La ragazza del poeta

La ragazza del poeta

Iannozzi Giuseppe

desperate woman

Era in ritardo di quindici minuti, quindici fottuti minuti, e non riusciva a capire perché. Pensava d’aver calcolato il tempo con esattezza, ma il tempo sembrava avesse accelerato dopo che lui aveva atteso per tutto il pomeriggio l’appuntamento, l’unico importante della sua stronza vita. Poi, passeggiando lungo la banchina della metropolitana, guardò l’orologio simile a una manetta al polso e comprese che sarebbe arrivato in ritardo. E ora era lì, all’improvviso, a occupare l’isola pedonale all’incrocio tra Park Avenue e la Sessantesima strada, con lo sguardo trattenuto in una compatta sequenza di taxi sfreccianti, mentre il sole gli martellava il cervello coi suoi raggi gelidamente caldi. Continuò a passeggiare avanti e indietro nel ristretto spazio dell’isola pedonale: doveva perdere tempo. Sentiva che non poteva farne a meno, anche se la situazione richiedeva che si desse una mossa.
All’improvviso si rese conto che qualcuno lo stava fissando con malizia: un taxi stava svoltando a sinistra sulla Sessantesima e qualcuno dall’interno del taxi lo stava aspettando. Lui era un ragazzo di bell’aspetto, slanciato, coi capelli scuri e occhi grigio chiaro, carnagione pallida e liscia come alabastro, lunghe e folte ciglia virili, una barbetta ben curata sul mento. Si capiva che era sensibile al fatto d’esser guardato, ed era anche evidente che si sarebbe mostrato furioso all’idea che qualcuno potesse considerarlo un semplice colletto a punta del 1920, o un ragazzo in ritardo a un appuntamento in una copertina di “Light my Fire”. In un’altra epoca si usavano maschi nudi, veri, per una patinata, mentre oggi sol più manichini di cera o nei migliori dei casi ‘efebi’, cyborg senza anima, cacciatori di anime dalla Legge detti ‘S.S.A, Spettri a Specchio Assorbente.’
Sapeva che qualcuno lo stava osservando dall’interno del taxi, lo sentiva. ‘E’ uno sguardo cinematografico: si recita la scena del ragazzo in ritardo a un appuntamento…’, pensò Roy allarmato.

* * *

La luce cambiò, non più quella d’un sole gelidamente caldo, bensì quella d’un occhio cieco, la luce del destino. Il taxi lo oltrepassò svoltando a sinistra sulla Quinta Avenue. Roy Rogers era troppo compreso in sé stesso per dar peso alle sfumature cangianti dell’intorno; ebbe comunque sentore di qualcosa di strano mentre s’affrettava giù per la Sessantesima, evitando gli altri pedoni, molesti individui-ombra con il loro bagaglio di poca o nulla importanza. Che cos’era? L’atmosfera e il miasma della città erano diversi, pesanti come non mai. Con la coda dell’occhio scorse una vecchia macchina. ‘Sembra una Cadillac del 1920!’, pensò. Ora riusciva a vedere Eleanor W. Burroughs, la donna, e la donna era lì in un punto-spazio che lo aspettava, forse. Agitò la mano e la chiamò. Lei parve non sentire o fece finta di nulla come se lui non fosse mai esistito. Poi lei si volse e prese a camminare verso il bureaux d’un’Anonima Agenzia di Pompe Funebri.
Lui si mise a correre. Inciampò. Riprese a correre: il semaforo scattò e una compatta fila di servobiomacchine gli impedì di proseguire l’inseguimento. C’era qualcosa di alieno: ora si rese conto che tutte le servobiomacchine a bruciare le strade erano datate 1920, e anche la gente era quella di un altro tempo, di un’altra dimensione. Era tutto molto strano, ma non ci pensò sù poi molto, non ne aveva il tempo, troppo ne aveva sprecato. Già, non aveva tempo da perdere dietro a simili balordaggini. La sua mente febbricitante era tutta proiettata al desiderio d’incontrare finalmente lei, la donna.
Prese a correre, a correre, cercando di non perdere di vista l’ombra di Eleanor W. Burroughs, tentando d’attirare la sua attenzione al di là del noioso traffico cittadino. Un fiume di cyborg della malfamata periferia sembrava trattenerlo, non sapeva come, ma lo trattenevano. Non era neanche sicuro che quei cyborg fossero reali: per quanto ne sapeva lui, potevano esser benissimo delle proiezioni mentali del suo cervello malato d’amore.  Finalmente riuscì a farsi strada: le puttane lo guardavano scontrose, avvelenate di droga e di sesso: puntavano i loro sguardi dabbasso, sull’inguine, poi, subito, spostavano gli occhi sul suo culo là dove il rigonfiamento del portafogli era ben misera cosa. Sorridevano disgustate, nient’altro da aggiungere.
Entrò nel bureaux dell’Anonima Pompe Funebri. Non vide Eleanor, era però certo che fosse entrata proprio lì. Un efebo gli si fece dappresso: “Ciao Roy!”
Roy lo guatò. Doveva averlo conosciuto da qualche parte, in periferia: ogni tanto andava da quelle parti per farsi di droga e farsi staccare un pompino; gli efebi erano cyborg costruiti per non trasmettere malattie. Che fossero il mezzo più sicuro per fare sesso senza risultare poi malati nel corpo?
“Ciao.”, borbottò alla fine ben deciso a non dare corso a una discussione con quel mostro programmato per prestazioni occasionali.
“Non ti ricordi di me, nevvero?”
Doveva a tutti i costi evitare quello scocciatore dell’ultimo minuto: lei, ne era sicuro, s’era nascosta da qualche parte, e lui, il cacciatore, aveva tutti i diritti di darle la caccia così come si fa con gli animali. Poteva sentire il suo cuore battere, lontano, lontano il cuore di lei batteva; l’istinto del predatore era la sua anima, almeno così credeva. Non gli serviva sapere altro per trovare la donna. Lui l’avrebbe raggiunta in un modo o nell’altro, anche a costo della vita. Lui, Roy Rogers, l’avrebbe raggiunta, non bramava altro.
“Non è qui.”, lo canzonò l’efebo. “Lei non è qui. Non c’è mai stata. Non come la vorresti tu, comunque.”
Una smorfia: ‘Chi credi di prendere per il culo! Lo so che è qui, bastardo. E’ qui. E’ sempre stata qui. Questa è la sua casa, quella che può trovare in ogni angolo del mondo, anche il più squallido.”, pensò.
“E’ qui!”, asserì Roy, spingendo da parte in malo modo quel mostro artificiale che gli sbarrava la strada. Ma l’efebo non si lasciò metter da parte come cosa vecchia ormai usata, come roba da dare in pasto al tritacarne del Pasto Nudo. Prontamente sbarrò la strada a Roy, che infastidito gli mollò un secco ceffone sulla guancia, un ceffone tanto forte che lo fece precipitare a tappeto. “Bastardo!”, sibilò Roy fra i denti.
L’efebo a terra, con la bocca impastata di sangue, gli sorrise: “La figlia del poeta è morta. Sei arrivato troppo tardi. Se n’è andata. Anche se fosse stata qui, ormai non conta più saperlo. Rinuncia.”
Silenzio.
Roy squittì qualcosa fra le labbra.
“Provo solo schifo per quelli come te.”
“Quelli come me hanno un nome.”, ribatté l’efebo rabbioso.
Roy non disse nulla.
“Bobo mi chiamano.”
“Che nome del cazzo…!”, sbottò.
Però lo aiutò a rimettersi in piedi. Poi s’accucciò sul pavimento con la testa caricata fra le mani quasi reggesse una pistola.
Bobo si pulì la bocca sporca di sangue artificiale: “Lo fanno tutti con quelli come noi. Ci usano e poi ci picchiano. Come puttane. Si prendono il loro piacere, poi ci denunciano al Pasto Nudo.”
Roy piagnucolava: “Io non lo farò…”
“Già, come tutti del resto! Tutti ci assomigliamo troppo in questo fottuto secolo.” Bobo continuò a nettarsi il sangue artificiale che non smetteva di colare oscenamente dalla bocca storpiata dopo il colpo ricevuto.

* * *

“Che cos’è successo?”
L’efebo gli carezzò la testa arruffata: “Sei passato con il rosso. Il semaforo… Una servobiomacchina ti ha riportato nella dimensione che il destino ha voluto per te. Questo è tutto.”
Roy capiva, ma non voleva accettare che fosse vero.
“E ora… Ora cosa dovrebbe succedere?”, sibilò con l’ultimo alito di vita che i polmoni pesanti come piombo ancora contenevano.
Bobo si rivolse a un uomo con un colletto da prete apparso dal nulla.
“E ora che succede, Padre?”
Bobo attese la risposta con estrema pazienza perché lui, la macchina, già sapeva: solo Roy non voleva ammettere il destino. Faceva i capricci, si faceva desiderare. Tuttavia, presto, molto presto, avrebbe dovuto accettare il Tutto e il Niente. Il Padre gli avrebbe confermato il suo destino, e lui, Roy, si sarebbe rassegnato.
Il colletto bianco di Dio – del Diavolo – provò qualcosa di simile a un orgasmo. Si prese tutto il tempo prima di rispondere. In fondo doveva assaporare nella sua anima il sapore della morte, del Tutto e del Niente, perché lui, il Padre, era l’unico Portavoce della volontà di Dio e del Diavolo.
“E ora… Ora diventerete una sola macchina, una sola identità per l’Inferno!”
Il Prete ghignò in faccia a Bobo, poi a Roy: le espressioni dei due condannati erano un buco vuoto perso nell’eternità.
“Pervertiti!”. Questa la sentenza del Padre.
La coscienza di Roy era qualcosa di pallido: avvertiva chiaramente che l’Efebo lo stava assorbendo, si stavano unendo in una cosa oscena, un’identità che per l’eternità avrebbe vagato nell’Erebo. La coscienza di Roy, se mai ne aveva avuta una, si congiunse a quella del cyborg. Prima che la sua identità scomparisse per sempre, un solo pensiero lo consolò: Eleanor già da tempo apparteneva al mondo dei morti, all’Erebo, allo spazio osceno che avrebbe fatto da culla al loro amore eterno. Almeno sperava che così fosse. Ormai non poteva esser più sicuro di niente e di nessuno, neanche di sé stesso.
Fu il buio.

* * *

Le servobiomacchine continuavano a correre veloci lungo le strade asfaltate pronte a inghiottire altri uomini in ritardo di quindici fottuti minuti, altri colletti a punta.
Un taxi stava ancora svoltando a sinistra sulla Sessantesima e qualcuno dall’interno del taxi spiava aspettando qualcuno.

da una idea originale di William S. Burroughs

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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