Francesco e Renato. Prima esperienza

Francesco e Renato. Prima esperienza

Iannozzi Giuseppe

David Herbert Lawrence - painting

Delle elementari non ricordava molto. A quattro anni, a casa dell’istitutore privato, la Famiglia riteneva opportuno che studiasse prima del dovuto. Si faceva ancora la pipì addosso, e l’istitutore chiamava la moglie per pulirlo, ma prima gli tirava giù i pantaloni e trascorreva così un minuto di nudità.
Venne iscritto all’esame, da privatista. Aveva nove anni, ancora pochi per rendersi conto che non aveva voglia di fare esami, che non aveva voglia di fare la prima comunione, cui sarebbe seguita anche la cresima. L’istitutore presenziò all’esame: stava lì, nessuno però sapeva cosa ci stesse a fare, incerto se rattristarsi per la mancanza del pisello di Francesco cacciato nella sua bocca o dell’assegno della Famiglia fra le mani. Il fatto è che gli mancavano entrambi, uccello e assegno.
La varicella e Renato arrivarono tra l’esame da privatista e gli anni alla scuola di Sannazaro. Si grattava da giorni: sanguinava via una roba gialla. Il dottore spiegò che si trattava d’una malattia infettiva, usando le parole con maturata gravità, lasciando cadere la drammaticità del tono di voce tutta su infettiva. Sentendo il medico, la gravità,  pensò che dovesse morire di quella roba gialla che gli faceva un male cane. Durante la varicella Francesco perse molti chili, e il dottore, con la stessa aria greve, espresse l’opinione che al bambino avrebbe fatto bene l’aria di mare.
La Famiglia, che se ne stava all’estero per evitare occhi indiscreti, incaricò gli zii di portarlo a Sorrento. In garage gli fecero trovare la bicicletta, troppo alta per lui che cresceva basso. Mai usata. Regalo inutile come tutti i regali che la Famiglia e i pochi amici gli avevano fatto fino ad allora. Recuperò presto i chili persi: quegli zii furono buoni a riempirgli la pancia. Solo quella.

Gli fu annunciato l’arrivo del figlio del fratello di suo padre.
Renato era la copia di Francesco, sembravano gemelli: nati a sessanta giorni di distanza, fino a quell’estate non avevamo condiviso niente.
Renato era indietro con gli studi; in città abitavano a distanze che allora a Francesco sembravano guadi, Renato in Via Petrarca, Francesco al Vomero, seguito a vista da qualcuno della Famiglia.
Ben presto Renato e Francesco furono costretti a obbedire agli ordini della Famiglia: dovevano essere compagni. Francesco obbedì con rigore, quello usuale: quand’era bambino, quasi adolescente, pensava, perché gli era stato insegnato così. Solo più tardi, nell’età della maturità, avrebbe smesso il vizio di pensare.
Lo stabilimento Leonelli era al porto di Sorrento, pochi minuti con l’aliscafo, poi le cabine gialle e amaranto, immutabili in ogni stagione.
Per la stagione estiva avevano la cabina numero ventidue. La Famiglia non venne mai. Per Francesco era normale che fosse distante, lontana eppure sempre ombra vigile.
Francesco e Renato sapevano nuotare e andare sott’acqua respirando con il naso: le capriole all’indietro conquistavano sempre le bambine, ma a Francesco fregava niente delle bambine.
Gli zii li facevano pranzare in cabina. Apparecchiavano una vecchia tovaglia di cotone sul tavolo di legno blu. I due quasi adolescenti tenevano la maglietta asciutta sui costumi umidi. Le sedie di legno, blu come il tavolo, pungevano la carne delle gambe: con i piedi non toccavano neanche il pavimento sabbioso.
Dopo pranzo era abitudine che riposassero sotto l’ombrellone. Gli zii stavano sempre con loro, e solo una volta andarono al bar dello stabilimento lasciandoli da soli.
Francesco, dispettoso, svegliò Renato che se la dormiva, giocando a fargli male con piccoli sassetti.
“Andiamo al porto a vedere le navi!”
Renato acconsentì mentre si nettava gli occhi cisposi di sonno con le mani sporche di terra. Gli occhi gli bruciavano, colpa della sabbia e del sonno. Ma andò.
Al porto erano andati spesso: accompagnavamo gli zii a comprare le N80 e Grazia.
Da Leonelli al porto c’era una strada interna che a Francesco sembrava tutta una promessa, una possibile avventura. Dopo le scale dello stabilimento, tra il mare della spiaggia libera a sinistra e la roccia della montagna a destra, ombreggiava. Si fermarono una volta arrivati alla spiaggia libera. E si buttarono sulla sabbia, bagnati. Prima di addormentarsi, Francesco toccò Renato con il tocco lieve che gli aveva insegnato l’istitutore: il pisello si mosse, sentì lo stesso bruciore, quello della varicella. Renato lo lasciò fare e lo toccò dabbasso con piacere inesperto. Poi, Francesco si addormentò subissato da quel bruciore lascivo.
Gli zii li scoprirono distanti e distesi. Erano furiosi ma la Famiglia ordinò agli zii – che forse non erano neanche quelli veri – di essere comprensivi. Renato riprese a fare capriole per le bambine,  Francesco invece pensava ancora a quel bruciore, lascivo. Che non passava.
Si rividero a Natale: la Famiglia non era con loro e gli zii erano stati sostituiti da altri zii.
E anche Francesco era cambiato. Era più alto, disinteressato agli affari della vita, stanco di pensare con la testa altrui ma anche con la sua. Aveva cominciato ad essere un ribelle senza pensieri inutili in testa.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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