andato a vivere da solo. La madre, pur di sbarazzarsi della sua presenza in famiglia, gli aveva trovato un appartamento e s’era impegnata a pagar lei l’affitto, purché non si facesse più vedere; e a Cesare la cosa stava bene, perché in fondo era una indipendenza che desiderava.
“Che paghi mia madre! Lei s’è divertita, m’ha partorito, ha degli impegni nei miei confronti. Sono sicuro che io sono nato per sbaglio, perciò mi odiano. Invece mia sorella, lei la volevano veramente.”
Beppe messo di fronte a quella confessione rimase muto e basta: questa ancora non gliel’aveva sentita dire. Avrebbe voluto saper qualche altro dettaglio, tuttavia si limitò ad accendersi una sigaretta.
“Il fumo è un brutto vizio.”, lo rimproverò Cesare quella volta. “Se lo sopporto è solo perché sei tu.”, aggiunse con tono di voce uterino, cavernoso, quasi attendesse delle formali scuse.
“Grazie!”, si limitò a biascicare Beppe.
Silenzio.
Ancora silenzio e la sigaretta si consumava.
“E poi che cosa è successo…?”
Cesare sorrise all’amico: non s’era fatto venire un attacco isterico per via del fumo perché aveva bisogno d’un confessore che lo interrogasse. Il fumo lo odiava, non più di tanto se era passivo; però era capace d’inscenare un dramma se il fumatore non diventava il suo personale confessore, Beppe questo lo sapeva bene.
“Ho preso a frequentare qualche centro sociale. Non sono più quelli di qualche anno fa: adesso ci trovi solo borghesi e qualche tossico.”
“Ti va di farti una birra? Pago io.”
Cesare non disse nulla. Eppure gli occhi, oltre che drogati di dolore, rilucevano d’una strana determinazione che mai prima d’allora Beppe gli aveva visto.
Posteggiò dopo dieci minuti in un angolo, in periferia: un pub mezzo fatiscente con una oscena insegna al neon biancheggiava nella notte. Entrarono nell’ambiente fumoso e Cesare prese a tossire: “Non è il meglio della città, però qui una birra posso permettermi di pagarmela senza prestiti e pietismo… Non sempre… Ma oggi…” Non aggiunse altro.
S’accomodarono su una panca di legno traballante e ordinarono.
Beppe non si scompose: attese che Cesare continuasse a raccontare.
Arrivate le birre, centellinati un paio di sorsi, il compagno riprese il racconto: “Non ci ho trovato nulla di interessante. Torino è una città morta: non offre niente ai giovani. Poi ho incontrato una tizia: non era una fata, a me comunque piaceva parecchio. Mi piaceva quel suo modo particolare di prendermi per i fondelli.” Parlava dando tutto per scontato come se Beppe potesse conoscere i particolari delle sue avventure dopo tanto tempo che non si erano frequentati.
Gli occhi febbricitanti, dopo qualche sorso di birra, gli si fecero più limpidi. “In fondo sono un tipo che sa accontentarsi. Ero proprio preso. Cominciai a frequentare l’Arcadia solo per incontrarla: è un circolo di fighetti, per incontrarla ci andavo lo stesso e non me ne fregava un cazzo se in tasca avevo quattro lire o niente. Mi piaceva proprio: con lei riuscivo a parlarci, non era uguale a tutte le altre. Insomma ero sicuro che questa volta sarei riuscito a trovarmi una compagna. Poi, d’un colpo, la situazione cambiò…” Rimase in silenzio alcuni istanti sorseggiando la birra: in un accesso di rabbia buttò il boccale vuoto per terra, facendolo andare in mille pezzi. Nessuno disse nulla. Troppo fumo, troppa confusione, perché un boccale rotto potesse suscitare l’attenzione di qualcuno: evidentemente era naturale che simili cose accadessero in quell’equivoco locale di ex-tossici, travestiti, puttane pentite e poeti criminali.
“E’ successo e basta.”, aggiunse alla fine. Saperne di più era impossibile: questa volta Cesare non aveva intenzione di confessare i particolari. “Tu che ne pensi?”
Beppe gli sorrise con tristezza poetica: “Con le donne non si sa mai come va a finire. Però con gli uomini, per le donne, non t’immaginare che sia diverso. Siamo tutti sulla stessa barchetta di carta in mezzo alla tempesta delle passioni. Tutti ci cerchiamo solo per allontanarci! Di più non saprei dire.”
“No, per le donne è diverso. Loro scelgono. Noi… Noi no”, sbuffò Cesare, nettandosi gli occhi gravidi di lagrime rattenute fra le cispe. “Sono certo che è così.”
Beppe lo fissò: era quasi sicuro che stesse mentendo.
Prima d’uscire, Cesare gli confessò d’aver litigato con Giovanni: non diede spiegazioni, ma il perché era chiaro ai due compagni. Cesare era stanco di confessare sé stesso agli altri in un infinito vortice d’amicizie… Era stanco, desiderava una pausa dalla vita, poi sarebbe tornato a essere vivo, quando lo avrebbe deciso lui.
Quando si trattò di pagare le consumazioni, Cesare pagò per entrambi: era un addio quel suo gesto, un addio alla sua vecchia vita.
Uscirono dal locale che erano le due passate: fuori faceva freddo e il fiato dei due disegnava nell’aria fumetti vergini che significavano più di mille parole, più di mille boccali spaccati contro la durezza d’un rozzo pavimento.
La nebbia era spessa: le ragazze della notte battevano, come sempre, incuranti del freddo. Cesare, assorto nella guida, non le degnò d’uno sguardo.
Lasciò l’amico e fuggì via incontro alla nebbia notturna.

* * *

Per la prima volta in vita sua sapeva d’avere una destinazione da raggiungere, anche se non sapeva quale fosse. Accelerò immaginando sé stesso, il suo doppio, il suo fratello gemello, la fantasia d’una felicità possibile quanto impossibile alla fine della strada. Sapeva solamente d’esser un uomo e questa verità per il momento gli doveva bastare.

Cesare Pavese

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Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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