Venti di guerra

Venti di guerra

Iannozzi Giuseppe

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La gamba gli era stata amputata, ma lui ancora non lo sapeva. Sentiva ancora dolore al piede. Costretto a stare in un letto d’ospedale, il dolore era l’unica realtà che riconosceva. I compagni non avevano avuto cuore di dirgli che una parte di sé era morta, ma Charlie sapeva benissimo che sul campo di battaglia aveva perso un pezzo di sé, anche se non sapeva dire se fosse l’intelligenza o il coraggio o, forse, l’umanità. Aveva ucciso perché così gli era stato comandato. ‘Perché sentiva che era suo preciso dovere’. Si era limitato a eseguire gli ordini ricevuti. Perché così gli era stato insegnato. ‘Perché, in fondo, l’insegnamento ricevuto era dentro di sé prima che glielo gridassero nel cervello.’
Sotto il sudario che avvolgeva la gamba, che più non era se non una proiezione della mente, Charlie sentiva che il dolore persisteva diventando di minuto in minuto più acuto. Il cerusico, un ometto pelato che parlava con voce stridula quasi fosse tisico, l’aveva visitato proprio quel mattino, scostando le tendine della finestra, e l’aveva rassicurato che presto avrebbe lasciato l’ospedale con le sue gambe.
“Lei è un giovane fortunato. Congedo illimitato, riformato in pratica, mentre fuori tuona la guerra”, così gli aveva detto. “A volte penso che voi giovani siate più furbi di noialtri che ci ammazziamo da mane a sera per ripulire il mondo dai dittatori. Voi, con una scusa da poco, vi guadagnate la libertà.” Charlie non aveva replicato sentendo che la febbre montava il suo corpo stracco e lo legava in una stretta mortale. Si limitò a sorridere forzatamente fissando la gamba nascosta sotto l’archetto di ferro accuratamente ricoperto da un sudario bianco.
“Non si preoccupi per la sua gamba. Quella è il meno!”, aveva aggiunto il dottore prima di squagliarsi dalla camera.
Il sole filtrava attraverso la finestra, ma la guerra tuonava e ogni colpo ovattato era terribile eco nelle viscere del cervello..
Entrò l’infermiera. Non disse nulla: si limitò a fargli la solita iniezione, che il giovane uomo sospettava essere morfina.

Non l’avrebbe mai creduto possibile, dopo un mese era davvero in piedi e camminava e stava tornando a casa. Sua madre avrebbe pianto, ma un abbraccio non gli sarebbe stato negato. Poi sarebbe stato il sollievo di sapere che era un eroe e che era vivo, e che il frutto del suo grembo non era diventato concime per la terra impastata di sangue.
Luke, Joseph, Tonio l’avevano salutato con le lacrime agli occhi, un sentimentalismo poco virile per dei pezzi di marcantonio come loro, e, alla fine, anche Charlie aveva lasciato che una lacrima scivolasse lungo le fredde gote per perdersi sulla punta del mento glabro. “Hai la faccia un po’ smunta, ma ti sei ripreso proprio bene”, si rallegrò Tonio. “Proprio bene. Marinella sarà felice di riaverti accanto. Goditela anche per noi”. E tutti e quattro i compagni avevano preso a ridere complici: la virilità in fiore di Charlie era evidente a tutt’e tre, e ne erano segretamente invidiosi. Si strinsero la mano e così si lasciarono, non prima che Joseph potesse regalargli l’ultima sigaretta. “Te la fumerai quando sarai a casa, alla faccia nostra”. Charlie aveva sfilato la preziosa sigaretta dalle dita del compagno e mai come in quel momento si sentì tanto consapevole, perché la guerra è affare sporco che costringe gli uomini a uccidersi e a fumare le poche sigarette razionate aspettando in trincea la grande falciatrice. Ciononostante lui, lui segretamente aveva sempre sperato di uccidere per una qualsiasi causa o guerra, non lo poteva negare a sé stesso, anche se per convenienza, coi compagni, si diceva costretto a farlo a causa del tempo storico che si stava vivendo.

Camminava con passo spedito, anche se il piede ogni tanto gli doleva; tuttavia l’aria fresca dei monti era un toccasana per i polmoni, che per troppo tempo avevano respirato la puzza dell’umano sudore, della creolina, del pus dell’ospedale. Non si sentiva affatto stanco, solo un po’ depresso. Ancora navigava nella coscienza, o forse nel ricordo, che in battaglia aveva perso un pezzo di sé. E non sapeva dire assolutamente di cosa si trattasse. Una notte aveva sognato il volto di un bambino vestito della sua nuda innocenza: aveva afferrato, senza fiatare, la borraccia dell’acqua con le pargolette mani, e poi, improvvisamente, ne aveva rovesciato il contenuto lasciando che fosse la terra a goderne. Era una ossessione che nel suo cervello vagava. C’era poi il deserto e il fumo e le grida di donne bambini vecchi, e ogni notte il tormento gli si presentava uguale. Per tutto il tempo che era stato all’ospedale, aveva fatto di simili sogni. Non era mai riuscito ad abituarsi e ormai era sicuro che la guerra, con la sua necessaria crudeltà, l’avrebbe tenuto ostaggio per il resto dei suoi giorni.
Anche la prima sera a dormire sotto una coperta di cielo stellato in mezzo ai monti vicini al suo paese, Charlie aveva sognato e si era svegliato madido di freddo sudore con il cuore in panico a battergli nel petto come una granata a cui sia stata strappata la sicura. ‘Poco mancò che gli esplodesse in petto’. Sveglio, davanti agli occhi stava ancora l’onirico fantasma di una ragazza dai lunghi capelli corvini, il sorriso avorio, ma non era normale perché negli occhi c’era disegnato il terrore e questo accusava lui, Charlie, di averlo prodotto nell’anima di lei. ‘E Charlie provava terrore del terrore dei fantasmi’.
Al mattino si sentiva stordito: non aveva riposato bene. Fu tentato di fumare la sigaretta, poi desistette perché voleva che fosse il fuoco del camino di casa ad accenderla.
In un cielo terso volava una bianca colomba a dispetto dell’eco di morte, che mai si attenuava neanche lì, tra i monti. Un pastore l’avvicinò timoroso gettandogli sguardo di rimprovero, ma dalla bocca sdentata aperta in un urlo muto non uscì alcuna bestemmia. Charlie avrebbe voluto interrogarlo, però quello era subito scomparso. Una visione. Un brivido gli corse lungo la schiena. Un refolo gelido gli penetrò nelle ossa, mentre posava lo sguardo su una stella alpina cresciuta nei pressi di un tumulo: probabilmente lì era stato sepolto un sobillatore socialista o un nemico o un civile, questo Charlie non avrebbe saputo dirlo. Tuttavia era chiaro che, sotto la fredda terra, disteso, giaceva la morte che un tempo era uomo.
Si spinse oltre i monti, camminò sino a quando le forze glielo permisero. Il giorno sembrava non volesse finire mai. Raggiunse una vecchia chiesa cristiana: la croce del Salvatore proiettava un’ombra sul pavé del cortile. Non ce la faceva davvero più a camminare; quando il prevosto gli venne incontro, con un sorriso quasi maligno per invitarlo a riposarsi, non ebbe cuore di rifiutare l’invito. Entrò in chiesa nonostante credesse poco o nulla nel Salvatore, anche se aveva ricevuto una educazione cristiana che mai aveva abiurato per mancanza di coraggio. Per convenienza, questo lo sapeva e non poteva negarlo in fondo al cuore. La mancanza di coraggio era forse stato il motivo che l’aveva spinto a dichiararsi interventista, a partecipare alla guerra dichiarando (a sé stesso) che quello era il destino che da una vita attendeva. ‘Ma era vero anche il contrario: un coraggio dissennato l’aveva spinto a farsi assassino’. Da quando era stato ferito, passata la convalescenza, la guerra se non gli faceva orrore comunque lo disturbava; in cuor suo però sapeva che se gli fosse stato chiesto di tornare a uccidere, non avrebbe esitato a rispondere con un secco “sì”.
“Selvaggio è il vento. Cenere alla cenere”, biascicò il prete. Sempre il sorriso gli rimaneva stampato  in volto, un marchio di fede o di sfida, Charlie non riusciva a interpretarlo. Era un uomo come tanti altri. Era strano, come la guerra e i motivi che spingono l’uomo a uccidere.
“Figliolo, ti vedo che ti stai domandando tante cose.”
Il giovane soldato fissò l’uomo nero vestito. Aveva parlato, ma la sua bocca non si era aperta: questa l’impressione che registrò il suo cervello. Capelli quasi argentati e radi sul cranio affilato, e due occhietti maligni uguali a quelli di un jinn lo fissavano con morbosa ostinazione, e la bocca continuava a parlargli contro pur non aprendosi: la mascella continuava a restare salda alla mandibola. Forse era solo un’impressione, un effetto dovuto alla luce negra simile a denso fumo che nella chiesa penetrava; in ogni caso Charlie non poteva far a meno di constatare che non era per niente normale.
“Il vento è selvaggio e le ceneri le porta seco il vento. Di questi tempi non si balla più nelle strade e l’umanità è invasore alieno in una terra che non è più”. Fu l’ultima cosa che comprese prima di sprofondare in un sonno tormentato da un’orgia di incubi, i soliti che mai l’avevano abbandonato da quando era stato ferito.
Svegliatosi cercò inutilmente il prete.
Si era volatilizzato.
Uscì all’aria fresca per sgranchirsi le gambe: si guardò intorno, e non una paglia si muoveva, anche se il vento si ostinava a spirare. Ebbe la tentazione d’accendere la sigaretta che Joseph gli aveva regalato, ma anche questa volta resistette. Lasciò vagare lo sguardo nell’intorno e suo malgrado notò che ogni dove pareva invaso da quiete indefinite sonnolenze. Decise che non era il caso di trattenersi oltre, e riprese il viaggio verso casa.
Incrociò una coppia di conigli mentre i piedi pestavano prati in fiore congelati in una fotografia, in una quieta sonnolenza. Una gioia incontenibile corse al cuore, che però presto se ne fuggì. I conigli se li era solo immaginati, non sapeva altrimenti spiegarsi la loro improvvisa scomparsa nel nulla.
Lungo la strada per casa, di queste apparizioni ne ebbe molte. Troppe perché la mente non cominciasse ad esser ghermita da una febbre smaniosa, forse primo sintomo di una incipiente pazzia. ‘Lo stesso coraggio dissennato che l’aveva spinto a farsi assassino’.
Man mano che avanzava, un istinto omicida incontenibile si era promosso a sola ragione di vita nell’anima di Charlie, il soldato che tornava ad abbracciare la madre e la morosa.

Troppe erano le apparizioni perché Charlie potesse continuare a sopportarne il peso senza tentare di difendersi. Purtroppo solo gli era concesso di farsi prigioniero dei ricordi. E così la mente tornò a quando non era soldato e la vita rideva con lui in osteria insieme agli amici, alle donne, al vino e al fumo delle sigarette.
Le risate saturavano l’aria fumosa della taverna A pittima. Gastone, Enrico, Dario, Fabrizio erano ubriachi e la soda allegria quasi la si poteva palpare, quasi al pari del fondoschiena d’una bella donna. E le donne errano estatiche, dionisiache, fate dolci e maliziose, che incantavano gli uomini con le loro risate cristalline la cui freschezza era simile a quella dei torrenti di montagna. Si stava proprio bene. Il vino scorreva a fiumi: versato nel bicchiere, subito non c’era più.
Charlie teneva in braccio la Marinella e non riusciva a sciogliere l’incanto che la ragazza suscitava in ogni suo muscolo: l’incarnato roseo della salute e la bocca rossa di fragola matura erano invito al peccato, all’amore. Ma a stregarlo era la delicatezza dell’attaccatura dei capelli, le tempie calde che mai si stancava di baciare ripetutamente. Più le sue labbra sfioravano la fronte di lei, più il cuore ebbro voleva ubriacarsi di felicità, perché così è la vita: quando la si ha se ne vuole sempre un pizzico in più rispetto al necessario. E’ questa la felicità di esistere in due, insieme.
Gastone, detto Baffo Rosso per via dei mustacchi rossi quasi innaturali, era ubriaco fatto: capiva solo che la vita poteva essere naturale oppio per prostituirsi a LEI senza rimanerne scottato. Se fosse stato un po’ meno brillo, avrebbe detto il contrario. Ma era cotto, e insieme agli amici non era disposto a sprofondare nelle insidiose trame filosofiche del quid della vita.
“Allora quand’è che te la sposi ‘sta bimba?”, ruggì allegro.
“E’ giovane. Lascia che prima si diverti!”, gli rispose Enrico sputando una nuvola di denso fumo. “Lascia che faccia le sue scelte con calma.”
Enrico era così, sempre, per lui la vita doveva essere divertente e basta, in ogni circostanza. Per questa sua bonarietà quasi fanciullesca alle riunioni sindacali era un po’ inviso, soprattutto quando Fabrizio parlava agli operai perché facessero valere i loro diritti anche con la forza in caso di necessità. Fabrizio era il politico della compagnia: la sua vita era stata dedicata alla lotta proletaria e non la smetteva mai di ripetere motti leninisti anche quando non era il caso. Era pure un poeta, una sorta di Byron; non escludeva che i diritti potessero essere conquistati non solo con l’azione ma anche per mezzo delle parole, e queste, all’occasione, diventare pietre contro i manganelli dei picchiatori fascisti. Charlie, pur conoscendo le idee di Fabrizio, taceva. Non c’era motivo perché se lo facesse nemico. Comunque non così presto. Pensava: ‘Se il tempo me lo domanderà, allora combatteremo da uomini, l’uno contro l’altro’.
“Divertirsi? Prima uno se la deve guadagnare la vita”, disse quasi sottovoce Fabrizio. Nessuno fece caso alla sua osservazione.
Dario fece di nuovo il giro dei bicchieri e invitò tutti a un brindisi.
La serata era volata via. Charlie abbracciato a Marinella la stava accompagnando sotto il portone di casa sua, dove lui l’avrebbe baciata per poi sollevarle le gonne.
“Perché un americano è venuto in Italia?”, continuava a domandargli Marinella. Mai aveva ottenuto risposta. Charlie subito soffocava la sua curiosità con un bacio. E anche questa volta andò così. Ormai sotto il portone di casa, né Charlie né Marinella avevano più voglia di interrogarsi. Su niente.

Abraham, il padre di Charlie, era venuto in Italia perché in America gli anarchici come lui erano rari e bastonati, e lui, Abraham, ormai non poteva più restare o ci avrebbe lasciato la pelle in quel paese del cazzo. Aveva preso con sé il piccolo Charlie e la moglie, le poche cose che erano sue, e sputando catarro sull’imbarcadero si era lasciato i natali alle spalle senza troppi rimpianti. Stabilitosi dalle parti di Genova, aveva provato a fare il pescatore, ma non era buono. Si era dunque spinto più in su e si era accasato in una zona, che era stato teatro di efferate crudeltà contro i Valdesi, così gli aveva raccontato una vecchia lamia che doveva avere almeno cento e passa anni. Si era fatto pecoraro, aveva continuato ad essere un anarchico, ma in mezzo ai monti c’era ben poco da contestare, e alla fine il suo spirito morì e se ne andò in una giornata di sole, completamente brillo, precipitando in un burrone.
Charlie era cresciuto pressato dalle amorevoli cure della madre, una donna che non aveva alcuna pretesa intellettuale, soltanto un butirroso cuore. Dopo la morte del marito, aveva pianto a lungo, poi l’istinto materno l’aveva temprata e nel giro di qualche anno sostituì il mancato consorte in ogni faccenda. Il bambino crebbe in salute, imparò a leggere, a scrivere, si sbucciò le ginocchia, fece a pugni con gli amici, si innamorò di una ragazza e poi di un’altra ancora, prese a scendere sempre più spesso giù in paese, una struttura urbana che contava poche anime e dove tutti sapevano tutto di tutti. Divenne uomo. Quando Charlie non era in casa, lei sbrigava le faccende domestiche, contrattava con i contadini, e a fine giornata, stanca, davanti al fuoco lasciava che una lacrima le inondasse il viso al pensiero d’esser ormai sola e vecchia.
Fu per lei un colpo tremendo quando il figlio partì per la guerra. Fosse stato per lei, mai avrebbe permesso che il suo amore si allontanasse dalla sicurezza di quei monti; tuttavia Charlie era testardo, e quando in paese sentì dire che c’era una guerra da combattere, si consegnò di sua spontanea volontà allo Stato per arruolarsi e combattere.
E gli amici gli avevano voltato le spalle dicendolo ‘sporco traditore’.
“Ti insegneranno a uccidere.”
“Prima o poi accadrà comunque. E poi io voglio imparare. Io sono un Interventista. Ma tu, mamma, che ne capisci di politica?”
La donna non replicò, perché non aveva argomenti: la politica le era sempre stata estranea e l’aveva guardata con un certo sospetto, per questo aveva sposato Abraham Glass, un anarchico, uno spirito libero che non aveva una tessera di partito. Troppo tardi si era resa però conto che non appartenere a nessuno equivaleva ad avere una tessera di partito con il proprio spirito. Abraham ne aveva combinate di cotte e di crude, e solo in Italia, in mezzo ai monti, il suo spirito era riuscito a morire. Quando ascoltava il figlio fare politica, si spaventava: era diverso dal padre, troppo, era il suo contrario e ciò la spaventava. Avrebbe preferito che fosse un anarchico, come il padre, e che andasse a spaccare la faccia ai fascisti; invece Charlie era uno di loro anche se non glielo aveva mai detto apertamente. Nutriva una gran pena per lui, perché ‘pietà l’è morta’, questo sentiva in fondo al cuore. Mai però avrebbe avuto coraggio di cacciare il figlio anche se era quello che era, un assassino, o per meglio dire uno che lo sarebbe diventato sicuramente in guerra.
Quand’era ancora in America e la giovinezza era dalla sua parte, la gente l’apostrofava con un nomignolo che mai aveva compreso sino in fondo, Letterina Scarlatta.  Poi, un giorno, il suo Abraham le aveva spiegato e lei non ne era rimasta affatto turbata: che la chiamassero pure Letterina Scarlatta, a lei non poteva dispiacere. Anzi, ne era orgogliosa. Ed era superbamente bella. Lei, Letterina Scarlatta ancora nello spirito, se in fondo al cuore non poteva accettare che il figlio era un fascista bell’e fatto, ancor più in fondo, oltre i precordi, l’aveva già perdonato. ‘In silenzio, l’aveva già perdonato in nome di tutte le vittime che sarebbero cadute per sua mano. In silenzio. E nel silenzio l’avrebbe riaccolto.’
Aspettava che tornasse, perché lui sarebbe tornato: ne era assurdamente convinta. La crudeltà della guerra non avrebbe ucciso il frutto del suo grembo. Una madre, certe cose le sente.

Le lenzuola profumavano dell’odore del sudore amoroso insieme consumato; Marinella riposava con una mano nascosta sotto il cuscino, lasciando scoperta la schiena fino alle reni. Charlie fissava la schiena perfetta della ragazza e non poteva non provare un senso di commozione per la fragile bellezza di quella creatura con cui aveva giaciuto. L’amava, eppure non sapeva dire quanto. Forse più della sua stessa vita. L’amava e solo questo contava.
Lei si svegliò. Una domanda stava per nascerle sulle labbra, ma Charlie la soffocò con un fresco bacio prima che lei potesse parlare. Poi, prima di scomparire dal letto di lei, le disse: “Tornerò. Aspettami perché io ritornerò”. Marinella tirò un sospiro di sollievo: il suo uomo era sicuro, una sicurezza animale c’era nei suoi occhi e lei non aveva motivo di dubitare della sua sincerità. Gli credeva.

E quando i ricordi furono esauriti, Charlie si trovò davanti all’uscio di casa. Non c’era fumo, il camino doveva essere spento.
Un colpo perse il cuore nel petto ansioso del giovane tornato dalla guerra.
Che fosse accaduto qualcosa?
No, non poteva essere.
Aprì la porta con violenza, quasi la scardinò tanta era la preoccupazione.
E lei era lì, curva sopra i tizzoni ardenti ad alimentare il fuoco.
“Sono tornato!”, annunciò con voce blesa dall’emozione. La donna si voltò che era già tutta una maschera di pianto: l’abbracciò e non disse nulla. Nulla, proprio nulla.
In silenzio, apparecchiò il desco e osservò il figlio mangiare.
Charlie non aveva parole. Non capiva. Percepiva soltanto che qualcosa era cambiato.
Fabrizio era con loro, non ci aveva fatto caso, ma stava bevendo il vino rosso di casa sua.
E finito che ebbe di bere, si rivolse a Charlie con un sorriso. “Ne è passato del tempo. Molte cose sono cambiate. Anche tu. Adesso cammini con una sola gamba.”
Charlie rispose al sorriso dell’uomo con un uguale sorriso. Poi disse con naturalezza: “Già. Sono gli inconvenienti della guerra. Ma ora racconta tu di voi!”
Fabrizio non si scompose. “Che vuoi che ti dica? Qui è sempre uguale, ma non è mai uguale!”
“E tu, mamma, tu non dici niente?”
Silenzio. Continuava a restare prigioniera del silenzio.
Rispose Fabrizio: “Non puoi pretendere che ti risponda. Cenere alla cenere, il vento è selvaggio. Non puoi pretendere.”
“Capisco”, si limitò a rispondere Charlie, anche se non capiva perché la madre se ne stesse muta a fissarlo, felice e muta.
”E Dario? Enrico? Gastone?”
“Muti anche loro.”
Charlie sospirò. “Capisco!”, si limitò a dire. Seguì una lunga pausa di teso silenzio. “Le cose sono cambiate davvero molto”, aggiunse. Fabrizio non aggiunse altro.
‘In fondo sono un traditore’, così pensò.
Rimasero ancora in silenzio consumando il resto del pranzo, bevendo come ai vecchi tempi, quando la guerra era solo una remota ipotesi, quando ancora non si sapeva che Charlie era nato per essere un fascista a tutto tondo.
Charlie si alzò per primo e prese a camminare con la sua gamba come se ne avesse due: si fece dappresso ai tizzoni fumanti, ormai quasi di sola cenere, e cercò altra legna da ardere, ma era finita: là dove doveva esserci una catasta di buon legno secco c’era solo una sconfinata pozzanghera di impenetrabile buio.
Era proprio giunto il momento di fumare la sigaretta che Joseph gli aveva regalato prima del commiato definitivo, perché entrambi sapevano che mai più le loro strade si sarebbero incrociate. La tirò fuori dal taschino della camicia nera che ancora indossava e l’accese nelle ceneri che ormai andavano spegnendosi. Respirò una boccata, due e tre.
Fabrizio e la madre tacevano, si limitavano a osservarlo mentre fumava e traeva il suo piacere.
“Allora, nessuno mi vuole spiegare?”, sbottò rabbioso e allo stesso tempo timido.
Fabrizio si alzò lasciandosi alle spalle il desco, gli si avvicinò e lo baciò su una guancia, un bacio tanto simile al sapore dei baci della sua Marinella. Fabrizio profumava del sudore della sua donna. Ora capiva. O credeva di capire.
Il silenzio non era dovuto al fatto che lui, Charlie, un traditore!
Gli si scagliò contro buttandolo a terra. Una volta stesi sul freddo pavimento, si accorse che sotto di sé c’era Marinella. Un panico sordo si impossessò di Charlie. Che diavolo stava accadendo? Possibile che la guerra gli avesse svalvolato il cervello fino al punto da non fargli riconoscere la sola persona che forse aveva amato più di sé stesso?
La sigaretta continuava a bruciare, scagliata a terra lentamente si consumava, e la luce diventava negra e se ne moriva in una tenebra aliena. Presto fu tutto nero: restavano le figure della madre e di Marinella; Charlie le fissava avvolte dalla profondità delle tenebre.
“Una sola parola…”, pregò. “Una sola. Fatemi capire.”
Silenzio.
“Non chiedo poi troppo. Sono stato in guerra. Ho visto la morte. Ho perso una gamba. E sono tornato perché l’avevo promesso. Così mi accogliete! Vi sembra giusto? E’ troppo da sopportare anche per un fascista.”
Ormai non c’era più traccia alcuna di virilità, di odio o di amore nella sua voce. Solo la paura dominava il suo cuore.
Marinella l’abbracciò, teneramente, con trasporto materno, poi lo baciò soffocando la sua paura. E quando le loro labbra si separarono, con naturalezza disse al suo uomo tornato dalla guerra: “Morti tutti.”
E il volto di Marinella non era più quello della donna amata, bensì quello della madre, o forse era quello di entrambe.
Si fece buio.
Charlie era da solo, solo, lui e l’oscurità e la cicca fumante della sigaretta che bruciava ormai le ultime note.
‘Morti. Morti. Morti. Morti.’, ripeté dentro di sé, all’infinito.
Intorno a lui solo le tenebre eterne vivevano. E dove poteva mai andare l’unico sopravvissuto di un mondo che più non esisteva? E il colpevole era lui, lui soltanto, un soldato con una sola gamba costretto a vagare nelle tenebre per il resto dei suoi giorni insieme alla paura dell’eterna solitudine.
Ora sapeva che la parte migliore di sé era morta in quel letto di ospedale, e questa era il mondo che non avrebbe più accolto uomini in carne e ossa ma solo spettri partoriti dalla sua mente. E il dolore per la gamba amputata, questo arto artificiale l’avrebbe costretto a muoversi ancora verso un’altra guerra che non sapeva ancora dire perché si sarebbe fatta: forse per tentare di scacciare gli spettri, forse per portarli di nuovo in vita.
Avrebbe voluto far saltare le cervella a qualcuno, con un colpo alla tempia, giusto per scaricare la tensione, la paura, il terrore della solitudine, ma Tutto era Nulla intorno a lui che era ancora un dannato soldato. Forse l’unica via d’uscita era di darsi la morte, ma era un fascista e mai si sarebbe suicidato da sé. Fosse sopravvissuto almeno un fascista come Luke, Joseph o Tonio… e invece pure loro erano spettri già da quando lui, Charlie, era in ospedale. L’ideale sarebbe stato un Non Interventista, allora sì, avrebbe potuto chiedergli la disumana cortesia di giocare ancora una volta alla Vita e alla Morte.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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