Ultimo giorno sulla Terra – racconto tratto da Angeli Caduti di Iannozzi Giuseppe – illustrazione di Valeria Chatterly Rosenkreutz

Ultimo giorno sulla Terra

racconto tratto da Angeli Caduti di Iannozzi Giuseppe

Queen of the Night Garden

Queen of the Night Garden by Chatterly

Il vecchio Indiano raccontava la storia del mondo, quasi pareva che la sua anima fosse proiettata in un’altra dimensione: “…Madre Terra mi ha insegnato quello che conosco. E non ho bisogno di sapere altro”. Era forse l’ultimo degli indiani rimasti sulla Terra, uno dei pochi che ancora ricordava le leggende; tuttavia solo pochi avevano interesse a parlare con lui, solo qualche scienziato lunatico… i più lo disprezzavano o lo ignoravano convinti che il destino avrebbe messo, più prima che poi, la pietra tombale su quell’esistenza ai confini d’una società ormai ridotta a poco più di nulla.
La Terza Guerra Mondiale aveva distrutto due buoni terzi del pianeta: ormai l’umanità che contava era stata trasferita tutta o quasi sulla Luna.
Il ricercatore gli sorrise: “Si può dire che tu sia una specie di Druido…”
Il vecchio Indiano non disse nulla, ma era chiaro che attendeva una spiegazione: “La figura del Druido è quella d’un sacerdote dei Celti: forse il termine ha origine dal gaelico dwir, che significa quercia o dal gallico druid ovvero uomo che sa” .
Le rughe sul volto dell’Indiano s’accentuarono: a guardarlo negli occhi, un uomo di spirito avrebbe colto nella sua anima il fuoco. “Leggende dei bianchi… i bianchi hanno ucciso Madre Terra”, sentenziò con voce roca quanto amareggiata. “Comunque questi Druidi dovevano sapere il fatto loro anche se non li conosco….”, aggiunse con tono conciliante, forse genuinamente falso.
Il ricercatore si lisciò la barba bianca: era madido di sudore per lo stress.
Quando molti anni addietro si era ripromesso di raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti alle barbarie del tempo per scrivere la storia della vita umana, non aveva immaginato che potesse essere tanto difficile; sapeva che avrebbe impiegato tutta la vita, ma la cosa non l’aveva spaventato. Adesso aveva superato la settantina, e, a malincuore, doveva accettare l’inevitabile sconfitta: una vita umana era davvero troppo poca cosa perché un solo uomo potesse arrivare a scoprire la verità sull’origine dell’uomo. Per quante testimonianze avesse raccolto fra le genti di tutto il mondo, migliaia di leggende non avevano risolto il problema: l’umanità mai avrebbe saputo con piena certezza quale la sua provenienza. Una volta si era convinto che l’uomo avesse discendenze Divine, poi una scoperta scientifica  l’aveva convinto del contrario, cioè che l’uomo era soltanto il prodotto del Caso. Ma le contraddizioni erano tante: più d’una volta si era sentito raccontare da eminenti esperti di archeologia spaziale che l’uomo, sicuramente, era il progetto d’una civiltà aliena. Insomma, ogni volta che credeva d’aver trovato una risposta, veniva smentito dalla scoperta successiva. No, così non poteva andare avanti.
Le rughe sul volto dell’Indiano si distesero; puntò lo sguardo al cielo: “Quando Madre Terra mi accoglierà nel suo grembo, il mio Spirito volerà in Cielo”.
L’uomo bianco, con occhio da scienziato, fissò quell’uomo di antica saggezza e gli sorrise: “Sembra che tutti i popoli abbiano la ferma convinzione che si nasce sulla Terra solo per raggiungere le sfere celesti. E’ l’unico elemento comune a tutte le storie che ho sentito sino ad oggi”.
L’Indiano non badò quasi alle parole dell’uomo bianco: tornò a sedersi sulla Terra. “Parlami di questi Druidi…”
Il ricercatore era indeciso: il tono del vecchio uomo non ammetteva repliche, era un ordine, e lui, si sentiva troppo debole per disobbedire.
“Perché vuoi sapere dei Druidi?”
Un sorriso si distese sul volto rugoso dell’Indiano: “Per lo stesso motivo per cui tu hai voluto conoscere le leggende del mio popolo”. Poi si rabbuiò.
Il vecchio uomo bianco non poteva non comprendere la tristezza del vetusto Indiano, forse uno degli ultimi uomini sulla Terra a conoscere ancora le leggende del mondo, quelle tramandate di padre in figlio, della sua gente ormai ridotta a poche unità. Raccolse una manciata di terra, lasciò che i sottili grani di sabbia scivolassero fra le sue dita: un’aura magica invase il Cielo e la Terra, un’aura che poteva sentire su e dentro di sé. Non era una sensazione nuova: più volte gli era capitato di sentirla dentro all’anima, ogni volta che aveva parlato con un grande saggio, con un sopravvissuto.
“Ti racconterò una storia dei Druidi”, disse infine. Il cielo si fece plumbeo, ma in quel cielo non navigavano nuvole di pioggia: un grigio color dell’argento si era manifestato uguale a un sudario traslucido e il sole brillava nel mezzo di questo argento simile a un occhio alieno, forse maligno. Non era naturale quel Sole: pareva morto, risplendente d’una luce inquietante. Solo Dio avrebbe saputo dire se quel Sole era ancora divino o se invece cosa aliena.

* * *

“Il crepuscolo si tingeva d’un bel rosso rubino, l’erba si lasciava accarezzare dallo spirito del vento, frammenti di antichi canti si sposavano all’eco di quella landa di mistero. E giù, al villaggio, se un ascoltatore ci fosse stato avrebbe potuto udire le garrule risate delle donne a rincorrere quei mascalzoni dei loro figli. Gli uomini, facce ombrose nascoste dietro folte barbe, stavano tornando dalla guerra; alcuni avevano vistose ferite tamponate con ruvidi stracci, ma nessuno dava segno d’esser abbattuto, nessuno mostrava segni di nervosismo. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, quegli uomini con le loro grezze ed ammaccate loriche quasi scolpite sui muscoli, si apprestavano ad abbracciare le loro donne con genuina tenerezza. E le donne, brune e bionde, tutte con gli occhi color della pervinca e la risata limpida rubata alla verginità dell’acqua di fonte, non attendevano altro che d’affondare delicatamente le loro unghie nelle spalle dei vincitori. I ragazzini si rincorrevano fra schiamazzi e lazzi in piazza; ma appena videro i loro padri tornar vincitori, gli saltarono addosso; e quegli uomini dalla positura grezza, che non palesavano tenerezza alcuna, vedendo la figliolanza, sciolsero il passo militare ed ognuno corse a raccogliere in braccio il proprio cucciolo d’uomo. La residua albagia – il sapor del sangue nel sangue versato in guerra – subito fu dimenticata, sostituita da una mollezza istintiva: quale uomo poteva restare insensibile alle feste dei figli?
I bambini, tutti ugualmente vispi avvolti da un alone di magia, non erano mai stanchi; per quanto giovanissimi, non disdegnavano di bere nettare d’ambrosia trattato con una speciale fermentazione alcolica; e le madri li obbligavano quasi a berne sempre di più, dicendo loro che quello era il sangue degli Dèi, sangue che un giorno li avrebbe resi forti, belli, immortali come i loro padri. A queste parole, le pargolette labbra non potevano disdegnare d’ingollare il nettare: ai più non piaceva, ma se si trattava di diventare come i loro papà guerrieri, allora ogni capriccio scemava per esser sostituito dall’ansia di berne almeno il doppio di quanto gliene veniva offerto.
Uomini e bambini buttati nel folto dell’alta erba giocavano festosi; il crepuscolo bagnava i loro corpi d’una luce magica, rossa come il sangue, benefica come la fiamma per il filo della lama: i guerrieri e i figli invasi da questa luce si sentivano ritemprati, risorti a nuova vita. Accadeva sempre così: la luce del crepuscolo serale scacciava via i segni della vecchiaia, scioglieva la stanchezza della membra. La gente di quel villaggio invecchiava in saggezza per ringiovanire nel corpo; e la prole cresceva sana nel corpo così come nello spirito: i loro corpi maturavano come quelli dei comuni mortali, si diventava uomini e donne, ma la giovinezza non scompariva mai. Il più anziano del villaggio aveva almeno trecento e passa anni, e non ne dimostrava più di trenta: aveva un solo difetto, era cieco. I loro vicini, scimmieschi quasi, li consideravano degli Dèi, ma gli Dèi stessi non sapevano dire perché solo a loro fosse toccato il dono dell’immortalità. Solo una leggenda raccontava che un giorno un Delfino d’Oro era sceso dai cieli. E la leggenda era un soffio di vento: troppo sibillina… nessun saggio era riuscito a decifrarne appieno il significato. Non ancora comunque.
Gli uomini del villaggio di Stonehenge solo sapevano che mai avevano visto uno dei loro morire in battaglia o per malattia: pur lottando contro gli uomini scimmieschi, belluini nelle positure così come nell’arte della guerra, loro non riportavano mai morti a casa. Gli uomini scimmieschi invece morivano facilmente: a qualcuno era sorto il dubbio che quelle controfigure dell’uomo dovevano ancora evolversi; tuttavia c’era chi pensava che, presto o tardi, le scimmie-uomini si sarebbero estinte… un presentimento, nulla di più. Valeva però la pena d’esser preso in considerazione nei momenti di puro ozio.
Il Druido si diceva fosse vecchio di mille anni, che fosse sulla Terra prima che questa cominciasse ad ospitare la vita degli uomini scimmieschi: la leggenda era viva con lui e di lui si diceva che avesse visto la nascita del Sole e della Luna e del Cielo, che conoscesse lingue morte e misteri oscuri ed inconfessabili. Da tempo era cieco, ma la sua mente era rimasta vigile sui misteri che il mondo ancora ospitava nel suo grembo. Era così enigmatico che il popolo di Stonehenge non credeva fosse un semplice uomo come loro, gli immortali: il sospetto era che fosse una specie di Demiurgo incarnatosi in un corpo vile – anche se immortale – per portare a termine una missione sulla Terra.
All’alba del 21 dicembre e del 21 giugno, il vecchio Druido era solito esser presso il tempio di Stonehenge: cogli occhi ciechi fissava la Heel Stone farfugliando qualcosa in una lingua aliena. Pareva quasi non fosse lui a parlare bensì uno spirito che si era impossessato del Druido. In quelle giornate era sempre inavvicinabile: non aveva mai voluto dare alcuna indicazione circa quel mistero che si portava dentro. La sua lingua eruttava fiamme in un idioma alieno, e qualche pettegolo, per questo suo parlare strano, gli aveva appiccicato la nomea di Bardo della Pietra del Diavolo. Quando lo vedevano apprestarsi per la Heel Stone, sottovoce, molti lo deridevano: “Ecco che va a pregare il Diavolo presso l’altare della Hell Stone!” Ma Myrrdin non prestava orecchio a queste voci, almeno non più di tanto, e comunque non durante le giornate magiche che richiedevano la sua presenza presso la Pietra del Calcagno. Poi, dopo, sbottava e sembrava quasi che maledicesse l’ignoranza del popolo; diventava antipatico, arrogante, tant’è che, col passare degli anni, gli affibbiarono il poco felice soprannome di Merlinus Silvestri. Qualcuno cominciò persino a sospettare che il bardo avesse due nature: una buona e una oscura. Sopraggiunse un tempo che in molti al villaggio cominciarono a vederlo contemporaneamente in due luoghi diversi: qualcuno vociferò che avesse un Gemello segreto e qualcun altro azzardò l’ipotesi che Myrrdin fosse allo stesso tempo figlio dell’Oscurità e della Luce, perché non era altrimenti possibile spiegare i suoi sbalzi d’umore. Alle volte dedicava tutto sé stesso a insegnare la saggezza alla sua gente, spesse volte però si guardava bene dal frequentare il villaggio. Myrrdin s’imboscava nelle latebre dei boschi e per lunghe settimane non si faceva più vedere; ma da quei boschi, soprattutto durante la notte, strane urla furono sentite da donne e uomini.
Un giorno che il crepuscolo era già calato sul villaggio, il Bardo invitò gli uomini a raccogliersi intorno al Tempio di Stonehenge. Sereno come mai lo avevano visto, gli uomini, con tutto rispetto, attesero che il profeta parlasse. La Luna era alta in cielo, avvolta da un’ombra magica: sembrava un occhio alieno, forse divino, forse malefico, che spiava le mosse di quegli uomini raccolti intorno al tempio. Myrrdin era al centro dei Menhir con le braccia alzate al cielo quasi in segno di preghiera: gli occhi ciechi, inspiegabilmente, sprigionavano luce come se la Luna avesse preso possesso della cecità del profeta per manifestare la sua volontà. Gli occhi di Myrrdin erano quelli della Luna!
“Io sono da sempre vivo, io sono da tempo morto”, cominciò a salmodiare il Bardo.
“Io sono la Luce e l’Oscurità. Esistevo prima che il mondo esistesse. Ma è come se non avessi mai avuto parte nelle umane vicende: io sono Uno che è nato senza nascere. La storia mi griderà contro molte bestemmie: gli uomini mi indicheranno nella leggenda e stravolgeranno la verità della mia natura. Figli, io, qui vi ho raccolto perché siate testimoni della fine di quest’epoca, perché presto una nuova epoca soppianterà questo mondo antico così come voi lo conoscete. Presto anche voi verrete relegati nella leggenda, e forse neanche in quella. Presto il Salvatore inizierà una nuova epoca e non è detto che non scelga il corpo di uno di voi per incarnarsi. Anzi, sono quasi certo che uno di voi sarà il Salvatore! Tuttavia non è ancora il tempo. La Terra è ancora abitata da pochi eletti. E gli Eletti siete voi. Voi insegnerete agli uomini che verranno come costruire le Piramidi, come fare le guerre, insegnerete loro le scienze che conoscete, poi il vostro compito su questa Terra sarà esaurito e conoscerete anche voi la morte. Sì, qualcuno di voi conoscerà la morte. Ma qualcuno sconfiggerà la morte e sarà ancora un immortale. No, non spaventatevi: ci vorranno ancora millenni perché tutto questo accada. Morirete ma sarete sempre presenti su questa Terra: vi mescolerete alla nuova genia che le Sacre Scritture indicheranno come quella di Caino e Abele. La vostra razza si mescolerà con la mortalità. Ma la vostra vera identità non è nel progetto divino che venga rivelata. Heloim così ha comandato: la nuova genia sarà barbara, combatterà mille inutili guerre e la morte prevarrà sempre sulle ambizioni. Voi vivrete la morte della nuova genia, migliaia di morti e tutte s’insedieranno nel vostro animo. Indicherete la strada da seguire ai figli di Caino e Abele, e non vi daranno ascolto, solo pochi avranno orecchio buono. La discendenza di Caino avrà vita breve, molto breve. (*) Un solo uomo avrà il nome di Caino, ma tanto basterà perché la discendenza di Abele venga infettata dalla malvagità di Caino. Nell’anno ZERO nascerà il Salvatore per portare ordine, e sarà torturato e perseguitato: voi dovrete assisterlo nella sua missione finché vi sarà possibile, poi vi mescolerete nel mondo e lascerete che gli Apostoli scelti dal Salvatore facciano il resto. Il Salvatore morirà e resusciterà, di più non posso dirvi. Resterete dietro le quinte degli eventi degli uomini. Vedrete il nascere di molte civiltà così come la loro decadenza: non potrete fare niente, così è comandato. Giungerà un tempo che la discendenza di Abele rischierà l’estinzione: due grandi guerre sconvolgeranno l’intero mondo… Poi ne seguirà una Terza, ma i miei occhi sono ciechi da troppo tempo, da sempre, e la Luna più non mi assiste in questo vaticinio”.
Gli uomini rimasero storditi: avevano capito poco o niente delle parole del Druido, erano però terrorizzati, non tanto per quel futuro che gli era stato prospettato, piuttosto per quello che avevano intuito circa la loro provenienza. Tutti erano ormai certi che la Terra non era la loro vera patria… in un tempo lontanissimo i loro padri dove li avevano generati?
“Saggio Myrrdin, chi siamo noi? Da dove veniamo?”, si levò la domanda nell’aria fredda della notte.
Il Bardo sorrise loro: “Non siete figli della Terra”. I suoi occhi si spensero definitivamente. Impossibile porgergli ulteriori domande.
“Ora io devo andare: un giorno tornerò, Cavalieri. Mi riconoscerete, ma non è detto: passerà così tanto tempo che per voi io sarò soltanto un astratto ricordo, forse meno d’un sogno sognato al di fuori della vostra anima. Siederete con me alla Tavola Rotonda insieme al Re. Verrà poi il tempo che ognuno di voi riacquisterà coscienza di sé e ricorderà nel dettaglio la storia dell’umanità, qui sulla Terra. Ora tutto ciò vi è oscuro, ma lasciate che i millenni facciano il loro corso e tutto, lentamente, si dipanerà. Forse un giorno comprenderete anche la vostra origine aliena o divina. Adesso è venuto il momento dell’addio…”
La voce del Bardo continuò a salmodiare qualcosa in una lingua aliena che nessuno dei presenti poteva comprendere. Molti menhir si sfaldarono, disintegrati: una feroce nuvola si levò nel tempio di Stonehenge. Quando la nuvola di pietra disintegrata scomparve trasportata via dai venti della Terra, Myrrdin era scomparso.

* * *

Il vecchio Indiano sorrise al ricercatore gettandogli addosso uno sguardo complice: “E’ una bella storia. Anche noi ne abbiamo molte”. Si fece triste: “I nostri tepee oggi sono stati sostituiti dai vostri grattacieli, sempre più alti. Voi bianchi costruite cose alte alte. Sembra quasi che vogliate toccare il cielo. Ma il cielo non lo potete toccare. Quel vostro Myrrdin era una specie di sciamano: anche noi avevamo i nostri”. Tacque.
Silenzio.
L’uomo bianco si deterse con un fazzoletto le gocce di sudore che gli imperlavano il cranio quasi del tutto calvo: si sentiva stanco e malato, e il vecchio Indiano lo faceva sentire a disagio, ma non poteva dargli torto. Anche lui aveva notato che gli uomini tendevano a costruire sempre verso l’alto, ma, per lui, la spiegazione di questo comportamento era che la spaventosa crescita demografica non permetteva soluzioni architettoniche diverse. Fu l’Indiano a smentirlo.
“Tu dici che i vostri grattacieli servivano per essere abitati da tante persone. Ma non è vero. Sono un attentato al cielo come la torre di Babele. Anche oggi che nessuno più abita i vostri grattacieli,  se non qualche mutante, sono un affronto al Cielo e alla Terra. Io conosco la storia della vostra civiltà solo perché l’uomo bianco me l’ha raccontata. E l’uomo bianco non ha mai avuto rispetto per Madre Terra. Ha sempre cercato di allontanarsene. Ha asfaltato le strade del mondo, ha distrutto i polmoni di Madre Terra, ha prosciugato le sue vene d’acqua, ha profanato il suo cuore per estrarne petrolio e minerali. E tutto questo per abbandonarla al suo destino. Non avete forse già costruito migliaia di colonie sulla Luna? Fin dove si spingerà l’uomo bianco nello spazio per uccidere altri pianeti? Non passa giorno che le vostre postazioni a terra non lancino un qualche satellite in orbita. La Luna, un tempo nostra Sorella, è stata invasa dai vostri insediamenti: se il mio occhio guarda la Luna, non riesce più a vederla, vede solo un globo artificiale costruito con il cadavere di Madre Terra. Voi uomini bianchi non avete mai amato vostra Madre. Avete sempre usato la magia, la scienza, per ucciderla. Mi sorprende che ci sia ancora un uomo bianco come te che parla di leggende. Un tempo le leggende erano vere e non c’era bisogno di scriverle, perché passavano di padre in figlio, mentre oggi…”
Sospirò, poi rimase in silenzio.
Il vecchio ricercatore non poteva dargli torto.
“Tu, Capo, hai ragione. E, a dirla tutta, ho l’impressione che l’uomo non abbia origini terrestri. Quella che tu chiami Madre Terra, io credo che, in realtà, per l’uomo sia una Madre Adottiva, non meno importante d’una naturale, ma pur sempre una madre adottiva”.
Il Capo Indiano gli sorrise: “Allora come lo spiega l’uomo bianco che quando si muore, noi tutti si torna nel grembo di Madre Terra? Anche se l’uomo non fosse di qui, è tornato così tante volte nel grembo di Madre Terra che ormai è suo figlio”.
“Hai ragione, ma per quanto la scienza non si sbilanci, le religioni ammettono che l’uomo non è solo un corpo, è anche anima. Quando muore, il corpo torna nel grembo della Terra, e la sua anima vola in cielo. Anche voi indiani ammettete che l’anima è parte dell’uomo”.
“Un tempo l’uomo bianco conosceva la sua storia, meglio di adesso…”
“La storia è confusa…” Altro non sapeva aggiungere.
“Comunque, ormai, non ha più tanta importanza. La Terra è destinata a morire. La Luna ormai è una colonia dell’uomo bianco ricco. Lascerete i poveri e i mutanti sulla Terra, ora che l’avete violata nel suo intimo e resa sterile. E’ questa la vostra intenzione, non è vero?” C’era rabbia e rassegnazione nelle parole del vecchio Indiano.
“Questa è l’intenzione del Governo Mondiale”, ammise a malincuore il ricercatore.
“Non contenti di quello che avete fatto a Madre Terra, adesso abbandonate anche i vostri fratelli. E i vostri Immortali di Stonehenge, dove sono oggi?”
“Possiamo ancora parlare?”, domandò infine l’uomo bianco tutto contrito. Il Capo Indiano fece un cenno d’assenso con il capo.
“La leggenda è lunga: se dovessi raccontarti tutti i particolari non mi basterebbero tutte le lune di dieci anni; comunque proverò a rendere chiara la storia senza troppo dilungarmi”. Si asciugò nuovamente il capo imperlato di sudore. E riprese a narrare, questa volta con tono romantico, non più asettico come aveva raccontato prima gli eventi. In un certo senso si rese conto che doveva dire la verità che lui conosceva al Capo Indiano, con tono più diretto: non era una grande cortesia e se ne rendeva conto; però, per il momento, di più davvero non poteva e non sapeva fare. Anche lui aveva le idee confuse, forse più confuse di tutta quell’umanità in procinto di trasferirsi sulla Luna per continuare a vivere. Pensò che almeno chi abbandonava la Terra non si poneva gli interrogativi che lui invece si poneva, e se non altro, nella loro piccolezza, loro potevano considerarsi felici, mentre lui non lo era per niente. Lui non era mai stato felice, anche se aveva tentato di mascherare la sua infelicità dietro a una spessa cortina di intellettualismo scientifico. Ora questa cortina doveva dipanarsi…

* * *

“Quando Myrddin ebbe finito di parlare, gli uomini del villaggio si fecero prendere dal panico, un panico muto. Gli anni cominciarono a scivolare velocemente e quegli uomini conobbero tutto quanto il Bardo aveva loro detto. Alcuni di loro incontrarono il Salvatore e sedettero alla Tavola Rotonda con Re Artù. Una leggenda dal sapor di favola vuole che il Salvatore, morto in croce sul Golgota, si sia reincarnato in Artù, tenendo celata la sua vera identità a tutto il mondo, anche agli immortali: ma è solo una favola. Comunque Artù si macchiò di gesta eroiche quanto spregevoli: anche qui la storia è confusa. Gli uomini di Stonehenge continuarono a vagabondare nel corso della storia. Non potevano vivere come avrebbero voluto, ma non potevano neanche morire: tutto stava accadendo come Myrrdin aveva loro predetto e loro nulla potevano contro il destino. Il Salvatore non li aveva aiutati a risolvere il mistero che avvolgeva la loro identità: disse loro che erano allo stesso tempo angeli e demoni, ma nulla di più, perché lui stesso non sapeva chi fosse in realtà: il figlio di Heloim, un Immortale dalla doppia natura di angelo e demone, un filosofo… non lo sapeva.
Attraversarono i secoli sempre accanto agli uomini e in tutti trovarono una parte dello spirito di Caino e una parte di quello di Abele. Allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale, qualche mistico esoterico si ricordava ancora di loro; con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale però le loro tracce si persero quasi del tutto: i libri della nostra storia furono bruciati sui roghi dell’intolleranza, molte identità furono distrutte per sempre.
Io so di loro per pura coincidenza: ho saputo di Myrrdin e del popolo di Stonehenge e dell’immortalità solo perché prima dello scoppio della Terza Guerra Mondiale, uno scienziato, che conoscevo, in punto di morte a causa delle radiazioni atomiche, si è confessato con me. Questo è quello che so. Mi consegnò un libro scritto in una lingua dimenticata; consegnandomelo mi disse che anche gli angeli, un tempo, creduti immortali possono morire nell’Anima! Queste parole mi danno i brividi ancor oggi, nonostante io creda nella scienza e non nella religione per verificare le ipotesi circa l’identità umana. Un filosofo ormai dimenticato diceva che il primo sentimento dell’uomo fu quello della sua esistenza, e la sua prima preoccupazione fu quella della sua conservazione. (**)  L’esistenza ha subito una svolta decisiva con la Terza Guerra… Io credo d’aver visto un Immortale morire nel corpo e nell’Anima…”
Il ricercatore interruppe il filo del racconto: anche il vecchio Capo Indiano rimase in silenzio.
“Non c’è bisogno che tu prosegua: ho capito. Altro non serve dire”, disse in ultimo il Capo Indiano.
L’uomo bianco acconsentì con un cenno della testa: il suo volto era rigato di lacrime e sudore: triste, sconfitto, sputò per Terra un bolo di rabbia, saliva e sangue. Rimase a guardare quel suo scaracchio.
“Non sono più giovane… sono malato. Se gli angeli possono morire nel corpo e nell’Anima, se un Immortale… un mortale è il poco che è”.
Il Capo Indiano entrò nel suo tepee facendogli segno di seguirlo.
“Uomo bianco, prendi questa medicina di Madre Terra”. Gli porse un orcio. L’uomo bianco osservò la medicina un istante, poi l’ingollò tutta d’un fiato.
Da quando la Terza Guerra aveva distrutto la più parte delle risorse naturali della Terra, il giorno era diventato lungo, troppo, durava quasi venti ore: il crepuscolo non esisteva più. Improvvisamente calò la notte, una notte negra di quattro ore, un cielo pesante come un sudario di piombo. Solo la Luna colonizzata era visibile, una sfera illuminata da una luce artificiale che l’uomo aveva esteso su tutto il satellite.
“Ricordo la Terza Guerra”, disse l’Indiano. “La crescita demografica aveva assunto indici altissimi e il mondo impazzì: i poveri cominciarono a morire lungo le strade d’asfalto, le barriere fra gli Stati furono cancellate dalle manifestazioni di protesta. Poi ci fu quella manifestazione del 2035 dove sei miliardi di poveri invasero almeno due terzi del mondo d’asfalto: gli argini furono rotti, i ricchi si sentirono minacciati, i politici non vollero ascoltare la fame della gente, e tutti presero ad accusarsi reciprocamente che si voleva sovvertire l’ordine costituito. Si cominciò a sparare contro la folla dei manifestanti. Lo ricordo bene: non vennero risparmiati né le donne né i bambini né i malati. Ma le forze dell’uomo bianco con le sue stupide armi non riusciva a ricacciare indietro i Figli della Terra. Invasero la sicurezza dei ricchi, questa fu la causa della Terza Guerra: i ricchi si sentirono minacciati. Neanche provarono ad ascoltare i loro fratelli poveri. Si rifugiarono negli shelter e fu la tragedia: migliaia di bombe furono lanciate a ritmo serrato su Madre Terra, fino a ucciderla…”
Il ricercatore piangeva.
“Andò così, maledizione”, bofonchiò quando si fu un po’ calmato. “Tutti quegli uomini furono trucidati in un unico grande rogo atomico, l’eccidio più sanguinoso e crudele che la storia umana ricordi”.
“E gli Immortali non fecero niente per il popolo dei bianchi?”
“Gli Immortali sono una leggenda. O almeno credo… credevo… non ho certezze, non più… Non ne ho mai avute ad essere sincero”.
“Anche se è una leggenda dei bianchi deve contenere una verità per quanto piccola possa essere”, ribatté il Capo Indiano.
“Tutti quegli uomini erano guidati dal Salvatore redivivo. All’alba del 21 giugno morì…”, si limitò a rispondere l’uomo bianco. “Io l’ho visto ma non ci voglio credere”.
“Capisco.”
Silenzio.
“Fu quello l’Immortale che vedesti morire?”
L’uomo bianco fece un cenno d’assenso col capo.
“Sì.”
Silenzio.
“Lo vidi morire cogli occhi dell’Anima… Il Salvatore capeggiava la folla dei poveri, quelli che dovevano essere i primi nel Regno dei Cieli. Era un uomo pacifico”, spiegò il ricercatore. “E io non ce l’ho l’Anima…”, aggiunse con una voce metallica in falsetto, simile a quella d’un distributore automatico di profilattici. “Almeno credo di…”, cercò di spiegare. Le parole gli morirono nella strozza; si sentiva come un meccanismo corrotto, un hard disk con mille cluster rovinati che si ostinava a sputar fuori alcuni pochi dati sensati. Voleva spiegare meglio come si sentiva, come si era sentito davanti alla morte del Salvatore, ma non sapeva come. Alla fine desistette e lasciò che il Capo Indiano gli ponesse altre domande, sperando che fossero quelle giuste… sperando che fosse in grado di rispondere se non correttamente, almeno con una buona approssimazione di veritiero realismo.
“Tu eri in mezzo a quella folla… virtualmente?”
“No. Io ero in un rifugio antiatomico. Sentii bussare alla porta e non potei fare a meno di aprire. Lo riconobbi subito: era uguale al Salvatore, ma era vestito come un Re. Fu lui a dirmi di avere un gemello con il quale non andava molto d’accordo: entrambi credevano che l’umanità andasse salvata, ma avevano opinioni d’intervento assai diverse. Il Salvatore seguiva una via totalmente pacifica, mentre il Re era un guerrigliero anche. Quando mi disse della sua vita, della sua nascita, del suo scopo su questa Terra, poco mancò che scoppiassi a ridergli in faccia nonostante il momento tragico. Poi qualcosa mi fece ricredere. Questo Re, questo guerrigliero che combatteva come un moderno Che Guevara parlando degli ideali che conoscevo solo per bocca di Artù nelle cronache di Thomas Malory, mi mostrò la verità, o almeno una piccola parte, perché neanche lui la conosceva per intero”. A questo punto tacque nuovamente: la medicina che il vecchio Indiano gli aveva dato gli aveva disteso i nervi e un sonno pacificatore invase il corpo e l’anima dell’uomo bianco.
“E’ una storia interessante. Ora dormi pure a casa mia. Domani finirai di raccontarmi la tua storia…”
Appena pronunciate queste parole, l’uomo bianco sprofondò in un sonno senza sogni.
Il mattino dopo la Terra era più arida degli altri giorni: gli shuttle continuavano a sfrecciare nel cielo verso la Luna. Il vecchio ricercatore si deterse il viso con dell’acqua sintetica non potabile, mentre il Capo Indiano si limitò a prendere la sua pipa e a fumare.
“Non c’è molto da aggiungere”, ammise all’improvviso l’uomo bianco con la faccia ancora bagnata. “Uscii fuori dal rifugio insieme a lui qualche giorno dopo. Era un momento di calma apparente, ma almeno non venivano sparate le Atomiche. Il Re mi fece vedere la desolazione della Terra. Mi disse ancora di essere un Immortale e che non poteva morire. Mi disse che Myrrdin si era manifestato agli uomini di Stonehenge. Io gli sorrisi. Quella storia l’avevo già sentita dalle labbra morenti del mio amico scienziato. Io gli dissi del libro che mi aveva consegnato in punto di morte. Glielo feci vedere. Il Re lo prese fra le sue mani e incominciò a compulsarlo: ebbi la netta sensazione che conoscesse perfettamente di cosa si trattava, non aveva difficoltà alcuna a leggere quella che per me era una lingua morta e criptica. Non lesse alcun passo ad alta voce. Più semplicemente si limitò ad osservare che quel libro ormai non aveva più valore perché quasi tutti gli uomini di Stonehenge erano morti tranne lui e suo fratello, il Salvatore. Con voce triste mi disse che ormai nessuno avrebbe più scoperto l’identità di nessuno: anche gli Immortali erano stati destinati a morire senza conoscere le loro origini. La cosa mi fece sorridere d’amarezza. Anche lui che immortale si dichiarava mi stava confessando di non sapere chi in realtà fosse! Per me era evidente che quell’uomo era solo un uomo, un invasato come tanti. Ma poi accadde qualcosa: il bombardamento era ricominciato e noi si era fuori dal rifugio antiatomico. Una bomba si era appena sfracellata al suolo emanando le sue mortali radiazioni. Se non fosse stato per il Re, oggi non sarei qui a raccontartelo. Il Re m’avvolse con il suo corpo e fu il mio scudo: furono istanti che durano un’eternità. Quell’uomo misterioso era un gigante paragonato a me. Mi tenne dentro il suo corpo: fu come se il mio corpo mortale e la mia anima fossero stati inghiottiti dal Re. Provai una sensazione di pace. Quando il pericolo fu passato, il Re mi lasciò. Io non volevo che andasse via. Indarno cercai di trattenerlo, ma lui disse che ormai il suo compito era giunto a termine. Lo scongiurai di non abbandonarmi, ma non ci fu modo di trattenerlo. Mi disse che ormai tutto era perduto per l’umanità perché suo fratello il Salvatore era stato tradito per la seconda volta da un suo discepolo ed era morto. Io non compresi che cosa intendesse dire, solo potevo intuire: ma era comunque abbastanza per qualsiasi mortale. Mi mise una mano sulla fronte e vidi la morte del Salvatore. Quando gli chiesi com’era stato possibile che suo fratello, il Salvatore, un Immortale diretto discendente di Heloim, fosse morto per la seconda volta senza aver più possibilità alcuna di Resurrezione, il Re disse che un conto è perdere la Fede o non averla mai avuta, ma ben più grave è perdere la fiducia nell’umanità. Le sue parole per me non potevano essere più sibilline: allora il Re mi mostrò, come in un sogno, una folla di uomini senza volto che berciavano – bestie. Fu la cosa più orribile che ebbi a vedere; non erano più esseri umani forgiati per il Bene o per il Male: l’UMANITA’ era un mucchio di cadaveri viventi, gusci vuoti, zombie che avanzavano e basta. Vidi il Giuda tradire il Salvatore… Il Giuda era uno dei tanti zombie, un discepolo come gli altri ma uno zombie: con un coltellaccio aveva tagliato la gola al Salvatore e l’Immortale era morto per sempre, perché chi l’aveva colpito non aveva più un’anima né buona né cattiva. Per questo motivo non poteva più risorgere. Quando morì crocifisso sul Golgota, fu giustiziato da uomini malvagi con un’anima, quindi la Resurrezione era ancora possibile. Compresi molte cose dal Re, ma non volevo credere che fosse veramente così. Ancora oggi fatico a credere a quello che ho visto: la mia mente di uomo mortale si fa prendere dal panico nel momento in cui comincio a credere nell’umanità come ad un esercito di poveri zombie. Ho paura di scoprire che anche io sono nulla di più di uno zombie. Io ho cercato…” Un groppo di rabbia e paura alla gola non gli permise di continuare. Quello che l’uomo bianco non gli aveva raccontato, il Capo Indiano poteva facilmente intuirlo.
In un orcio gli diede di nuovo la medicina del giorno prima: l’uomo bianco era spossato e l’Indiano sapeva che quell’uomo era destinato a morire; anche il bianco lo sapeva, solo non voleva ammetterlo. Riposò per un tempo indefinito e quando si svegliò era calmo come non mai.

L’Indiano era fuori a guatare la distesa infinita di deserto che era diventata Madre Terra. Lo scaracchio di saliva e sangue era ancora lì sulla polvere: non c’era un solo alito di vento e tutto pareva congelato in un’istantanea di dubbio gusto scattata da un fotografo pervertito.
L’uomo bianco si fece vicino al Capo Indiano: stava mirando un sole simile a un buco nero che bruciava una luce nera.
“Anche il Sole sta per morire”, profetizzò il Capo Indiano.
“Già.”
Rimasero in silenzio.
“Penso che non scriverò la storia dell’umanità: ne so troppo poco. E poi sono malato”, disse il ricercatore, senza la pretesa d’ottenere una risposta.
Rimasero in silenzio per il resto della giornata e solo nel tardo pomeriggio il ricercatore si disse pronto a partire.
“Allora questo è un addio”.
“Immagino di sì. Ne so quanto prima. E’ possibile che ritornando verso casa incontri ancora una volta il Re se non è già morto prima di me”, spiegò l’uomo bianco all’Indiano. “Voglio vivere ancora un’ultima illusione! Magari incontrerò pure il Salvatore. O entrambi, insieme!” Non avrebbe incontrato né il Re né il Salvatore, questo lo sapeva con piena sicurezza, ma voleva almeno tentare d’illudersi: sapeva d’esser un malato terminale così come le sue illusioni erano terminali. Si costringeva a ripetersi più volte nel cervello-meccanismo la sua illusione, altrimenti l’avrebbe presto dimenticata: la coscienza di sé stava morendo.
L’Indiano indicò cogli occhi uno shuttle che stava partendo dalla Terra. E anche l’uomo bianco fissò il cielo: lo shuttle sembrava un missile sparato contro la Luna, non molto dissimile dalle bombe atomiche lanciate durante la Terza Guerra Mondiale.
“Non c’è più speranza per l’umanità. E’ finita questa pagina di storia senza che l’uomo abbia scoperto nulla di sé. Ed io ho sprecato la mia vita”.
Non salutò l’Indiano, non ce n’era bisogno.
L’Indiano vide allontanarsi l’uomo bianco: le sue impronte rimanevano impresse sulla sabbia del deserto, sul cadavere di Madre Terra. Si voltò giusto un istante: fu sufficiente perché l’Indiano riconoscesse nell’uomo bianco uno zombie e nulla di più.
Guardando il cielo, si domandò perché era successo: la risposta si perdeva nella notte dei tempi.
 “Il popolo di Stonehenge… il dio alieno Heloim… il bardo Myrrdin… il Salvatore… Re Artù… sono solo nomi, nulla di più… E la storia dell’uomo bianco fa acqua da tutte le parti: solo contraddizioni sparate a raffica”, borbottò l’Indiano.
“Solo contraddizioni!”, gridò il vecchio Indiano. “Solo stronze contraddizioni per l’uomo bianco!”

* * *

L’ombra atomica di Myrrdin si materializzò per un istante davanti al Capo Indiano. Un cachinno tremendo, come sorriso inciso da una lama di coltello, ristava sul volto oscuro del Bardo: la sua bocca vomitava negro sangue, vomitava l’Universo. Fu una visione fugace e il Capo Indiano non ne ebbe paura: la scacciò con un gesto della mano. Altre cose ben più reali temeva, ma ormai nessuno avrebbe più potuto risollevare le sorti di quella che un tempo qualcuno chiamò UMANITA’.
“La Luna è ormai stata colonizzata da un esercito di zombie falsamente sapienti. Non durerà che pochi anni questo insediamento”, profetizzò. Raccolse una manciata di polvere dal cadavere di Madre Terra e intonò una vecchia preghiera. Pregò, pur sapendo che non sarebbe servito a niente.
Nessuna fede nell’uomo e nel mondo che l’aveva ospitato poteva più essere vera. E neanche nessuna contraddittoria leggenda.

E scese la notte eterna su Madre Terra, mentre il vecchio Indiano ancora pregava:

Ora vivo, ma non vivrò in eterno.
Luna misteriosa, sola tu resti
Potente sole, tu per sempre brilli.
Stupenda terra, tu vivi in eterno.
I vecchi dicono che solo la terra dura
Hanno ragione. Dicono il vero.
Solo la terra dura.
E oggi è un bel giorno per morire. (***)

(*) In realtà si dice che i Qeniti siano i discendenti di Caino.
(*) Tratto da: “Discorso sull’Ineguaglianza”, Seconda parte, Jean-Jacques Rousseau
(**) Lakota (Sioux) – Canto funebre tratto da D. Buffarini, “Il popolo degli uomini gli indiani del Nordamerica”, Associazione Scuots

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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6 risposte a Ultimo giorno sulla Terra – racconto tratto da Angeli Caduti di Iannozzi Giuseppe – illustrazione di Valeria Chatterly Rosenkreutz

  1. furbylla ha detto:

    mi ricorda qualcosa 😉 l’illustrazione è splendida come sempre 🙂
    Buongiorno
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Credo bene ti ricordi qualcosa, questo racconto è in “Angeli Caduti”, anche se la versione che ho qui proposto è più bella, riveduta e un po’ cambiata, senza contare poi che c’è la bellissima immagine di Valeria.

    Buondì

    beppe

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  3. furbylla ha detto:

    era ironico ovviamente mamma mia quanto sei antipatico
    Cinzia

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ma anche la mia risposta era ironica. Mamma mia, quanto sei antipatica. Sarà anche per colpa tua se la fine del mondo accadrà prima del tempo dovuto. 😉

    beppaccio

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  5. furbylla ha detto:

    questo può essere ahaha
    Cinzia

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Lo sapevo. Questo mondo non finirà per colpa delle atomiche o di chissà quale altro male, bensì per colpa di un nutrito gruppo di streghe inferocite.

    beppe

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