Amica trans – racconto tratto da “Angeli Caduti” di Iannozzi Giuseppe (Cicorivolta edizioni)

Amica trans

Iannozzi Giuseppe

trans

Racconto tratto da Angeli caduti di Giuseppe Iannozzi (Cicorivolta edizioni)

Torino, inizio anni Ottanta

Mai. Come in quel momento. Lo schiaffo gli bruciava la guancia. Poca cosa. O forse troppo per essere sopportato, il dolore di fuoco. Più probabile è che fosse nulla. Anzi, quasi un piacere.

Francesco era occhio cisposo, le sopracciglia erano un blocco unico foltissimo, fronte alta, stempiato, naso aquilino, mento stretto imprigionato da una rada barbetta. In bocca una chiostra di denti marci, quasi del tutto. Dava l’impressione di esser un idiota completo. I pochi amici lo chiamavano “pollicino”, con la p minuscola, posando il peso tutto sulla p.
La giornata era iniziata come al solito, questo ricordava. O almeno credeva. Il sole aveva invaso il suo spazio vitale entrando dalle commessure della persiana: in pieno viso, i raggi gli avevano disegnato una sorta di aureola malefica intorno al capo. Stropicciò la faccia con le rozze mani nodose per accorgersi d’essere in un bagno di sudore. La puttana che aveva raccattato la sera prima s’era squagliata. Aveva ancora graffi di lei sulla schiena e una sua unghia spezzata cacciata nella magra carne, in mezzo alle scapole. La stanza era a soqquadro. La troia gli aveva distrutto quel poco niente che aveva e il televisore a quindici pollici giaceva a terra, spaccato come un cuore. Niente di strano. Era abituato a svegliarsi così, malmenato e con una erezione ridicola in mezzo alle gambe.
Avrebbe dovuto fare una doccia, altrimenti nessuno se lo sarebbe caricato per una marchetta. Nel giro, pollicino veniva indicato anche come pasolini, ma sempre il peso cadeva sulla p, sempre minuscola.
Si sfilò le mutande imbolletate e andò a cacciarsi sotto la doccia incrostata di gromma. Lasciò che l’acqua scorresse fredda sul corpo segaligno. Non aveva pensieri che gli passassero per la testa. Nessun fantasma passato presente o futuro. Il silenzio della mente era la regola per sopravvivere. Non pensare. Non era mai stato un pensatore, neanche da giovane, e non era il caso di rovinarsi la vita proprio adesso che aveva superato la trentina. Il telefono squillò. Ancora. Lasciò che squillasse. Sapeva chi era. Al solito, scattò la segreteria telefonica: “Lo so che sei in casa, stronzo! Stasera, al solito posto. Puntuale. Se mi tiri un altro bidone – una pausa minacciosa di silenzio – comincia a guardarti bene le spalle. Addio!”

Angeli caduti - Beppe Iannozzi (Giuseppe Iannozzi) - Cicorivolta edizioni

Angeli caduti – Beppe Iannozzi (Giuseppe Iannozzi)

Francesco, nudo, gocciolante, uscì dalla doccia. L’unghia era ancora incastrata in mezzo alle scapole. Faceva male. Gli piaceva. L’avrebbe lasciata lì dov’era non fosse stato per il rischio d’infezione. Cercò di scrollarsela di dosso grattando la schiena contro il muro scabro della stanza da letto. Ma niente. Solo un sottile rivo di sangue rimase impresso sulla parete di cemento. L’unghia non voleva che saperne di morire a terra. Sorrise allo specchio rotto che gli stava di fronte. Un ghigno malefico: era il suo. Un piacere estremo sapere che una parte di una lei già dimenticata resisteva nel suo corpo. Ma doveva farla fuori. Si rotolò nel letto disfatto insanguinando le lerce lenzuola di sperma e sudore. Alla fine, dopo una lotta cieca contro il suo stesso corpo, l’unghia rossa scivolò via dalla carne. Francesco la raccolse. Era bella lunga. La ridicola erezione in mezzo alle gambe ebbe un fremito di vita. La baciò, l’unghia. E la leccò nettandola: il sangue era dolce al mattino, meglio del caffè preparato con la posa del giorno prima. Nudo, si appecorò per cercare qualcosa sotto il letto: trasse fuori un barattolino di vetro abitato da una mosca morta in decomposizione, e lasciò cadere dentro l’unghia di lei, della puttana pagata per una scopata e via. Peccato, non era venuto! E lei si era portata via tutto quello che aveva. Gli aveva però lasciato l’unghia. Chiuse il barattolo, continuando ad osservare l’unghia. Un altro fremito in mezzo alle gambe. Adesso, era venuto. Feticismo. Solo così riusciva ad avere un rapporto con una donna.

Anche il poster della donna ideale era stato strappato. A quello ci teneva. Più che a sé stesso. Raccolse i coriandoli cercando di ricomporli, ma fu interrotto. Bussavano alla porta. Era ora di andare. Lasciò cadere a terra i pochi coriandoli raccolti nelle mani, per aggiustarsi addosso un paio di jeans stinti. Aprì la porta. Era Dany. Era tutta tirata, solo un’ombra di barba sul mento la stonava. Era la trans più figa che conoscesse. Peccato per la barba. Ce l’aveva troppo dura e a poco serviva radersi tre volte al giorno e usare cipria e cosmetici. C’era e Dany lo sapeva.
“Vedo che non sei ancora pronto. Battaglia questa notte!” Era una osservazione che Francesco inghiottì senza battere ciglio.
“Tu, invece, sei bellissima come al solito. Solo un po’ d’ombra!”
Neanche Dany batté ciglio. Lo sapeva che era la verità.
“Vedi di darti una mossa. Ci aspettano giù da Mario.”
Francesco bofonchiò qualcosa d’incomprensibile.
“Andiamo!”
Si chiuse la porta alle spalle vestito come gli era venuto, jeans e una maglietta rossa slabbrata, scollata a V, con il Che quasi del tutto stinto a far bella mostra di sé sul petto. Un crocifisso di ferro gli pendeva in mezzo ai capezzoli, sul petto abitato da una foresta di peli neri e ricci. Gli piaceva metterlo in mostra. Gli procurava una sensazione orgasmica sapere che lui, Cristo, era lì insieme a lui povero mortale marchettaro.
Dany era appariscente ma vestita bene. Quasi con classe. Il parruccone biondo s’intonava bene al suo viso. Peccato per quell’ombra. E anche le tette siliconate e il culo quasi a cuore non erano affatto male stretti com’erano in un abitino di panno blu mare.
“La puttana ha strappato la mia donna!” – sbottò ad un certo punto Francesco senza rivolgersi a nessuno in particolare. Al suo fianco c’era solo Dany.
“Gli inconvenienti dell’amore a pagamento. Non ci pensare. Un po’ di colla e si aggiusta tutto, pollicino.
Non replicò.
Il Bar Mario era di fronte a loro. L’insegna al neon era spenta e pencolante. Mario usava tenerla accesa anche di giorno, quando non ce n’era affatto bisogno, quando teneva aperto quel buco. Poi, una sera, un gruppo di litigiosi fascisti vestiti con l’orbace avevano tirato su un casino della madonna; era scoppiata una rissa, e prima che la pula potesse arrivare, quelli se l’erano già squagliata ma non prima d’aver tirato una molotov nel locale. Solo qualche graffio per i pochi avventori notturni, però l’insegna al neon non si era più accesa, era mezzo crollata, rimasta appesa per miracolo e per disperazione di Mario che aveva investito un capitale in quel logo luminoso e appariscente.
Mario, dietro al banco, dietro a una cortina di bicchieri sporchi, rubicondo ascoltava la radio. Non c’era nessuno.
“Caffè!” – ordinò Francesco senza accennare un saluto.
“Oggi non te lo fai da solo!”
Nessuna risposta.
“Glielo offro io, questa volta” – intervenne Dany. “Per una volta, si può fare. Non ti dar pensiero.”
Mario masticò in bocca qualche parola astiosa, poi si mise a trafficare per i due caffè.
“Ti ha dato una bella botta.”
Solo allora Francesco si ricordò dello schiaffo.
“Già.”
“E’ andata come al solito” – osservò Dany che sapeva delle storie di pollicino.
“Glielo volevo solo mettere in culo” – si giustificò, ed era fermamente convinto che era solo per quello.
“Costa il doppio” – buttò lì Dany.
Intanto i due neri caffè erano fumanti davanti a loro. Li centellinarono ascoltando distrattamente la musica che fuoriusciva dalla radio gracchiante.
“Ti ha chiamato?”
Francesco investì un’aria di chi non sa.
“Sei la solita impicciona!” – berciò alla fine dopo un lungo silenzio che significava più di mille parole. Francesco allungò la lingua per leccare via lo zucchero depositato sul fondo della tazzina. “Non avrebbe dovuto darmi quella sberla!” – aggiunse distrattamente.
“Fossi in te, io mi preoccuperei per stasera. Ormai non gli puoi più sfuggire. Lo sai anche tu.”
“Stronza!”
Dany pagò i due caffè e prima di uscire dal bar andò nel retro con Mario. Francesco sentì delle urla, un putiferio. Non se ne preoccupò. Sapeva.
Finalmente Dany, fresca come una rosa quasi dimentica dell’alterco appena intercorso nel retro, tornò. Mario si rimise dietro: non c’erano clienti e il bancone era una triste desolazione di bicchieri consumati la sera precedente.
“Datti una mossa, pollicino!” – ordinò con voce in falsetto, quasi tremendamente femminile, quasi simile a quella della puttana dell’unghia. “Non abbiamo tempo da perdere.”
A malincuore, Francesco scollò le chiappe dallo sgabello. Era scomodo lo sgabello. Molto. Il culo gli doleva, quasi. ‘Fanculo!’ – pensò. Solo questo. Era più che sufficiente per ricordare a sé stesso che doveva stare attento, guardarsi le spalle, anche se avrebbe tanto voluto lasciar la testa libera di affondare in vuoto pensiero, come al solito.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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