Il “quinto senso e mezzo”: sensibilità e creatività

Il “quinto senso e mezzo”: sensibilità e creatività

Iannozzi Giuseppe

Beethoven

Chi scrive, lo scrittore, è una persona sensibile, vale a dire che esso sente più di altri i cambiamenti e gli accadimenti. Si potrebbe dire che è naturalmente dotato di un “quinto senso e mezzo”. Nel bene e nel male lo scrittore sa meglio e prima di altri cose della vita che potrebbero accadere o che accadranno. È questo a fare dello scrittore “lo scrittore”. È esso forte in virtù della sua sensibilità, sensibilità che gli permette di comprendere l’intimo dell’uomo e il suo intorno. Se gli raccontate una mezza verità, lo scrittore se ne accorge nonostante metta su un’aria svagata che potrebbe (forse) far pensare che abbia esso la testa persa fra le nuvole. No, lo scrittore in realtà medita, assorbe la mezza verità e subito la bolla per quel che in realtà è, una bugia. Uno scrittore comprende le mezze verità, quelle dette e taciute: è esso un investigatore dell’animo umano nonché dell’ambiente. Questo è uno scrittore. Se è esso “tanto” o “poco” lo diranno i posteri e non quelli che solo vivono nell’oggi.

Nessuno pensa che vendibilità significhi mancanza di qualità. Diverso è se uno si svende, se scrive sotto dettatura, se scrive soltanto perché gli danno un pacco di soldi. Lo scrittore vero scrive quello che sente, senza impedimenti. Se poi ha un successo di vendite oltre al favore della critica, ben venga, ci mancherebbe altro. Anzi è più che mai auspicabile che lo scrittore possa vivere con il sudore della sua fronte, perché il pubblico acquista le sue opere ritenendole utili alla crescita sua e dell’umanità.

Penso che ogni artista, indipendentemente dall’arte che fa, abbia affinato quello che ho qui io definito “quinto senso e mezzo”. Non penso in alcun modo che sia l’artista un dio. Se un Dio vero c’è, nessun laico, men che meno io, può dirlo. La Fede o c’è o non c’è.

Tornando sui binari, ognuno di noi può sviluppare la propria sensibilità, ma penso, forse sbagliando, che alcuni individui siano portati più verso determinate forme d’arte. C’è chi ha orecchio musicale, chi ha una maggiore attitudine per le arti visive, chi invece è maggiormente versato nelle materie tecniche e scientifiche. In ciò non c’è nulla di male, tutt’altro: è bello, molto bello che ognuno di noi abbia il suo proprio campo dove meglio eccelle. Va da sé che senza una adeguata istruzione e senza un po’ di tanto sano esercizio, nessuno ma proprio nessuno, seppur dotato di creatività, può mettersi sul serio alla prova in un qualsivoglia campo artistico. Ludwig van Beethoven, ad esempio, diventò presto sordo. Non aveva però bisogno di sentirla con l’organo dell’orecchio la musica, perché ce l’aveva dentro, nella testa, o nell’anima. Rimane a tutt’oggi, almeno per il sottoscritto, il più grande e nobile compositore: quando ascolto le sue note è sempre un brivido. Beethoven aveva un dono, che ha affinato con lo studio e l’esercizio. Il dono musicale, di sicuro, ce l’aveva; e se poi non sapeva far di calcolo, e chi se ne frega. Era un genio della musica. Così è per il poeta, per lo scrittore, etc. etc. Il dono, o “quinto senso e mezzo”, senza esercizio e istruzione serve a ben poco: anche l’autodidatta studia, studia da solo, si forma da sé, senza maestri o precettori. Fatto sta che studia e si esercita.

Quello che voglio qui dire è una cosa semplice, molto semplice: un dato talento è dentro di noi, nel corso degli anni dobbiamo però affinarlo attraverso l’esercizio e l’istruzione. Il talento unitamente all’esercizio e all’istruzione portano poi ad essere degli artisti sensibili, capaci di creare qualcosa che emoziona. E non si finisce mai di imparare, di affinare la sensibilità: ogni giorno è per l’artista un camminare incontro a una maggiore perfezione.

Nella creatività entra in gioco l’intuizione: sembra facile e non lo è affatto. Credo che chiunque abbia provato a fare dell’arte in maniera seria si sia reso conto da sé che senza quella intuizione che conferisce originalità alla sua opera, l’opera vale quel che vale. L’intuizione porta dunque a fare (a creare) qualcosa di originale, di emozionante.

Molto semplicemente penso che certe persone sviluppano, in maniera naturale, una maggiore sensibilità. Nulla di più, nulla di meno. Non parlo di super-scrittori come dei supereroi da fumetto. No, niente affatto. Tuttavia alcune persone, vuoi per l’ambiente in cui hanno vissuto, vuoi per l’istruzione ricevuta, diventano più brave rispetto ad altre. E però non nego che così come, sui banchi di scuola, c’è l’allievo maggiormente dotato nel risolvere problemi matematici, c’è chi più bravo nel disegno e chi più bravo nella scrittura. L’orecchio musicale o ce l’hai o non ce l’hai. Se non ce l’hai, inutile tentare di scrivere musica e di cantare.

Niente di più lontano dall’idealismo e dal romanticismo in questi miei pensieri qui raccolti alla meno peggio. Credo invece in una letteratura e in un pensiero logico, razionale, esistenziale.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, Iannozzi Giuseppe, opinionismo, riflessioni e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Il “quinto senso e mezzo”: sensibilità e creatività

  1. furbylla ha detto:

    concordo su tutto tranne sulla prima..
    Ciao Beppe
    Cinzia

    Mi piace

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Perché? Il primo punto, che poi ha dato corso a tutto il resto, è la testa del discorso.

    Ciao

    Beppe

    Mi piace

I commenti sono chiusi.