Show business

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Iannozzi Giuseppe

businesswoman

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Si trae ispirazione dalla vita, ma Lei sarà capace di trarre ispirazione da sé stessa?

Le telefonò, dopo una dura giornata di lavoro, fiducioso che ci sarebbe stato da lavorare anche per l’indomani. Non poteva permettersi di rimanere a casa, i soldi gli servivano per vivere.
Lei al telefono si fece negare.
Dick era furioso, sapeva bene che tutto era stato calcolato; quel negarsi poteva solo significare che l’indomani sarebbe rimasto a casa. Bruciava di dentro, nella carne, dalla rabbia. I colleghi sciamavano fuori dalla Fabbrica Nera mostrando sorrisi a trentadue denti ai Kapò. A lui proprio non gli riusciva di far la parte dello scimpanzè addomesticato e dire, sempre e solo “Sì, Signore”. Non era sua abitudine piegarsi a novanta gradi. I colleghi avevano tutti del lavoro, tutti eccetto lui, perché lui non voleva sorridere. E per questo a tutti si rendeva antiMargaretico. Dick poteva solo vantarsi di sapere d’esser nel giusto.
La Fabbrica Nera sembrava ghignare alle sue spalle eruttando fumo dalle ciminiere; oscuri disegni si spandevano nell’aria e assumevano ambigue pose e forme: satiri che violentavano giovani vergini. La Fabbrica Nera sputava fumo arabescato, era come se ghignasse e disegnasse foschi pensieri, amare realtà.

Qualcuno lo salutò. Lui non gli concesse alcuna attenzione. Rispondere al saluto avrebbe solo significato dimostrare la sua impotenza. Il saluto che gli veniva rivolto, lui ne era sicuro, stava solo a sottolineare quanto fosse fesso ad arrovellarsi il cervello sul perché certi favoritismi diventano subito la consuetudine. Dick sapeva che ad andare avanti erano quelli che sposavano le simMargaretie ideologiche, politiche e sociali dei Kapò: era questa la consuetudine che Dick ricusava. E lui non avrebbe mai accettato favoritismi prostituendosi. Lui voleva lavorare e basta, restare ancorato alle sue idee e con esse annegare nel mare dell’indifferenza se il caso l’avesse richiesto.

Un Kapò gli passò accanto. Dick fece finta di niente: era vestito tale e quale a lui, respirava la stessa aria che lui respirava, aveva una vita come lui, però il Kapò era migliore perché i compagni gli permettevano che lo fosse. I compagni si genuflettevano anche per lui, per lui che mai e poi mai avrebbe concesso a quella schiatta maledetta da Dio – e protetta dal Diavolo – un solo granello della sua propria identità. Era uno schifo totale.
La rabbia continuava a fermentare nell’animo e vi rimaneva dentro imprigionata. Consapevole della sua propria impotenza, poteva solamente mostrare assoluto disprezzo per le cerimonie di rito a una simile schiatta. Per Dick, compagni traditori e Kapò erano il vieto frutto d’una stessa perversione ideologica.
Il Kapò era ben rasato – questo lo notò – e negli occhi gli si leggeva la soddisfazione di chi sa di tenere in pugno tutto e tutti. Dick scaracchiò per terra in segno di disprezzo. Nessuno lo notò. Si accese poi una vile Diana per soffocare la rabbia, per ingravidarla con la pesantezza del condensato, con l’ebbrezza frivola della nicotina. La sigaretta si lasciava bruciare e Dick la respirava a pieni polmoni.
Erano le diciotto passate ed era tempo di far ritorno a casa. Non ne aveva voglia.
Uscito che fu dalla Fabbrica Nera, imboccò una strada solitaria abitata da alti lampioni scheletrici, e con le mani cacciate in tasca prese a camminare senza domandarsi dove sarebbe andato a cacciarsi. Pensò molto. Alla fine il troppo ponzare lo stordì, e tutte le riflessioni furono in un baleno dimenticate. Davanti a sé stava una cabina videofono: decise che era il caso di tentare, fosse stato anche solo per il puro gusto di rompere i coglioni a quella stronza d’una segretaria staccapompini. Introdusse la carta di credito, compose il numero ripentendo ogni numero ad alta voce e attese che il collegamento fosse stabilito. Sul video apparve la faccia annoiata di Margaret, che lo pregava di attendere in linea. Attese un paio di minuti mentre il nevischio del monitor invadeva la sua realtà, poi l’immagine sgranata di Margaret apparve. Dick sapeva che Margaret aveva una trentina d’anni, ma riusciva a dimostrarne almeno quaranta: i capelli pochi e decolorati secondo la moda corrente stavano appiccicati al cranio, e la bocca siliconata non riusciva a nascondere una dentatura tutt’altro che sana, completamente invasa dal giallo della gromma. Per quanto cercasse di fare gli occhi dolci, il volto solo trasmetteva una scarica di falsità, sì tanto radicata che impossibile era non notarla.
“SCA, Human Resources, che cosa posso fare per Te?”
Dick abbozzò una smorfia di disgusto che subito gli fece aggrottare la fronte.
“Quello che fai per tutti”, rispose dopo un ritardo calcolato. “Voglio il lavoro.”
Margaret allargò il sorriso e modulò la voce su un tono autoritario: “Mi sembrava d’averti fatto capire che non c’è lavoro per domani.”
“Questo l’avevo capito. Ma per dopodomani? Questa informazione non me l’hai data.”
Margaret continuò a sorridergli: “Gli affari vanno male. Credo che per un po’ faresti bene a prenderti un periodo di riposo.”
“Non posso.”
Lei non era affatto a disagio: “Forse non hai capito. E’ un ordine.”
“Un ordine.”, ripeté Dick, caricando la voce di sarcasmo rabbioso. “Quest’ordine, come lo definisci tu, vale solo per me”, aggiunse, e subito assestò un pesante pugno sul monitor.
Margaret non rispose.
“Insomma com’è che stanno le cose?”
Margaret continuava a sorridergli, imperturbabile, attraverso il monitor: “Lei non si rende conto…”
Adesso, Margaret gli dava del “Lei” per meglio imporre la sua autorità.
“Io mi rendo conto di tutto…”, sbottò Dick che passò anche lui al lei: “Lei dà lavoro solo a chi riesce a portarsi a letto e a chi si iscrive al Sindacato della SCA HR, non è forse così?”
“Le sue basse insinuazioni…”
“Le mie basse insinuazioni…”, la interruppe il giovane uomo, “sono la verità e questo Lei lo sa bene.”
“Quand’è così, la comunicazione è terminata.”
Il nevischio tornò a occupare il monitor del videofono.

* * *

La SCA HR era una delle tante società di consulenza che prestava “risorse umane” alle aziende che ne facevano richiesta. E Dick era una risorsa umana, ma lui non si definiva tale: lui era prima di tutto un uomo e non una fottuta risorsa o un numero, anche se per il mondo del lavoro lui era un numero mischiato a mille altri uguali e interscambiabili.

La notte sarebbe stata una di quelle in bianco; non gli riusciva proprio di prendere sonno. I due metri per due del suo loculo, in un condominio che ne ospitava almeno altri duemila, gli stavano stretti e alla fine, su due piedi, decise di alzarsi. Doveva scendere in strada.
Fuori era buio pesto, un negro buio che soffocava la vista e la vita.
Dick si interrogava se tutto quel nero, che sembrava una stampa di cattivo gusto appiccata al cielo, fosse naturale. Non una stella. La Luna era un niente, giusto un indefinito bianchiccio simile a uno schizzo di sperma. Si sforzò di sorridere, ma proprio non gli riuscì.
Vagolò lungo le strade tutte uguali e consumate dal buio divoratore.

Margaret era ancora in ufficio.
Tutti erano usciti e già riposavano nelle loro case simili a dei loculi per morti e zombie.

Dick stava sbattuto su una panchina a fumare, mentre appiccicava lo sguardo sui palazzoni che aveva di fronte: sfrecciavano contro il cielo negro e… Non c’è molto da dire: quello che rappresentavano, lo sapeva bene, nient’altro che due metri per due, feretri accatastati l’uno sull’altro destinati ai vivi. Dick s’interrogava: ‘Possibile che gli uomini si rassegnino a vivere in due metri per due? Evidentemente sì, altrimenti il mondo non sarebbe tanto popolato: uomini, donne, bambini, tutti zombie che fingono d’esser vivi, pronti a tutto per un tozzo di pane, pronti a uccidere, a prostituirsi, a vendere le proprie idee purché il primo testa-di-cazzo capitalista se li inculi e prometta loro una qualsiasi sciocchezza.’ Dick sapeva che tutti si vendevano per una promessa: come recitava quella canzone di tanto tempo fa?

What a show, The Barry Williams Show
What a show,
Dysfunctional excess
Is all that it took for my success
The greater pain that they endure
The more you know the show will score
It’s showtime
Got the reputation of a surgeon
Cos they cannot feel the cut
It looks so very simple
But It really is an art
They call the studio “the hospital”
Making money from the sick
We let people be themselves
There is no other trick

‘Già!’, pensò Dick con amarezza: le parole della canzone erano eco nella sua testa, una eco che testimoniava quant’era stufo marcio del mondo.
“Siete tutti cani addomesticati!”, gridò.
Il grido fu subito inghiottito dalla notte per seppellirsi in essa, per sempre.
Un cane a tre zampe zampettò fino a lui. Da dove diavolo era venuto? Era un cagnaccio orrendo, un bastardo come tanti: la città pullulava di quei cosi, aborti prodotti in laboratorio e lasciati in libera circolazione perché i cittadini dessero loro un calcio in culo. Quei pezzi di merda che operavano esperimenti genetici sugli animali, un giorno si erano svegliati e avevano deciso che era inutile incenerire i loro aborti perché costava davvero troppo alle casse dello Stato; così, adesso, i loro esperimenti se ne andavano a zonzo per la città a ringhiare l’inferno che covavano nell’anima.
Dick osservò negli occhi il cagnaccio storpio: era un bastardo, ne era consapevole, questo poteva leggere nelle orbite di quella cosa che gli ringhiava contro. L’aborto era già pronto a saltargli alla gola. La bestia non si sarebbe fatta alcun problema ad azzannarlo, perché l’istinto gli suggeriva che anche l’uomo che aveva davanti era pronto a fare altrettanto. E Dick l’avrebbe fatto prima che la bestia potesse reagire. Spento ogni contatto razionale, si avventò contro l’aborto con belluina ferocia e prima che le mandibole della cosa potessero chiudersi sulla sua carne, Dick aveva già azzannato il collo della bestia. I denti penetrarono a fondo strappando pelo carne nervi vene…
Ben presto, la cosa giacque a terra, morta.
Dick non nutriva alcun rimorso: prima o poi, anche gli uomini, o meglio gli zombie che erano diventati, sarebbero stati ridotti a degli animali buoni solo per finire a pezzi in un laboratorio.
Una nuova razza dominante, presto, molto presto, avrebbe soppiantato quella umana.
Era già stato tutto scritto, anche se lo Stato negava.
Dick sapeva che la nuova razza s’era già infiltrata fra le fila degli umani, per spiare.

Il volto era imbrattato di sangue e di brani di carne, tuttavia Dick non palesava pietà alcuna per la cosa morta che giaceva ai suoi piedi. E neanche per sé stesso. E di nettarsi il mostaccio non ne aveva alcuna intenzione. Come se nulla fosse successo, continuò a cantare, questa volta a voce alta, e non gliene fregava un cazzo se la notte seppelliva la sua voce rauca orrendamente stonata, animale.

“My lover stole my girlfriend”
“I keep beating up my ex”
“I want to kill my neighbour”
“My daughter’s selling sex”
“My s/m lover hurt me”
“My girl became a man”
“I love my daughter’s rapist”
“My life’s gone down the pan”(*)

* * *

Margaret si guardava intorno, con aria circospetta: era tardi e le strade non erano sicure, non lo erano mai state dacché aveva memoria. In un momento storico come quello che correva poi erano più pericolose che mai, lei lo sapeva bene.
Sentì un rumore, una voce, qualcuno che cantava o che almeno si sforzava di cantare.
Quella voce distante, metallica, non poteva essere umana.
Un brivido d’orrore le corse lungo la schiena.
Se fosse stato un cane mutante, be’, sapeva come difendersi, ma da troppo tempo circolava la voce – in un po’ tutti gli ambienti – che strane creature, apparentemente umane, si aggiravano per le strade, e queste non erano facili da abbattere, anzi era proprio impossibile farle fuori. Così si diceva in giro. Forse era solo una chiacchiera del popolo. Però Margaret sapeva che quando il popolo s’inventa una fantasia è perché vuol rivelare, a suo modo, all’opinione pubblica una verità scomoda.
Si guardò intorno alla ricerca di una guardia robot. Niente. E il canto si stava facendo troppo vicino a lei. Presto le tenebre della notte avrebbero messo a nudo il proprietario della voce e questi si sarebbe manifestato davanti a lei. Il cuore le perse un colpo.
Ecco l’ombra, poteva distinguerla.
Si faceva sempre più vicina.
Poteva tentare di scappare, ma era paralizzata, e poi non sarebbe servito a niente.
Se quell’ombra era la cosa che lei immaginava, allora fuggire avrebbe solo peggiorato la situazione. Se era una cosa, la cosa l’avrebbe braccata fino a ottenere soddisfazione.
Non aveva possibilità alcuna di fuga.
Poteva solo sperare che non fosse la cosa.
“Margarettt…”, gracchiò l’ombra.
Margaret inghiottì a vuoto. Quella voce la conosceva!
“Margarettt…”,”, gracchiò di nuovo l’ombra. “Non mi riconosciii…?”
Era Dick. Doveva essere fatto. Non era la cosa che temeva che fosse.
Era solo Dick, uno stronzo, un incapace. Meglio così.
“E’ inutile che faccia lo stronzo con me. Non attacca.”
Silenzio.
“Staccapompiniii…”, le gridò addosso Dick.
“Molto educato come sempre…” Avrebbe voluto aggiungere qualcos’altro… Dick s’era fatto davanti a lei e non sembrava affatto normale: era il suo volto una maschera di carne sanguinolenta che ringhiava e sbavava, orribile a vedersi. Qualsiasi cosa avesse ingoiato, doveva essere una droga di quelle toste, forse una metagemini. Le metagemini andavano molto di moda fra i poveracci: costavano poco al mercato nero e promettevano l’Inferno per tutte le anime dannate in cerca d’una impossibile consolazione artificiale. Un metadrogato poteva essere pericoloso, anche se si trattava di quell’incapace di Dick.
“E’ meglio che se ne torni a casa.”, biascicò Margaret.
Nessuna risposta. Solo un prolungato ringhio.
“I gentiluomini a quest’ora stanno a casa a fare la nanna.”, continuò a biasciare Margaret. Il coraggio le stava venendo meno e già si sentiva tutta bagnata di freddo sudore.
“Ammazzare perché la vita se n’è andata nel cesso.”, ringhiò Dick. “Sei solo una staccapompini.”
Margaret ebbe un moto di disgusto sentendosi apostrofare così, e un po’ di coraggio le affluì al cuore.
“Se stacco pompini è perché io so come ci si deve comportare in una società civile. Evidentemente Lei questo non l’ha ancora capito.”
In risposta solo un ringhio selvaggio.
“Ti sei sparato una metagemini, non è vero?”
Silenzio.
Ancora silenzio.
E intanto Dick ringhiava contro la sua faccia.
“E con che cazzo di soldi me la sarei fatta? Coi tuoi, forse? Sei una puttana, una donnaccia da quattro soldi. Questo sei.”
Margaret non replicò. Quelli non erano gli occhi di un drogato. Se ne era sbattuti tanti per affari di lavoro e Dick non era drogato. Era evidente. Un terrore cieco l’assalì. Non c’era un solo alito di vento e tutti erano a dormire nei loro loculi: se li vide di fronte a sé, stesi nei loro letti, addormentati, morti addormentati che la mattina dopo si sarebbero alzati per recarsi a lavoro.
Cazzo!
Cercò di farsi coraggio e con vocina pigolante giocò la sua ultima carta: “Vuoi che stacchi un pompino anche a te?” Si sforzò anche di sorridergli. Dick, o qualsiasi cosa avesse davanti in quel momento, non reagì.
Margaret decise che doveva tentare il tutto per tutto: magari se gli avesse staccato un pompino, l’avrebbe mollata. Allungò una mano verso la patta dei pantaloni di Dick e fece per tirarglielo fuori. Non ne ebbe il tempo.
Buttati a terra con la notte a fargli da sudario, i due corpi l’uno sull’altro interrogavano nel silenzio la loro natura.
“Cosa vuoi, per Dio!”
“Cosa volevo…”, la corresse Dick ringhiando.
“Lavorare!” Fu l’ultima cosa che Margaret udì mentre la morte la rapiva. E mentre l’ultimo barlume di coscienza si spegneva in lei, ebbe la certezza che Dick doveva essere il prototipo mal riuscito di quella razza nuova che avrebbe soppiantato gli uomini. Pregò che Dick fosse l’unico esemplare della nuova razza… un prototipo mal riuscito sfuggito al controllo degli ingegneri genetici. Pregò che così fosse per il bene dell’umanità… della razza nuova!
Morì con l’orrore incatenato all’anima: e se quel prototipo non era affatto un prototipo, se era quella la razza nuova che i laboratori genetici stavano sfornando? Degli ingegneri genetici, dei ribelli nemici dello Stato…

Lei non l’avrebbe mai conosciuta la verità. Mai.

(*) The Barry Williams Show – Peter Gabriel

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a Show business

  1. Lady Nadia ha detto:

    Sono senza parole. Bellissimo. E’ che i problemi di questo tipo qualcuno non riesce ad affrontarli, e se poi non si arriva a tanto, il rancore nei confronti nei confronti della vita resta.
    Un applauso grande.
    Mi è piaciuto come hai descritto il montare della rabbia nel protagonista, il suo rancore.
    Uno dei più bei racconti che ho letto.
    Ciao.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Cara Nadia, è un vecchio racconto, di fantascienza umanistica, un genere che amo e che per un certo periodo, breve, ho fatto anche io. Oggi non scrivo più fantascienza. E’ una versione alternativa a quella che è presente in “Angeli caduti”.

    Felice che ti sia piaciuto, anche perché di sci-fi non ne scrivo più. E non credo proprio che tornerò a scriverne: sono molto più capace e ispirato verso altri generi. E come avrai notato, anche questo racconto è sopra le righe, troppo letterario forse per entrare a pieno titolo nella fantascienza, che è genere popolare, più semplice rispetto allo stile da me adottato.

    Grazie infinite.

    Beppe

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