Milady e il cieco

Milady e il cieco

Iannozzi Giuseppe

milady

Sono nato cieco. Ho visto più di quanto a un essere umano sia dato di vedere in tutto il corso della vita. No, non ne vado fiero: la mia conoscenza è fasulla, l’ho sempre saputo. Il mio ologramma, prigioniero d’un cieco vedente riflettente specchio, non smette di rimproverarmi giorno dopo giorno; mi seduce, stupra le mie ambizioni, si fa beffe di me. E’ impietoso. E io non posso fare a meno di odiarlo con tutto me stesso.

* * *

Il primo vagito ha segnato la morte di mia madre. Ho avuto occhi solo per il pianto, sin dalla nascita. Le promesse non sono state mantenute: l’Assistenza Sociale mi ha sempre disprezzato. Nessuno sa che farsene di un cieco, questa è la verità. La Chiesa mi ha confortato con il peso della Fede: gli Inseminatori di Anime hanno legato sulle mie spalle la Croce del Salvatore, mi hanno poi consigliato di viaggiare, di non fermarmi mai per nessun motivo. Ed io ho dato loro ascolto perché così era stato deciso. La Fede è diventata presto la mia vista, un ologramma innestato chirurgicamente nella mia anima: Lei, la Fede s’è sostituita alla mia Anima.

“Dio mio! Anima, Fede, Vista, una sola cosa artificiale dentro di me, una cosa che io chiamo Morte. Sono morto, ma ancora vivo. Perché?”

Dio, mio Dio! Ho visto il mondo così come nessun uomo l’ha mai visto: la Morte s’è sostituita al mio Io. E quando ho rinnegato la Fede, la mia Anima era oramai corrotta, per sempre costretta a vedere l’Odio e l’Amore nudi. Io conosco l’Amore, conosco l’Odio, e sono di carne, di ossa, di sangue. Entrambi hanno sembianze umane: cranio calvo, lineamenti effeminati, membra sottili, ma non hanno un sesso. Li vedo sempre nei miei sogni: copulano perché assolutamente incapaci di altre fantasie che non siano le solite, quelle di unirsi in maniera più che animale. Stomachevoli, tragicamente falsi.

* * *

L’altro giorno sono salito a bordo d’un mezzo pubblico: un vecchio piangeva, una donna rideva, una bambina chiedeva perché alla madre ma lei muta; poi nell’aria è volato un ceffone, quasi materno, quasi doloroso. Silenzio.
“Non si deve disperare. La vita va avanti!”
Il vecchio non degnò d’un’occhiata la donna che gli aveva parlato. Ostinato continuava a spargere lacrime senza neanche tentare di nettarle. Gli solcavano il volto rugoso, glielo scarificavano. Spettacolo indecente. Poi è sceso e la normalità ha ripreso il sopravvento. Io so dire che cosa è la normalità: indifferenza.
Sono sceso mezzo ubriaco: la mia Anima continuava a proiettarmi nella mente le immagini di quei due fottuti stronzi che scopavano in un’orgia di buio viscoso. Non so quante volte mi sono cacciato le dita dentro alle orbite vuote nel vano tentativo d’accecare la mia Anima, ma sempre ho incontrato il muro di carne del mio essere. Ho raschiato nel profondo delle orbite vuote fino a farle sanguinare, ma il cristiano destino non mi ha concesso il sollievo d’una mortale infezione. Le mie lacrime sono sempre state fiumi di sangue. Ho rinnegato la Fede, e non è servito a niente: non sono riuscito a sfuggire al mio Io tradotto in ologramma.

* * *

Ho amato con tutto me stesso, ho soltanto tentato l’impossibile. Ho sfidato la mia Anima per te, solo per te: non è servito a niente. E’ stato bello, per un attimo, credere che fosse possibile amare senza esser costretti ad amare sul serio… perché era l’Anima a volerlo. Ho amato invano.
Ricordo le tue carezze, la pietà, il gioco di crederci insieme. Le nostre menti erano fuse in un unico orgasmo; eppure, consumato quello che noi chiamavamo ingenuamente ‘amore’, il dubbio s’insinuava nel sangue, nelle nostre vene, e io prendevo a piangere per te, per me. Sempre io lasciavo che le mie vuote orbite stillassero sangue. L’Anima ha rovinato la nostra umanità. Eppure, col senno di poi, dubito che mai ci sia stata umanità in noi.
“Sembri stanco”, osservavi distrattamente mentre ti stiravi le membra nascoste dalle lenzuola. E io rimanevo muto. Non sapevo dire se fossi stanco sul serio. Dentro di me sentivo albergare un peso, ma il mio corpo non l’ho mai conosciuto veramente, non l’ho mai visto allo specchio nella sua semplice nudità. L’Anima è il mio corpo, un’Anima chirurgica, un prodotto della scienza; ma Lei era lì davanti a me e io non riuscivo a credere che quella cosa fosse il mio Io. Avevo paura del mio Io perché non era mio. Maledico gli Inseminatori di Anime che hanno manipolato la mia cecità per farmi dono della Fede, mille volte li maledico. Non gli darò la soddisfazione di riciclare quella cosa che loro chiamano Anima, Fede, Terzo Occhio. Non permetterò che un altro abbia a soffrire le mie stesse pene. No, Milady, compagna d’una notte a pagamento, un altro cieco non avrà questa Anima in prestito. La mia morte sarà un affare personale. Ho preso la mia decisione: il bioserramanico scorticherà via questa cosa trapiantata nel mio corpo. Poca importa se morirò, forse non morirò neanche. Lo ignoro. So solo che devo farlo.
Milady, quella notte ti ho raccontato di quel vecchio che piangeva. Tu mi ascoltasti con i soldi in mano, e non dicesti niente; però io sono convinto che tu hai provato qualcosa, anche se non so dire cosa di preciso. In fondo un uomo ha il diritto di morire o di credere di morire nel modo che più gli conviene: la legge mi perseguiterà per questo mio atto, non avrò sepoltura. Il mio corpo sarà bruciato nella Fossa Comune, sarà trasformato in farina umana, sarà poi dato via all’Assistenza Sociale che lo distribuirà agli indigenti affamati: io vivrò nei loro stomaci, morirò nelle loro feci, sarò concime per qualche orto. E’ un gioco sporco. Loro sapevano. Non posso fuggire. Ma sono deciso a farlo. Devo tentare… non vedere più questo mondo schifoso. Perdonami se puoi. Quando riceverai questa lettera, i miei pochi risparmi saranno completamente tuoi: questa è l’eredità che ti lascio. La password di accesso al mio conto corrente la troverai acclusa a questo mio ultimo messaggio. Amami ancora… per l’ultima volta. Ti prego, amami! Le mie vuote orbite non saranno per te più motivo di imbarazzo o ribrezzo, Milady.

* * *

“Eccolo qui!”
Il flic s’avvicinò al compagno. Disteso fra i cassonetti e l’immondizia giaceva un corpo nudo e vecchio.
“Era un cieco!”, osservò l’altro flic. “Un altro che non ha retto…”
“Diagnosi: s’è scorticato l’Anima che gl’era stata trapiantata.”
Alzando le spalle i due flic si scambiarono fugaci occhiate.
“Che fine ha fatto l’Anima?”
”L’ha distrutta. Lo fanno in pochi. Questo l’ha distrutta.”
Il flic raccolse da terra il bioserramanico e lo porse al compagno che lo esaminò con lo scanner in dotazione.
“Ha fatto un lavoro pulito: la lama non taglierebbe neanche il burro dopo il lavoretto che questo pazzo s’è fatto.”, osservò il flic riponendo lo scanner nella custodia appesa alla cintura d’ordinanza. “Deve aver sofferto come un cane, un lavoro così preciso significa morire lentamente fra indicibili orrori.”
”E tu che ne sai? Tu non hai Fede…”
“Io non ne so niente, ma gli Inseminatori di Anime dicono che fa molto male.”
L’altro non disse nulla: non gli serviva sapere se fosse vero o meno. Loro erano lì perché c’era stata una chiamata: eseguivano degli ordini. Una donna aveva chiamato un operatore della Centrale di Smaltimento: “C’è un Suicida. Dovete trovarlo prima che la materia biologica inizi il processo di necrosi. Io ho fatto il mio dovere di cittadina.” Non aveva lasciato le sue generalità, non era obbligatorio e alla Centrale di Smaltimento non si erano presi il disturbo di rintracciare l’origine della chiamata. I Suicidi erano casi all’ordine del giorno, una brutta seccatura, punto e basta.
“Alla Fossa Comune!”
“Alla Fossa Comune!”, ripeté l’altro continuando a osservare le orbite vuote del Suicida, orbite piene di sangue.
Sollevarono il corpo e subito lo lasciarono cadere pesantemente a terra.
“Che cazzo fai?”, berciò il flic dell’Amore.
“Mi è sembrato che si muovesse…”, rispose il flic dell’Odio. “Un’impressione. Nulla di più.”
Si accinsero a raccogliere nuovamente il cadavere.
“Sta sorridendo. Prima non sorrideva.”, notò il flic dell’Odio.
“E anche se fosse?” Il flic dell’Amore gettò un’occhiata di rimprovero al compagno; questi si ricompose subito e il suo volto tornò ad essere quello di sempre.
Il cadavere fu sbattuto nell’Inceneritore mobile.

Il sole s’era già coricato nella cecità del crepuscolo, alle spalle della linea dell’orizzonte: una nuvola di fumo si mischiò all’aria fredda della sera. Sentore di carne bruciata e schiamazzi ubriachi d’un’umanità invisibile annunciavano l’inizio di una nuova notte.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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4 risposte a Milady e il cieco

  1. Lady Nadia ha detto:

    O … quanto è triste!

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Triste? In parte lo è. Entrambi i protagonisti, ma anche i personaggi secondari, sono dei derelitti vittime di sé stessi, della loro ingenuità ingordigia abbrutimento.

    Grazie

    beppe

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