Fuoco Sacro – racconto di Iannozzi Giuseppe illustrato da Valeria Chatterly Rosenkreutz

Fuoco Sacro

Iannozzi Giuseppe

Fuoco Sacro - by Chatterly

Fuoco Sacro – by Chatterly

a Chatterly
che m’ha ispirato questo delirio,
questa mortale verità

Quello che sento di dover fare, non lo posso dire a chiare lettere.
Oggi si chiude un capitolo, domani ne verrà aperto un altro.
attribuito a Iannozzi Giuseppe

Prendevo l’erta che m’avrebbe portato… sì, ma dove?

Ero andato a trovare un vecchio poeta, uno che aveva scritto sempre pestando tasti lettere parole pensieri sulla macchina per scrivere. Ma non aveva mai pubblicato niente in vita sua; ed è sicuro che nemmeno da morto una sua poesia sarebbe apparsa sulle pagine d’una disperata antologia a tiratura limitata o a grande dispersione. La fama non gl’avrebbe arriso solo perché morto in solitudine e in aria di santità artistica.

* * *

“Quando me ne andrò, tutti questi fogli finiranno insieme alla spazzatura.”
“Hai mai provato a pubblicare?”
”E perché?”
“Perché? sei matto o cosa? Perché è così che si fa.”
“Voi giovani! Tutti matti. Che vi credete, neanche Dio lo sa. Vi credete più grandi d’ogni padreterno in cielo o all’inferno.”
“Pubblicare mica è un delitto? E poi io non mi credo niente.”
“Allora, meglio così.”
“Sì, d’accordo, ma non mi hai ancora detto perché non hai pubblicato. Sei ancora in tempo. O cerchi forse la fama postuma?”
“Per tutte le code del diavolo! Non cerco un cazzo, né fama in vita né postuma. Non mi va di pubblicare.”
“Sì, d’accordo.”
”Penserai che sono almeno almeno un po’ svitato.”
“Non ti nascondo che è proprio quel che penso.”
”Pensano tutti che io sia matto o peggio. Sai quanto me ne frega!”
“Continui a non rispondermi. Perché?”
“’Fanculo! Quante poesie leggi? e quante ne scrivi al giorno?”
“Non saprei… Un paio forse le scrivo, ma non ti so dire quante poesie leggo.”
“E’ questo il punto: tutti scrivono e nessuno legge.”
“Se la metti così, pare tragica.”
“Cosa, la poesia o la situazione?”
“Mi stai facendo rimbambire a forza d’ascoltarti. E io che ti rispondo pure.”
“Il fatto è che la poesia è un cadavere freddo che tutti riesumano. Tutti lo espongono in pubblico: lo tirano a lucido e lo vestono bene… solo capi firmati. E qualcuno gli stacca pure un pompino. E tu credi che un cadavere possa venire? No, quello non viene. Ma a chi lo riesuma piace pensare che il sapore del suo seme gli sia rimasto in bocca. O se preferisci, nell’anima. Niente di più falso.”
“E anche se così fosse?”
”Io non ho cadaveri da riesumare né da esporre in pubblico. Non sono un necrofilo.”
“Allora perché ti ostini a scrivere? Guardati intorno: sei circondato da pile e pile di fogli scritti. Il lavoro d’una vita intera. E quando morirai, per chi avrai scritto? Tutte queste poesie saranno bruciate, o dimenticate in qualche soffitta nel più fortunato dei casi. Una vita passata a…”.
”…a farmi fottere. Sai che ti dico? Avrei dovuto fottere di più e scrivere solo il testamento in punto di morte. Ho sbagliato.”
“Le donne non mi sembra ti siano mancate.”
“Ne avrei avute almeno il doppio se non il triplo. Ma io dovevo scrivere. Scrivere, che assurdità!”
“Non mi sembra che il tempo ti abbia fatto più saggio: continui a scrivere.”
”Alla mia età o scrivi o vai al parco a dare da mangiare ai piccioni. Mi ci vedi a staccarmi una sega? Io no. E poi la penna cerca il calamaio.”
”Credo d’aver capito.”
“Se hai capito davvero, vedi di piantarla con le poesie, e scopa di più. Non c’è bisogno di perdere tempo a scriverle, a leggerle. Non importa quanto ci sai fare o no.”
”Io non lo so se scrivo bene o male, ma tu – accipicchia! – tu sei un poeta.”
“’Fanculo!”
“Le ho lette le tue poesie, non tutte ma le ho lette.”
“’Fanculo di nuovo.”

* * *

Passeggiavo tra gli algidi avelli: m’è sempre piaciuta la pace che si respira nei cimiteri. E ripensavo a quanto il vecchio poeta m’aveva detto. Il vento tirava un po’ e cercava di strapparmi il cappello, io lo tenevo però ben calcato in testa, e lo pinzavo fra le dita quando un colpo troppo forte s’abbatteva addosso alla mia sinistra figura. Presto il vecchio avrebbe avuto il suo posto fra i morti: e forse l’avrei incontrato con una poesia in testa e mai scritta, o più semplicemente con un fiore appassito in mano leggendo muto il suo epitaffio.

* * *

Me ne stavo a letto a fumare la prima sigaretta della giornata ed intanto ammiravo il fondoschiena della donna che mi stava accanto ancora addormentata. Era un bel vedere. Pensai: “Trovo sempre donne che s’infilano nel mio letto. Arrivavamo al punto di offrirmi la loro anima per un po’ di fuoco sacro.” * E sorrisi, mentre la donna al mio fianco apriva i suoi occhi su di me.
“Dormito bene?”
“Dammi le tue chiavi dolci,/ voglio farne una copia,/ voglio scrivere una lunga poesia per le tue braccia.” (**)
Lei prese a ridere, teneramente: un campanellino legato al collo d’un agnellino era la sua risata.
“Sei andato a trovarlo più quel tuo amico, il poeta?”
“Sono stato da lui pochi giorni fa.”
“E che ti ha detto?” La baciai soffocandole quasi la domanda in bocca.
Ci baciammo a lungo, sensualmente.
Ripresi fiato, giusto il tempo d’un attimo, e le risposi: “Di scopare.” E presi a masticarle dolcemente il lobo dell’orecchio, poi il collo e più giù ancora.
“Perché?”
Smisi di sbaciucchiarla e morderla, e la guardai dritto negli occhi verdi: “Perché la donna è la miglior poesia che si possa desiderare. Perché la donna è poesia che non si può scrivere. La si può solo amare.”
Lei era calda, lusingata: era anima e corpo. “Ora lasciati amare, lascia che ti morda ancora un po’.” E tornai a mordicchiarla, a piluccare il suo dolce sapore con l’avidità della mia bocca. Una giovane bruna, una rosa carnosa era fra le mie labbra.

* * *

Quando tornai a trovare il vecchio scrittore scoprii che non c’era più. Il suo appartamento era spoglio: solo la macchina per scrivere accomodata su una vecchia poltrona scassata, ma dei tanti fogli che aveva scritto non c’era alcuna traccia.

* * *

Lo cercai, ma non troppo disperatamente. Non ho mai saputo se fosse morto o solo si fosse reso invisibile al mondo, invisibile come le sue poesie.

(*) Riadattamento d’una famosa battuta di Marlon Brando.
(**) Versi da “Giorno di pioggia” (1974) di Francesco De Gregori.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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8 risposte a Fuoco Sacro – racconto di Iannozzi Giuseppe illustrato da Valeria Chatterly Rosenkreutz

  1. Lady Nadia ha detto:

    Qualche passaggio di sano erotismo, la storia tra vita e morte in senso lato. Della tua scrittura e delle tue poesie preferisco questo lato “dark” che le toglie dalla banalità, dai romanticismi ed in tutta onestà le rende reali anche se le trame sono sempre un po’ surreali… insomma un mix duro, un pdv maschile al quale anelo qualche volta nella mia scrittura ma così delozioso.
    Sai, forse non sarà commerciale, vanno di più gli “amore mio” ma io e qualcun’altro, le poesie le preferiamo così. Il romanticismo ha vita corta!😊

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Vita morte erotismo, una trinità di laicità e religiosità.
    Ci sono certo degli elementi dark, un dark esistenziale sempre, quello che ripete e all’uomo ricorda che “si nasce, si vive, si muore da soli”. E’ forse questo il tratto che ricorre in un po’ tutto quello che scrive indipendentemente dallo stile di cui mi servo.

    Ciò che è commerciale è destinato a morire. Era vera ieri questa verità, lo è ancora oggi. Ciò non significa affatto che di me resterà forse qualcosa. Dico solo che fare arte per andare incontro alle mode è morire nel proprio tempo, mentre un vero artista si preoccupa soprattutto di essere per i posteri.

    Grazie.

    beppe

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  3. romanticavany ha detto:

    Spesso capita di essere soli anche in una grande città, anche se sei circondato da tanta gente, buona o cattiva
    Morire, purtroppo puoi stare accanto alla persona che ami fino all’ultimo respiro, ma poi soli purtroppo si va, lasciando tanto dolore a chi ti ama e la voglia di non vivere più.

    Ognuno sta solo sul cuor della terra
    trafitto da un raggio di sole:
    ed è subito sera.
    (Quasimodo)

    Buona Domenica King 1 Bacio ♥

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  4. Lord Ninni ha detto:

    Chiunque noi siamo e qualunque cosa possediamo il dolore, ch’è essenza della vita, non si lascia rimuovere.
    Così scriveva Schopenhauer e mentre si assiste a un frangimento della propria esistenza, cosa rimane della quotidianità che si rincorre?
    Il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone provinciale dove giocavo da bambino.
    (Fin qua Cesare Pavese, che intravvedeva nello stradone, il continuum della vita, vissuta alla propria maniera, e da ognuna vista con dolore e rinunzia verso un mondo legato a un filone. L’unico che la natura offre).

    Ma dunque, cosa si cela dietro quello stradone?
    Un percorso forse?
    Un cammino che ognuno affronta con la propria consapevolezza? Cosa comporta questo cammino lungo la medesima strada?
    Un avulso dalla vita che osserva e conserva luci nascoste e visioni di parte. Basta, però, osservare (e soprattutto capire) il fiato, l’ombra oscura che Tu, caro Beppe, nascondi dietro i tuoi dialoghi e nello specifico dietro e dentro Fuoco Sacro per rinascere, capendo.
    La lettura, che corrobora e appaga, inizia con una immagine abbastanza inquietante.
    Un’immagina da non lasciare scorrere fra le dita:
    Ero andato a trovare un vecchio poeta, uno che aveva scritto pestando lettere parole pensieri sulla macchina per scrivere”.

    Ecco il grido di dolore che, ultimo, viene lanciato al cielo.
    Un grido che si abbatte nelle coscienze dell’umano che, trasposto, diventa divino.
    L’uomo, il solitario, lo spirito della parola e del pensiero è solo!
    Con sé stesso, con la sua sessualità che è sé stesso, quasi in una continua masturbazione verso quel divino che è dentro, ma che aleggia dappertutto.
    Nei pensieri, nelle parole e negli atti.
    Un divino che parla attraverso le sue parole e che lo rifiuta al mondo della verità, isolandolo.
    Mai conoscere, mai ascoltare verbo, mai sentire il profumo di un amplesso se non trasposto dietro le immagini di un inganno che, l’essere umano, ignora.

    Ecco la parola di Dio:
    Quando me ne andrò, tutti questi fogli finiranno insieme alla spazzatura “…
    Una parola che descrive la sua superiorità, in un Creato che si rivela inferiore, inadeguato a uno spirito più grande.
    Un volo d’albatro che, in silenzio, sorvola basso sulle teste e le miserie umane e divine.

    Ecco quel cammino che dall’origine della propria nascita, porta a una fine sicura.
    La poesia, quei sussulti che si spiegano soltanto con altri sussulti.
    Ecco quella multiformità che Iannozzi e la sua lirica sa imbastire.
    Ecco Beppe Iannozzi e le sue rime che navigano, dai sussulti di un’anima, vista nera ma bianchissima, alla carne che diventa poesia fra le sue mani.
    Come può un verso che si apre alla vita, trascendere alle proprie libertà, se non attraverso l’uomo stesso?
    Ecco dunque il ricongiungimento, al divino, che si trasfigura nella carnalità svuotata di un’anima ormai soddisfatta.

    Hai cantato il mondo, l’universo, l’amore e l’odio.
    Hai cantato, caro Beppe, per noi, piccoli e inutili mortali nascosti dalle passioni e impauriti davanti un respiro di troppo.
    Hai cantato ma nessuno, vuoto dentro o sordo, ascolta.
    Ecco le tue liriche diventare divine, proprio nel loro significato più stretto.
    Liriche consegnate alla coscienza che hanno il grandissimo merito di dirci tutta la potenza e la bellezza di una conoscenza e consapevolezza universale profonda.
    Poi … è il nulla.

    Poi:
    … Quando tornai a trovare il vecchio scrittore scoprii che non c’era più …
    Morto? Forse.
    Fuggito? Forse.
    Sicuramente con in regalo la percezione di aver, ancora una volta, perso un’altra occasione di vita donata a tutti.
    Con generosità.
    Con sincerità.

    Poi … è il nulla.

    Grazie, amico mio.
    Ci restituisci quelle speranze perdute che, una sana introspezione, può far rivivere con tutta la sua forza originaria.
    Tu soltanto potevi riuscire.
    E questo è un racconto, pensa un po’ …
    Suggerisco, ai tuoi pregiatissimi lettori, di munirsi immantinentemente del libro: Angeli caduti, un vero capolavoro.
    Decisamente imperdibile!

    Ninni Raimondi

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  5. Lord Ninni ha detto:

    Romantica Vany

    Sempre un piacere leggervi mia signora.
    Cordialità

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Violetta, credo tu abbia oramai compreso che grande miracolo è la vita e quanto possa essa essere dispettosa, sempre pronta a farci lo sgambetto. Imparare e il prima possibile che “si nasce, si vive, si muore da soli”, questo almeno vale per il sottoscritto. Una volta accettata questa verità, con stoicismo, molti di quei dolori, che la vita ci presenterà, saranno da noi accettati senza sorpresa. Ciò però non ci deve togliere la voglia di vivere: la vita è caduca, per sua natura. Nessuno su questa terra è eterno e mai lo sarà. Il bello della vita è sapere anche che un giorno finirà. Perdiamo tanti affetti lungo la strada, per colpa o per destino, ciò non ci deve però costringere all’angolo. L’ho imparato oramai che sono nel secondo tempo di questo mio passaggio terreno.

    Forse sì, chi ha la pretesa di creare, di fare l’artista, è più solo rispetto a quelle persone che invece vivono la loro propria vita in maniera più tranquilla.

    Ma sorridiamo, con fare esistenziale, come Albert Camus e andiamo avanti finché lo possiamo.

    Un bacio a te, piccola bambina. ❤ ❤ ❤

    King

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  7. Pingback: Lo spirito della parola e del pensiero. Ninni Raimondi recensisce “Fuoco Sacro” di G. Iannozzi | Iannozzi Giuseppe – scrittore e giornalista

  8. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Carissimo Amico,

    che dire? Non posso dire, perché quanto hai qui mirabilmente esposto, scavando nel profondo del “fuoco” il senso ultimo di questo racconto, mi gratifica e non poco.

    Commosso.

    Ma questa recensione – perché tale è – non può davvero restare fra i commenti, per cui la pubblico. Giusto è che sia così.

    Grazie di tutto cuore, Amico mio, Ninni. Sono parole come le tue che mi fanno credere che quello che sto facendo abbia un senso, seppur minimo. Non importa quanti lettori io abbia, è molto più importante e vitale che a qualcuno arrivi la sostanza.

    Commosso davvero.

    Ti abbraccio forte con grande stima ed amicizia immarcescibile

    Beppe

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