Angela biondo sorriso

ANGELA BIONDO SORRISO

Iannozzi Giuseppe

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Quel giorno avremmo dovuto tappezzare il quartiere, quello popolare arabo. Non c’era scampo. Io avevo la mia zona, Angela la sua. Il lavoro era quello: se volevamo mangiare, dovevamo imbrogliare, o meglio vendere enciclopedie a rate a dei morti di fame peggio di noi.
Angela era la mia compagna di lavoro: bionda e soda, un fisico da angelo, tettine piccole, culetto a cuore, e un sorriso bianchissimo da pubblicità. Suggeriva una dolcezza immensa, ma era in realtà una peperina. Non c’era maschio che non si arrapasse con lei accanto. Era il diavolo e l’acqua santa. Nonostante avessimo concluso poco o niente, quel giorno di lavorare non ne avevamo proprio voglia.
Faceva caldo e a noi stava bene far passare il tempo all’ombra, sotto una palma trapiantata e mezzo morta. Eravamo seduti entrambi sulle nostre natiche e fumavamo sigarette di prima qualità, anche se non avremmo potuto permettercele: piuttosto mangiavamo un panino in meno, ma le cicche dovevano essere o Camel o Davidoff. Quel giorno fumammo le mie: cacciai fuori il pacchetto, Angela ne prese una e io feci altrettanto. Le accesi la sigaretta con il mio Bic, e con la sua accesi la mia: bacio di fuoco, così lo chiamavamo. Presi a cantare, in tono sommesso: “And no one ever told me that love would hurt so much/ Oooh yes it hurts/ And pain is so close to pleasure/ And all I can do is surrender to your love/ Just surrender to your love/ Just one year of love/ Is better than a lifetime alone/ One sentimental moment in your arms/ Is like a shooting star right through my heart.”

“Non la conosco, di chi è?”
“Freddie, cioè la canta Freddie, ma è una canzone dei Queen, scritta da John Deacon, dalla colonna sonora di Highlander.”
“E’ bella…”
“Sono stonato. Dovresti sentirla dalla voce di Freddie, ti ucciderebbe di brividi.”
“Ce l’hai?”
“Sì, certo. Te la copio.”
Angela mi sorrise. Un uomo fa presto ad andare in paradiso.
Finimmo di fumare: eravamo accaldati e l’ombra era poca. Ci decidemmo a entrare in un palazzo, perlomeno saremmo stati all’ombra, ma dentro era peggio: l’aria era pensante di spezie e di sudore.
Eravamo sul primo ballatoio, quando uno aprì la porta: era un vecchio sdentato, con gli occhi fuori dalle orbite.
“Chi siete?”
Guardai Angela e scoppiai a ridere e lei pure.
“Siamo tecnici del Gas!” – lo rassicurai io.
Quello ci guardò, prima lei poi me: “Ecce homo.”
Scoppiammo a ridere.
“Nietzsche, voi giovani non sapete…il gas… il gas… il gas…” – farfugliò mostrando gengive vive, poi chiuse di botto la porta e morta lì.
“Tutto matto!”
“Completamente. Del gas… Come ti è venuto in mente?”
”Ho sparato la prima cazzata.”
“Mi piace.”
“Proviamo a piazzare qualcosa?”
”Qui sono più morti che vivi…”
“Mi sa proprio di sì. O matti e basta.”
Ci facemmo tutto il palazzo, e come tutto risultato male parole e sudore sulle nostre fronti.
Una volta fuori, ci riparammo all’ombra. Non avevamo neanche voglia di fumare: l’aria era troppo spessa.
“Hai sentito che puzza che c’era su per le scale?”
”Porca miseria se l’ho sentita. Stavo per dare di stomaco.”
Non combinammo niente di niente: sudore buttato via.
Alla sera, eravamo due stracci: Angela non aveva voglia di guidare, e io avevo altro per la testa, cioè lei. Avrei concluso qualcosa con lei?
Ero cotto e glielo chiesi a bruciapelo: “Ma ti piaccio?”
Lei mi sorrise, con quel suo sorriso bianchissimo che sapeva sbattermi in paradiso: “Tu sei un po’ matto, non è forse così?”
Le dissi di sì, che ero un po’ matto, proprio come diceva lei. Se mi avesse chiesto di dirmi assassino, non avrei esitato un solo momento. Con certe donne è impossibile tentare un rifiuto: lo so bene oramai. E lo sapevo anche allora.

Qualche anno più tardi mi sorpresi a ricordarmi proprio di lei, di Angela, mentre stavo temperando una matita.
Il mio ufficio era un disastro e me ne fregavo: ci avrebbe pensato la donna delle pulizie, come al solito. Il mio ufficio era al settimo piano, l’ultimo.
All’ultimo c’è soltanto chi conta.
Avevo fatto tardi e mia moglie mi aspettava per cenare insieme, in silenzio come due perfetti sconosciuti. Non era affatto detto che sarei andato a casa per la solita tristezza, magari le avrei fatto uno squillo sul cellulare per avvertirla che all’improvviso una cena di lavoro. Ci avrei pensato in ascensore se tornare da mia moglie o se chiamare una delle mie occasionali amiche.
Arrivai di fronte all’ascensore: occupato. Sbuffai e restai lì un paio di minuti.
Infine la porta si aprì.
E la vidi.
Era lei.
Era la donna delle pulizie, non la solita però, quella brutta e vecchia.
Era proprio lei. Era Angela, la mia Angela.
Non avevo alcun dubbio in merito. Lo stesso sorriso bianchissimo.
Non le dissi nulla, solo le feci capire di rientrare in ascensore.
E lei mi portò in paradiso con un sorriso di complicità.
Entrai. Profumo di spezie, di Arabia, di femmina, di diavolo e acqua santa.
Angela pigiò il bottone per il paradiso.
Non obiettai. E non telefonai a mia moglie per avvertirla.
Ero l’uomo più felice del mondo: solo questo contava, nient’altro.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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