Camicie rosse e nere

Camicie rosse e nere

Iannozzi Giuseppe

Camicie Nere
La sede del Tricolore era stata data alle fiamme durante la notte. I neofascisti stavano di fronte alle macerie fumanti con aria avvilita e rabbiosa.

Giù, in paese, erano tutti quanti rossi o quasi: perlopiù vecchi coriacei, di quelli che guardavano allo stalinismo per farne religione. I pochi giovani non volevano che saperne del comunismo; i più se l’erano squagliata per cercare fortuna in città, e i quattro gatti che erano rimasti avevano preferito mettersi assieme a quelli della Fiamma Tricolore.
Lazzaro imprecava e tirava calci contro i tizzoni fumanti: fu lui a metterlo a nudo, a spogliarlo della cenere. Alfio era lì, ridotto a uno scheletro: ma era Alfio, non c’era alcuna ombra di dubbio, la collana che gli legava il collo era proprio la sua, era il pesante crocefisso che non smetteva mai di baciare. Quando la notizia arrivò alle orecchie della vecchia madre, le prese un colpo. Non morì ma rimase paralizzata, dal lato destro del tutto insensibile.

Erano passati sei mesi e ancora non si erano trovati i colpevoli: i pompieri parlavano di un incidente, la polizia diceva che forse una sigaretta lasciata accesa, non si escludeva però la possibilità di una vendetta politica.
Lazzaro la sapeva la verità: erano stati i vecchi stalinisti ad appiccare il fuoco e a bruciare vivo Alfio: Alfio non aveva mai toccato una sigaretta in vita sua e la piccola sede del partito aveva solo un paio di lampadine, nient’altro. Qualcuno doveva aver sbarrato la porta dall’esterno perché il ragazzo non uscisse. Il fumo doveva averlo soffocato nel giro di poco, poi le fiamme ne avevano consumato il corpo. Non aveva prove, ma Lazzaro lo sapeva che erano stati gli stalinisti.
La madre di Alfio, ridotta oramai a una larva umana, giaceva a letto, più morta che viva, con il pannolone: si pisciava addosso, si cagava addosso, piangeva dall’occhio sinistro, e ripeteva sempre, con un filo di voce che quel figliolo gliel’avevano ammazzato, ammazzato come un agnello… no, peggio.

Ci sarebbe stata la festa: mancavano pochi giorni, i vecchi erano tutti eccitati, alle finestre sventolavano Falce e Martello ma soprattutto ritratti di Stalin. Lazzaro li odiava quei vecchi incartapecoriti: si portavano addosso l’odore della morte, di rame sangue nicotina. Erano il canchero del paese. Avrebbero pagato per quello che avevano fatto: Lazzaro ancora non sapeva come, ma gli avrebbe dato la loro cazzo di festa.

Il giorno della festa erano tutti in piazza, tranne i neofascisti che capeggiati da Lazzaro se ne stavano in disparte là dove qualche mese prima si ergeva la sede del loro partito. Dopo la tragica morte di Alfio, quasi tutti avevano abbandonato l’orbace e il cranio rasato e si erano dispersi in città, a Bologna. Lazzaro li aveva chiamati bastardi e vigliacchi, ma quelli non avevano fatto dietrofront. Adesso erano in quattro gatti, e solo lui dentro all’anima covava forte la fiamma del rancore e dell’ideologia fascista. Gli altri avevano gli occhi smorti di chi si è arreso. Fu Pulcino a rompere l’imbarazzo del silenzio, tossendo.
“Che c’è?” – sbottò Lazzaro.
“Niente.” Sospirò. “E’ solo che…”
“E’ solo che… che cosa?” A Lazzaro già gli giravano di brutto.
“Stalin si dice fosse un ammiratore di Vlad Tepes.”
“E allora?!” – sempre più spazientito.
“Niente. Così, per curiosità. Anche Hitler.”
“E il Duce, il Duce no?”
Pulcino si fece piccolo piccolo: “Io queste cose non le so.”
”E allora non parlarne se non le sai.”
Alla fine decisero di scendere in piazza. Le bandiere di Stalin sventolavano al vento. ‘Uno spettacolo di rara atrocità’, pensò Lazzaro. Non sapeva cosa fare per fargliela pagare. Però qualcosa doveva inventarsela, a costo di far cilecca. Doveva tentare l’azzardo almeno.
Attese con i pugni stretti un momento che potesse essergli favorevole: in tasca teneva una vecchia pistola. L’avrebbe tirata fuori e poi fuoco in mezzo al mucchio. Una pallottola vagante avrebbe compiuto la vendetta, qualcuno sarebbe caduto. Lazzaro sudava copiosamente. I vecchi stalinisti cantavano vecchie canzoni e le bandiere sventolavano. Il paese era tutto un fermento: le donne alzavano le gonne, uno spettacolo raccapricciante vedere quella carne affranta sol coperta da povere calze smagliate. La madre di Alfio era al balcone: l’avevano messa in bellavista davanti al paese, sulla sedia a rotelle. Il lato sinistro si contorceva in una smorfia di dolore. Lazzaro la vide, ne ebbe compassione. Vederla lo convinse che era la cosa giusta da fare: strinse la mano sul calcio della pistola e quand’era già il crepuscolo si decise a tirarla fuori.
Stava per…
La piazza era in fermento. D’improvviso le risate furono grida di orrore.
Qualcuno gli suggerì in un orecchio di darsela a gambe: “Corri, corri come il vento…”
Corse via subito imitato dai camerata, lasciandosi alle spalle le grida di terrore, la madre di Alfio, le bandiere rosse di Stalin.

Una bomba inesplosa, una della seconda guerra mondiale: boom, e tre erano caduti per non rialzarsi mai più. Nel tempo d’un momento la piazza si era insanguinata di rosso: tre stalinisti a pezzi.
Adesso la piazza era chiusa al pubblico: Lazzaro poteva comunque sentire nell’aria ancora l’odore della morte, di rame e di zolfo. Di zolfo soprattutto.
La notizia faceva bella mostra di sé sulla prima pagina del piccolo giornale locale: il titolo era enorme, occupava mezza pagina. Il Primo Cittadino aveva dichiarato tre giorni di lutto.
Lazzaro strinse la pistola in mano: non c’era stato bisogno di usarla. Però non era detto che in futuro non potesse tornargli utile. Se la cacciò nei pantaloni, quasi sulla patta: la sede del Tricolore non esisteva più e quasi tutti se l’erano squagliata.
Ma non era ancora finita. Lazzaro lo sentiva. Non sarebbe finita mai.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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